Il ghiacciaio sulla montagna più alta della Slovenia si è completamente sciolto
Miha Pavšek conserva una fotografia del 1957 in cui i suoi genitori sono
ritratti sotto la vetta che domina le Alpi Giulie, su una distesa bianca che
allora sembrava destinata a durare per sempre. Oggi quella foto racconta un
luogo che non esiste più: le immagini scattate a ottobre, a cavallo della prima
neve autunnale, hanno confermato che anche l’ultimo frammento del ghiacciaio del
Triglav, la montagna che la Slovenia porta sullo stemma e sulla bandiera, si è
sciolto. Pavšek, glaciologo e guida alpina dell’Istituto geografico Anton Melik
dell’Accademia slovena delle scienze e delle arti (ZRC SAZU), segue quel
ghiaccio da decenni.
L’istituto lo misura dal 1946, l’anno stesso della sua fondazione, quando il
ghiacciaio copriva poco più di 14 ettari. Nel 1952, nel punto più spesso, il
ghiaccio superava i quarantotto metri e negli anni Cinquanta a settembre ci si
sciava ancora sopra, tanto che su quei pendii sono cresciuti alcuni campioni
dello sci sloveno. Poi la discesa: tra il 1983 e il 2003 la superficie si è
ridotta del 93 per cento, all’inizio del secolo era già sotto l’ettaro e negli
ultimi anni non arrivava a due decimi di ettaro. A fine settembre restava un
lembo lungo circa cinque metri e spesso al massimo mezzo metro, a poco meno di
duemilacinquecento metri di quota, sotto la parete del Mali Triglav. La velocità
del crollo ha spiazzato anche chi lo studiava: nel 2002 i ricercatori avevano
estratto una carota in un punto in cui il ghiaccio era spesso circa cinque
metri, l’anno dopo Matija Zorn, oggi direttore dell’istituto, nello stesso punto
stava in piedi sulla roccia.
Il colpo di grazia è arrivato da un’annata che ha messo insieme le due
condizioni peggiori possibili: alla stazione meteorologica della Kredarica, ai
piedi del Triglav, l’inverno 2025-2026 ha portato al massimo 220 centimetri di
neve, contro una media di 374 nel trentennio 1991-2020, e il 31 maggio il manto
era già sparito, quando di solito a giugno ce n’è ancora un metro e mezzo. Dopo
è arrivata un’estate che in Europa occidentale non ha precedenti nelle serie
storiche. Del resto, lassù il clima è cambiato da tempo: tra il 1955 e il 1999
la temperatura mediana annua della Kredarica stava in genere sotto lo zero, dal
2022 è stabilmente sopra, in un arco alpino che si scalda due o tre volte più in
fretta della media globale.
A guardar bene, però, il ghiacciaio era spacciato da un pezzo, perché da anni
non si muoveva più e non aveva crepacci, e le carote prelevate nel 2023 hanno
mostrato che dall’inizio degli anni Sessanta il bilancio tra neve accumulata e
ghiaccio perso era negativo: sotto il primo metro il ghiaccio aveva più di
settant’anni. Il Triglav, insomma, viveva di rendita da oltre mezzo secolo,
consumando il ghiaccio del passato senza produrne di nuovo. Quello che resta
parla di tempi molto più lunghi: sulla roccia appena scoperta i ricercatori
hanno trovato sottili croste carbonatiche formatesi sotto il ghiacciaio, con età
comprese tra mille e oltre 20mila anni, formazioni fragilissime che senza la
protezione del ghiaccio si disgregano in fretta. Altro ghiaccio sopravvive
sottoterra, come nel Triglavsko brezno, dove a 250 metri di profondità si trova
uno dei più grandi accumuli di ghiaccio in grotta. In superficie la Slovenia
conserva solo il ghiacciaio sotto lo Skuta, nelle Alpi di Kamnik e della
Savinja, più riparato dal sole e destinato secondo i ricercatori a durare ancora
qualche anno.
Il fenomeno riguarda tutto l’arco alpino, se è vero che in Svizzera i ghiacciai
hanno perso quest’anno il 5,5 per cento del volume e quasi un quinto dal 2021.
Dall’altra parte del confine, sul versante italiano delle Giulie, il ghiacciaio
occidentale del Montasio, sette ettari a una quota media di circa millenovecento
metri, considerato il più resistente delle Alpi, quest’estate ha cominciato a
cedere, in una situazione che il glaciologo Federico Cazorzi giudica peggiore di
quella del 2022. Sul Triglav, intanto, resterà il nome: Ledeniški preval, il
passo del ghiacciaio, che molti escursionisti attraversano per salire in vetta
senza più trovare, ai lati del sentiero, nulla che ne giustifichi il nome
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