“Papalagi”, la critica indigena al suprematismo bianco e all’occidentalizzazione del mondo
“Il XX secolo è stato il secolo dei diritti umani, innanzi tutto con
l’approvazione dei diritti civili e politici nel 1948, ed in secondo luogo con
l’approvazione dei diritti economici, sociali e culturali nel 1966. Adesso il
XXI secolo deve diventare il secolo dei diritti della Madre Terra e di tutti gli
esseri viventi.”
Evo Morales, primo presidente indigeno della Bolivia democratica
Dopo la recente vittoria di Lula in Brasile, mi è capitato di leggere le
importantissime parole di Davi Kopenawa Yanomami, leader portavoce e sciamano
del popolo Yanomami del Brasile, noto a livello internazionale per il suo lavoro
per la difesa dei diritti indigeni, e la salvaguardia della foresta amazzonica e
dell’ambiente:
“I Bianchi parlano continuamente del pianeta, ma non pensano che esso abbia un
cuore e che respiri. Eppure è così. Non l’hanno mai guardato veramente da
vicino, con i loro occhi. Sanno solo studiare sui libri e parlare di politica.
Anche noi studiamo… andiamo nella foresta e l’osserviamo con attenzione. Loro,
no. Il loro sapere è tutto su carta. Gli Yanomami si sono sempre presi cura di
questa terra, da molto prima che arrivassero i politici. Ma noi non usiamo
carta. La nostra carta sono i nostri pensieri; quello che possediamo, sono i
nostri credo… Ci piacerebbe tanto che gli uomini bianchi capissero perché la
conservazione di questa foresta è così importante per noi. Vogliamo che ci
aiutiate a difendere le nostre terre, che lavoriate al nostro fianco per
difendere il nostro modo di vivere… Io, Davi Kopenawa Yanomami, voglio aiutare
gli uomini bianchi a imparare come costruire un mondo migliore insieme a noi, a
beneficio di entrambi”.
Davi Kopenawa Yanomami
E’ proprio a partire da queste parole che mi son ricordato il bellissimo e
lucido discorso che il capo indigeno nordamericano Seathl (1), della tribù
Duwamish, a Isaac Stevens, all’epoca governatore dei territori di Washington nel
1854. In seguito scrisse al Presidente USA Franklin Pierce nel 1855, dopo che il
Governo degli Stati Uniti aveva espresso l’intenzione di acquisire il territorio
della tribù Duwamish e Suquamish, nell’odierno Stato di Washington che – in
questo inciso – risultò una profezia:
“La mia parola è come le stelle, esse non impallidiscono. Come potete comprare o
vendere il cielo, il calore della terra? Quest’idea ci è estranea. Noi non siamo
padroni della purezza dell’aria o dello splendore dell’acqua. Come potete allora
comprarli da noi? Decidiamo solo sul nostro tempo. Questa terra è sacra per il
mio popolo. Ogni foglia rilucente, tutte le spiagge di fine sabbia, ogni velo di
nebbia nelle foreste scure, ogni bagliore di luce e tutti gli insetti che
vibrano sono sacri nelle tradizioni e nella coscienza del mio popolo. Sappiamo
che l’uomo bianco non comprende il nostro modo di vita. Per lui, una zolla di
terra è uguale all’altra. Perché egli è un estraneo che viene di notte e ruba
tutto quello di cui necessita. La terra non è sua sorella, e dopo averla
esaurita, lui va via (2). Lascia dietro di sé la tomba di suo padre, senza
rimorsi di coscienza. Ruba la terra dei suo figli. Non rispetta. Scorda la
sepoltura dei suoi antenati e il diritto del propri figli. La sua sete di
possesso, impoverirà la terra e lascerà dietro di sé deserti.”(3)
Capo Seathl
In questa visione si esprime la forte critica al suprematismo bianco occidentale
che è composto da un’interconnessione di fenomeni: colonialismo, volontà di
potenza, utilitarismo, riduzionismo e materialismo, che sono collegati tra loro
da una concezione di base che vede la Madre Terra, come “terra nullius”,
qualcosa che non è di nessuno, oltre ad essere “materia morta” e che dunque deve
essere comprata, posseduta, usata e consumata a proprio piacimento senza alcun
limite etico: senza alcun senso della misura. Il suprematismo bianco occidentale
mette al centro l’uomo occidentale e il suo modello di sviluppo ed
industrializzazione, la sua concezione dell’economia, la sua potenza nel
concretizzarli e l’indifferenza a tutto il resto in nome di innovazione,
(pseudo)progresso, ingranaggi, macchine, artifici, frammentazione della realtà e
incapacità di guardare la Natura nella sua piena interconnessione profonda di
relazioni.
Non si può comprendere il suprematismo bianco e il suo obiettivo –
l’occidentalizzazione del mondo – se lo si toglie dal suo contesto: la
psicologia dell’uomo occidentale che conosce solo ciò che possiede, che
comprende il ben-avere rispetto al ben-essere (o, come ci insegnano gli indigeni
africani, all’ “essere bene”). Il suprematismo bianco occidentale non è un
comportamento, ma è una visione politica e culturale di concepire il mondo dove
la propria azione – qualunque essa sia – si concretizza inevitabilmente come una
miscellanea di ambizione ed avidità, un’invasione di campo, un’imposizione
violenta di qualcosa, un dominio dell’altro e sull’altro che sfocia in
assimilazione culturale, omogeneizzazione, colonizzazione silente delle menti e
conformismo.
Tutto questo senza pensare alle conseguenze, perchè vi è un’incapacità dell’uomo
bianco di intuire lungimiranza: «Quando avranno inquinato l’ultimo fiume,
abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo
allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro
banche.»(4) – recita una famoso proverbio nativo nordamericano.
A seguire le orme di questa critica è la citazione di Toro Seduto (5), capo
tribù dei Lakota Sioux Hunkpapa: «l’amore per i beni materiali è la malattia
dell’uomo bianco».
Toro Seduto
A tal riguardo sono di fondamentale importanza: il discorso del 1805 pronunciato
dal Capo Sagoyewatha (1750-1830), grande capo dei nativi americani Seneca meglio
noto come “Giacca Rossa”; il discorso del 1684 pronunciato dal Capo Garangula,
grande capo dei nativi americani Onondaga; il discorso del 1811 pronunciato dal
Capo Tecumseh (1768-1813), grande capo dei nativi americani Shawnee; la risposta
a tale discorso del 1811 da parte del Capo Pushmataha(1764-1824), grande capo
dei nativi americani Choctaw; il discorso che Capo Gaiantwake(1750-1836), noto
come Piantatore di Mais, pronunciò il 2 febbraio 1822 come grande capo dei
nativi americani Seneca; il discorso che
Capo Petalesharo(1797-1836) pronunciò il 4 febbraio 1822 come grande capo dei
nativi americani Pawnee; il discorso del 21 agosto 1883 che Toro Seduto
(1831-1890) pronunciò il 21 agosto 1883; il discorso del Capo Palaneapape
(1804-1888), grande capo dei nativi americani Yankton (Dakota Sioux), promulgato
il 25 e il 26 agosto 1865; discorso che Orso Scalciante (1845-1904), in lingua
lakota “Matho Wanahtaka”, grande capo dei nativi americani Miniconjou (Lakota
Sioux), pronunciò nel 1890; e il discorso che Capo Inmuttooyahlatlat (1841-1904)
(6), un grande capo dei nativi americani Nimiipuu, meglio noti come Nasi Forati,
pronunciò nel 1879.
Ai più questi nomi non sono noti, a causa della nostra istruzione fortemente
eurocentrica, ed eppure sono l’equivalente dei filosofi e degli intellettuali
nelle culture occidentali, con la solo differenza che le loro parole semplici e
ricche di fermezza sono “eterne” e più attuali che mai in un tempo in cui vi è
la crisi della società fondata dall’uomo bianco.
A riassumere questa critica spietata, radicale ed esistenziale del suprematismo
bianco occidentale e dei suoi corollari vi è un termine della lingua samoana,
“Papalagi” che significa letteralmente “chi spacca il cielo”, in riferimento
alle vele delle prime navi dei colonizzatori europei: un termine che con il
tempo divenne un’espressione per indicare l'”uomo bianco”, il suo impatto sul
mondo e la sua spontaneità nel valicare ogni limite. Una cosa che i buddhisti
chiamerebbero una violazione del limite dharmico, ovvero riguardante il dovere
morale, la Legge Universale, l’equilibrio e il modo corretto di vivere in
armonia con il cosmo e con gli altri esseri viventi.
Il vocabolo “Papalagi” ha assunto particolare rilievo a partire dal 1920, in
seguito alla pubblicazione in Germania di un libretto dal titolo Der Papalagi
contenente i discorsi che un saggio capo polinesiano, Tuiavii di Tiavea. Venne
tradotto da Erich Scheurmann, scrittore e pittore tedesco amico di Herman Hesse
che viaggiò nel 1914 in Polinesia per fuggire dagli orrori della Prima Guerra
Mondiale. Nel 1915, allo scoppio della guerra, venne lì tenuto in arresto.
Fu proprio lì che Scheurmann conobbe Tuiavii di Tiavea, capovillaggio delle
isole Samoa tedesche (7), il quale tenne una serie di discorsi al suo popolo
dopo essere tornato da un viaggio nel vecchio continente. Secondo la versione di
Scheurmann, Tuiavii, venendo a contatto con gli usi e costumi dei papalagi, se
ne allontanò subito sbigottito, se non raccapricciato, e una volta rientrato in
patria volle mettere in guardia il suo popolo dal fascino perverso
dell’Occidente.
Tuiavii di Tiavea
Tuiavii viaggiò in Europa all’inizio del XX secolo e scoprì un mondo
incomprensibile, che nulla aveva a che fare con la vita semplice e spensierata
dei samoani, che non conoscevano – nè avevano concepito né ne avevano bisogno –
il denaro (il tondo metallo), né i grandi edifici (casse di pietra), i cinema
(locali di pseudo-vita), né i giornali (i molti fogli).
Tuiavii scrisse questi discorsi per convincere il suo popolo a non lasciarsi
trascinare dalle false comodità del mondo occidentale. Nel testo è specificato
che Tuiavii non aveva mai avuto intenzione di pubblicare le sue parole né era a
conoscenza della loro pubblicazione. Fu Scheurmann che al suo rientro in
Germania, nel 1918, pubblicò diversi libri sulle isole dei mari del sud e, nel
1920 – colpito dalle parole del capovillaggio – riportò il punto di vista di
Tviaii, facendo pubblicare il libro in tedesco, dopo averlo già pubblicato negli
USA dove si era trasferito ancora durante la Grande Guerra.
Alcuni argomenti trattati nel libello e motivo di ammonimento sono: la
sontuosità dei vestiti con cui l’uomo bianco si “ricopre la carne”; la
costruzione intensiva di strade e di case; la perdita di morale dell’uomo
bianco; la frenesia, la fretta e la sua mancanza di tempo; l’alienazione sul
lavoro ; l’impoverimento di Dio e l’assenza di sacralità verso la Terra; la
“grave malattia” dell’astrazione logico-razionale e l’essere imprigionato nelle
forme-pensiero della mente; l’incapacità di pensare alle conseguenze collettive
delle sue azioni; la creazioni di edifici di potere per rincorrere la burocrazia
farraginosa; e l’incapacità di capire che la forza del Grande Spirito è
infinitamente più potente degli ingranaggi delle macchine.
Era la prima volta che, agli occhi di un occidentale, era «l’uomo bianco» a
finire sotto la lente di ingrandimento di uno sguardo antropologico, osservato
da un capo Samoa e poi raccontato nelle sue insensate abitudini, nelle sue
follie generali, nella sua ridicola e surreale esistenza, nelle profonde
mancanze e nelle sue deliranti manie di grandezza votate al disastro.
In quarta di copertina si legge che l’«artista tedesco, amico di Hermann Hesse
fuggito nei mari del Sud per evitare la Grande Guerra, raccolse questo tesoro di
saggezza e lo pubblicò. Papalagi è un trattato etnologico sulla tribù dei
bianchi, esilarante e atroce». A finire sotto lo sguardo antropologico era la
“tribù dei Bianchi” e la sua demenza tecnoindustriale.
Gli uomini bianchi (i papalagi, appunto) ritenevano i samoani inferiori dato che
come europei possedevano molti più beni materiali, ma a detta di Tviaii, le cose
non stavano affatto così: i samoani possedevano tante cose fatte dal “Grande
Spirito” ma non avevano alcun bisogno di crearne altre a differenza degli uomini
bianchi, posseduti dal delirio di onnipotenza e dalla smania di creare e
costruire ogni cosa.
Il piccolo saggio etno-antropologico tratta i temi dello spaesamento e del
relativismo culturale dal punto di vista letterario e storico, marcando
profondamente un’analisi critica indigena e anti-coloniale nei confronti
dell’occidentalizzazione del mondo, della galoppante globalizzazione dei consumi
e della strage di coscienze che questo modello di sviluppo economicistico aveva
commesso. Non è un caso che Tuiavii illustrasse il punto di vista dei nativi
samoani nei confronti del consumismo, del modello di sviluppo, del materialismo
capitalista e dell’etica fortemente utilitaristica degli uomini occidentali.
Ampiamente diffuso nel contesto delle culture alternative degli anni ’70 e ’80,
questo breve saggio verrà pubblicato per la prima volta in Italia nel 1992 da
Stampa Alternativa, casa editrice romana fondata nel 1970 dall’attivista
socialista e radicale Marcello Baraghini, con il titolo Papalagi. Discorsi del
capo Tuiavii di Tiavea delle Isole Samoa, omettendo l’ultimo capitolo
anticlericale (8), con una breve presentazione di Erich Scheurmann, siglata Horn
in Baden, 1920.
Per la sua spietata critica radicale al suprematismo bianco e al modello di
sviluppo di cui è stato portatore, contro la sua pubblicazione fu mossa due
volte l’accusa di plagio o l’accusa di essere una contraffazione letteraria
(una variazione sul tema del “buon selvaggio”) ad opera di Scheurmann. La verità
è che risulta difficile comprendere, ancora oggi, una critica esistenziale,
spirituale, etica e culturale – non solo politica – all’Occidente, preferendo
denigrare e delegittimare un testo così ricco di profondità e dettagli,
piuttosto che ascoltare una critica al proprio modo di concepire il mondo.
Un endorsement intellettuale al testo avvenne ad opera del grande Hermann Hesse,
il quale lo definì: “Una cartina di tornasole della sciagura occidentale”.
Il Papalagi e le critiche indigene al suprematismo bianco e
all’occidentalizzazione del mondo dovrebbero essere lo strumento per prendere
coscienza di quello che la nostra società industriale ha costruito e continua a
costruire a discapito del mondo, degli ecosistemi e delle sue diversità
culturali in nome del Dio denaro e del mercato. Il messaggio profondo del
Papalagi potrebbe fornirci un modo per decolonizzarci e per pensare ad un altro
mondo possibile
(1) Il grande capo indigeno Seathl, conosciuto anche come “Capriolo Zoppo” (1780
– 1886) scrisse questa lettera che passo alla storia come Il Manifesto dei
Diritti della Terra. Capo Seattle tenne effettivamente un discorso nel 1854 .
Tuttavia il discorso fu trascritto soltanto un quarto di secolo dopo dal dottor
Henry Smith, il quale dichiarò nell’edizione del 29 ottobre 1887 del Seattle
Sunday Star che la sua documentazione era basata su appunti che prese in quel
momento.
(2) “anzi è un suo nemico e quando l’ha conquistata va oltre”: il capo indiano
si riferisce alla brama tipica dei coloni americani di conquistare la Terra,
espandendosi verso ovest.
(3) Interessanti è anche consultare le altre due versioni simili:
https://online.scuola.zanichelli.it/lettereinmovimento-files/Vol_2/brani/v2_c4_verde.pdf;
https://www.centrocoscienza.it/wp-content/uploads/2022/06/lettera-scritta-dal-Capo-Seattle-Capriolo-Zoppo-al-presidente-degli-Stati-Uniti-nel-1854.pdf;
Discorso-di-Capo-Seath
(4) “Oxford Dictionary of Proverbs” (2009), lo definisce semplicemente un “detto
nativo americani”. L’esempio più antico citato risale al 1983 ed è apparso nel
libro “America Born and Reborn” di H. Wasserman, che lo etichettava come un
“detto degli Osage”. Nel 1894, l’importanza della conservazione delle risorse
naturali fu riconosciuta ed espressa in un rapporto del Commissario statale per
la pesca e la caccia del Nord Dakota, il quale avvertiva che una visione a breve
termine e motivazioni puramente economiche avrebbero potuto portare alla
distruzione dell'”ultimo albero” e dell'”ultimo pesce” (“Rapporto biennale del
Commissario statale per la pesca e la caccia al Governatore del Nord Dakota dal
17 marzo 1893 al 1° dicembre 1894”, Pagina 343, North Dakota State Printers and
Binders, Jamestown, Nord Dakota). In una raccolta di saggi pubblicata nel 1972
intitolata “Chi è il presidente di questa riunione?”, un capitolo intitolato
“Conversazioni con gli indiani del Nord America” conteneva commenti di Alanis
Obomsawin, regista e cantante indigena Abenaki della riserva di Odanak, la quale
utilizzò una versione del detto mentre parlava con l’autore del capitolo, Ted
Poole. Nel novembre 1972 una versione del detto fu usata dal nativo
nordamericano Thomas Parker – il cui nome indiano è Sakokwenonkwas – rivolto al
presidente Nixon durante un discorso che tenne all’Università di Harvard, come
riportato nel giornale studentesco The Harvard Crimson. Nonostante ciò è
attribuito storicamente a Toro Seduto.
https://quoteinvestigator.com/2011/10/20/last-tree-cut/#1d88114b-6684-4a6e-b0bc-b518e0f3c7e5
(5) In realtà, il suo nome in lingua lakota è Tatanka Yotanka, tradotto
correttamente è “Bisonte che si siede”. In seguito venne semplificato dai coloni
con l’espressione “Toro Seduto”.
(6) Conosciuto anche come Capo Giuseppe il Giovane, figlio di Capo Giuseppe il
Vecchio,
ovvero Tuekakas.
(7) In tedesco Deutsch-Samoa, le Samoa tedesche furono un protettorato
dell’Impero tedesco, istituito nel 1900 nella parte occidentale delle isole
Samoa a seguito della Convenzione tripartita. Nel 1919, dopo la sconfitta nella
prima guerra mondiale, furono cedute alla Nuova Zelanda in base al trattato di
Versailles.
(8) L’ultimo capitolo del Papalagi, intitolato nella versione originale “Il
Papalagi vuole trascinarci nelle sue tenebre”, offre una feroce critica al
missionaresimo cristiano e all’ipocrisia della civiltà occidentale. Il testo
accusa l’uomo bianco di usare la religione come strumento di colonizzazione e di
adorare in realtà il denaro anziché il Grande Spirito. Questo capitolo fu
originariamente censurato nella celebre edizione italiana economica del 1992,
per poi essere reintegrato nelle versioni più recenti.
Fonti:
William R. Arrowsmith e Michael Korth (a cura di), La terra è la nostra madre –
Discorsi dei capi indiani, traduzione di Francesca Ricci, Newton & Compton
Editori, 1997.
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Lorenzo Poli