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Il 30 ottobre si sciopera anche in campagna!
Un netto no all’economia di guerra e una richiesta forte affinché si sostengano il reddito di chi produce il cibo e i salari di chi lo compra: con questo impegno di mobilitazione, l’Associazione Rurale Italiana (ARI) aderisce allo sciopero generale indetto da USB per venerdì 30 ottobre. «Non si può tacere e non si può più abbassare la testa – sottolinea il coordinatore nazionale di ARI, Fulvio Bucci – L’economia di guerra imposta dal Governo Meloni sta trascinando il paese ancora più in basso; il carovita è insostenibile e assistiamo a un aumento della repressione di giovani e lavoratori che protestano per migliori condizioni di vita. In un Paese che si dica civile tutto ciò è inaccettable. Dunque, abbiamo deciso di unirci alla mobilitazione che in Italia vedrà salire dai porti la voce forte di chi è contro al traffico di armi, perché “l’Italia ripudia la guerra”, come recita l’articolo 11 della nostra Costituzione». «Per il Governo attuale è evidente che le armi vengono prima del cibo – prosegue Bucci – Nel 2026 l’Italia ha sostenuto spese militari per 33,9 miliardi di euro, con 13 miliardi in un solo anno per gli armamenti, il 60% in più rispetto al 2022 (Osservatorio Mil€x). Per l’agricoltura invece restano le briciole, con la legge “Coltiva Italia”, di cui il Governo ha fatto una bandiera, che prevede circa 1,16 miliardi in tre anni: in un anno per le armi si spende undici volte più denaro di quanto se ne destini all’agricoltura in un triennio». E intanto la povertà avanza nelle campagne: * nel 2025 l’Italia è tornata tra i paesi UE in cui le aree rurali stanno peggio delle città: 24% di persone a rischio di povertà o esclusione sociale contro 21,3% nelle città. La povertà assoluta colpisce l’8% delle famiglie, di cui il 14,3% operaie; * nelle piccole aziende agricole (fino a 25.000 euro di produzione standard, circa 900.000 aziende in Italia) il reddito netto è di 8377 euro l’anno, sotto la soglia di povertà. La pensione minima di un coltivatore diretto è pari a 611,85 euro al mese; * la retribuzione lorda annua media di un bracciante è di circa 9948 euro, pari a circa il 39% della media dei dipendenti del settore privato; * le aziende agricole assumono sempre meno direttamente. Dal 2010 al 2023 il lavoro familiare è crollato del 75,3%, mentre cresce quello esterno; in tal modo, cooperative e società di servizi finiscono per gestire i contratti, scaricando sugli intermediari “sul campo” costi e responsabilità e favorendo il caporalato. «Chi produce il cibo non riesce a viverne, e chi lo compra fa sempre più fatica a pagarlo – aggiunge Bucci – Il carovita arricchisce l’industria agroalimentare e la grande distribuzione, non i contadini. E la proposta del Consiglio Europeo sulla nuova PAC cancella l’obbligo di sostenere il reddito delle piccole aziende, rende facoltativa l’indennità per le zone montane e svantaggiate e cancella di fatto molte tutele per i lavoratori». Per questo ARI rivendica: * prezzi giusti alla produzione e il taglio dei prezzi al consumo, delle tariffe energetiche, del costo del gasolio, degli affitti e dei mutui per le fasce più svantaggiate e per le aziende agricole con una dimensione ridotta; * salari dignitosi e assunzione diretta dei braccianti, oltre alla responsabilità dell’azienda committente sugli appalti di manodopera; * pensioni contadine sopra la soglia di povertà; * una PAC che sostenga il reddito delle piccole aziende e il diritto di restare nelle aree rurali e interne; * risorse per l’agroecologia contadina e la sovranità alimentare, non per le armi; * piattaforme pubbliche di acquisto e distribuzione di derrate alimentari locali che rispettino i due estremi della catena (produttori e consumatori) e che non siano a scopo di lucro. Assorurale: Email: segreteria@assorurale.it Redazione Italia
October 28, 2026
Pressenza
Politica agricola europea: ecco chi comanda in Europa
«È ormai chiaro chi detta le regole per la politica agricola europea e i sistemi alimentari: sono l’agroindustria e le potenti corporation dell’agroalimentare. Sono loro, e i politici della destra al Parlamento Europeo, la vera “maggioranza” nella Commissione e nel Consiglio europeo da cui è uscito il testo della Presidenza del Consiglio sulla PAC post-2027 »: è l’amara constatazione dell’Associazione Rurale Italiana (ARI), che bolla come irricevibile il testo che è stato diffuso. «Per chi produce cibo in aziende di dimensioni ridotte, la PAC 2028-2034 si riduce a un menù nazionale senza alcuna garanzia minima europea – prosegue ARI – Gli strumenti esistenti per limitare i finanziamenti ai grandi “latifondi” (degressività, capping, importi per ettaro) vengono depotenziati e relegati in un limbo, sostanzialmente rinviati a successivi confronti che chissà cosa produrranno». «Cade, di fatto, l’obbligo di mirare il sostegno al reddito dell’agricoltura familiare e delle piccole aziende» – è la constatazione dell’associazione che in Italia tutela i piccoli contadini virtuosi e dediti all’agroecologia – senza minimamente tenere in conto che nel nostro Paese le aziende agricole con produzione inferiore agli 8000 euro sono ben il 54%. Resta solo il vincolo (e per fortuna, almeno quello!) di destinare fondi ai giovani. Inoltre, l’indennità per le zone soggette a vincoli naturali diventa facoltativa, perché, secondo il testo, quei vincoli sono da considerarsi “superati”, come se la tutela delle aree interne fosse qualcosa di cui disfarsi, perché seccante. Ciò penalizza chi, con fatica e spirito di “restanza”, continua a coltivare sull’Appennino e le Alpi». «E si cala la mannaia anche sul biologico, con la probabile cancellazione di questo approccio produttivo virtuoso come area prioritaria autonoma – prosegue ARI – In questo modo l’Europa vanifica decenni di lotta per sistemi produttivi meno distruttivi, cancellando gli obiettivi della Strategia “Farm to Fork”, tra cui quello di raggiungere il 25% di superficie agricola coltivata in bio entro il 2030. Per il biologico resta solo il sostegno al suo mantenimento, ma la transizione e la conversione diventano facoltative nei piani nazionali». Enormi passi indietro anche sulle tutele e i diritti: «Viene svuotato di significato il meccanismo che lega l’erogazione dei fondi al rispetto delle norme sul lavoro e sulla sicurezza dei lavoratori, poiché vengono di fatto eliminati i controlli. Il ricorso agli ispettorati del lavoro diventa facoltativo e la notifica annuale all’organismo pagatore non è più garantita. La conseguenza? Vince il caporalato». Il malcontento dilaga, «ma non basta protestare solo sul rincaro del carburante: è necessario affiancare una riflessione critica sulla dipendenza del sistema agroalimentare dagli incentivi statali, dal trasporto su gomma e dal gasolio. Se non verranno dati agli agricoltori i fondi necessari per effettuare una reale transizione ecologica, il gasolio resterà un fattore decisivo nella produzione alimentare, con tutta l’instabilità che ne consegue a livello di fornitura e di prezzi – prosegue ARI – A cosa servirà ottenere prezzi calmierati sul carburante per le imbarcazioni, se in mare non c’è più pesce da pescare? A chi venderemo i nostri prodotti se i salari da fame dei cittadini stanno minando la possibilità di fornire cibo sano a prezzi ragionevoli per tutti?». La PAC riformata «infliggerà un altro duro colpo all’agricoltura contadina che ancora sorregge i nostri sistemi alimentari. La catena di valore sarà sempre più lunga, più dispendiosa e più fragile, ma soprattutto più sbilanciata a favore dell’industria agroalimentare e della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), che si arricchisce sulle spalle di produttori e cittadini – spiega ancora ARI – Mentre sempre più risorse vengono sperperate nell’industria della guerra, la povertà assoluta in Italia colpisce l’8% delle famiglie (2,1 milioni di persone) e il 9,3% degli individui (5,4 milioni di persone). Nel 2025 l’Italia è tornata nel gruppo dei paesi europei in cui le aree rurali stanno peggio delle città (24% contro 21,3% di persone a rischio di povertà o esclusione sociale). Nelle piccole aziende agricole il reddito netto medio per azienda (8377 euro) e quello per unità di lavoro familiare (10.973 euro) sono sotto la soglia di povertà. Dobbiamo portare in strada la lotta per un reddito giusto che copra i costi di produzione, per salari dignitosi e sicurezza sul lavoro, per l’agroecologia contadina (e non agroindustriale!), per la difesa delle aree rurali, per il diritto di accedere e restare alla terra, per la sovranità alimentare che disdegna il libero mercato e rivendica il diritto di chi produce e chi consuma a decidere cosa produrre, come e per chi». Viva la terra e chi la lavora! per info: segreteria@assorurale.it Redazione Italia
October 27, 2026
Pressenza