Un ministero per la Pace: nonviolenza sia legge di Stato
«Dobbiamo a smetterla di andare solo a sventolare le bandiere in piazza anche se
il diritto di manifestare è sacro. Dobbiamo passare dal movimentismo pacifista a
rivendicare un pacifismo strutturale, dobbiamo rivendicare che un pezzo della
nostra Costituzione non è applicata, la pace è un prerequisito». È questo uno
dei passaggi chiave dell’intervento di Laila Simoncelli – coordinatrice della
Rete per la campagna nazionale per il ministero della pace, responsabile del
Servizio diritti umani e giustizia della Comunità papa Giovanni XXIII e autrice
del libro “Ministero della Pace. Dalla visione alla governance: le cinque rotte”
– in occasione dell’incontro pubblico dal titolo “Ministero della Pace – Una
scelta di governo: dalla visione alla proposta concreta”, svoltosi il 16 ottobre
scorso a Gozzano nel salone del Seminario vescovile su iniziativa del gruppo di
Borgomanero del Mir (Movimento internazionale della riconciliazione).
Laila Simoncelli, in dialogo con Fabrizio Frattini, condirettore dei settimanali
della Stampa diocesana novarese, ha sottolineato la disparità che esiste tra
quanto le istituzioni fanno per la difesa e quanto si impegnino a favore della
pace: «a fronte di un ministero della difesa dotato di risorse finanziarie con
piani quinquennali e di competenze, quello che si fa per la pace è quasi
esclusivamente delegato al Terzo settore e alla Chiesa. Non esistono né una
pianificazione né delle politiche di pace e la scienza del peace building, che a
livello internazionale è conosciutissima, nel nostro paese è praticamente
sconosciuta. Per questo abbiamo cercato di mettere nero su bianco ciò che si
potrebbe fare dal lunedì al venerdì se ci fosse un ministero della pace».
La coordinatrice della campagna nazionale per il ministero della pace ha anche
ricordato che l’articolo 11 della Costituzione afferma che l’Italia ripudia la
guerra: «il termine ripudiare va inteso in senso attivo: la Repubblica ha il
compito di porre delle politiche attive per la pace». Nell’illustrare poi i
cinque dipartimenti per tradurre la pace in azione – educazione e istruzione
alla pace, politiche territoriali di pace, disarmo e riconversione, difesa
civile nonarmata e nonviolenta, diritti umani ed economia di pace –, Laila
Simoncelli ha sottolineato che «nelle scuole non si insegnano ai giovani
tecniche di pace e di comunicazione nonviolenta e la storia viene raccontata
attraverso le guerre e non attraverso le persone nonviolente. L’obiezione di
coscienza alla guerra e alle armi è un diritto ma, mentre i militari entrano
nelle scuole, i costruttori di pace devono elemosinare per poter fare educazione
alla pace. I giovani obiettori che vogliono farsi cancellare dalle liste di leva
devono avere la possibilità di farsi registrare». Infine ha ricordato che a
livello territoriale si possono istituire assessorati alla pace e consulte
cittadine per la pace e piani comunali per la gestione dei conflitti.
Don Angelo Nigro – parroco di Ghiffa da sempre a fianco dei giovani, noto anche
per essere uno dei promotori della bandiera della pace umana più lunga del mondo
che si farà a Omegna il 24 ottobre – ha sottolineato che al centro
dell’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV c’è la persona umana:
«Quale umanità vogliamo: basata sul profitto, sulla ricchezza, sulla
sperequazione tra i popoli, sull’intelligenza artificiale che produce armi
sempre più sofisticate non curandosi minimamente di quello che può succedere
alla gente? Quello che questo ministero vuole fare è lodevole, vuole darci una
struttura, aiutarci a capire che deve entrare nelle scuole, nei Comuni ma anche
nelle famiglie, nella nostra vita quotidiana. Le responsabilità dei ragazzi sono
evidenti ma bisogna aiutarli: hanno bisogno di altri modelli rispetto alla
violenza oggi imperante».
Claudio Andrea Klun
Redazione Italia