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“Portentosa Cura Intergalattica”: intervista a Erica Cardin
Nel corso dell’ultimo Eirenefest locale di Firenze ho avuto modo di incontrare Erica Cardin, attivista della PCI, Portentosa Cura Intergalattica, un nuovo movimento ambientalista di cui potete leggere qualcosa qui https://www.pressenza.com/it/2026/07/portentosa-cura-intergalattica-quando-la-politica-abbraccia-la-poesia/ Visto che già al link potete informarvi sulla nascita del movimento, nell’intervista a Erica ho preferito concentrarmi su altro: So che recentemente avete avuto un incontro nazionale a Subiaco, può dirci come è andato? L’incontro nazionale che abbiamo tenuto a Subiaco è per me ancora indescrivibile e indefinibile a parole per la ricchezza di contenuti ed emozioni che si sono susseguiti, ma proverò a raccontare qualcosa brevemente. Tra volontarie e partecipanti eravamo circa una sessantina di persone, provenienti da una trentina di realtà dell’attivismo italiano. Il programma dell’incontro è stato costruito ascoltando i bisogni delle realtà partecipanti, e tutta la conduzione e la guida del processo sono state affidate a una facilitazione esterna. La mattina le diverse realtà presenti proponevano workshop sul tema della giornata, mentre nel pomeriggio si lavorava in plenaria sul processo che abbiamo proposto. Siamo partite dall’analisi della situazione attuale, cosa vediamo accadere nel mondo attorno a noi e come ci sentiamo riguardo a questo. Siamo passati poi a esplorare le competenze, le qualità e le ombre, quindi le mancanze, che ogni organizzazione presente riconosceva in se stessa e nelle altre. Questo lavoro è stato un passo propedeutico per poi individuare effettivamente cosa manca e come creare la struttura per sostenere questo grande ecosistema di movimenti. Abbiamo inoltre messo a confronto le teorie del cambiamento delle diverse organizzazioni, un lavoro che è riuscito a scalfire forse solo la superficie del conflitto e che ci ha lasciato diversi spunti interessanti da approfondire sia al nostro interno come PCI che tutte insieme nei prossimi incontri. Abbiamo anche indagato le nostre anime per riconoscere come all’interno degli spazi che attraversiamo siamo portate a perpetrare gli stessi assi di oppressione che viviamo nel mondo capitalista, coloniale e patriarcale. Abbiamo toccato con mano le differenze culturali che ancora ci attraversano all’interno del movimento stesso e ci siamo lasciate, alla fine, con la definizione dei prossimi passi. In base a questo incontro che riflessioni può trarre sullo stato e la saluto dei movimenti? Mi piacerebbe raccontare che le emozioni emerse durante l’incontro fossero tutte positive, ma non sarei onesta. Soprattutto dall’analisi del mondo che ci circonda e di come ci rapportiamo a esso, è emersa una profonda sfiducia nelle istituzioni e in una politica sempre più distante dai problemi reali delle cittadine, la solitudine della lotta, lo sconforto nel vedere che nonostante l’impegno spesso non cambia niente e, soprattutto, la difficoltà di resistere a un clima politico sempre più ostile verso ogni forma di dissenso. Sono proprio questi sentimenti, però, che hanno fatto emergere in maniera forte e potente un grande bisogno di comunità. Il bisogno di unione, di sentire che dietro di me una rete che possa sorreggermi in caso di necessità c’è davvero, è viva ed esiste. Allora forse la cura, che non a caso è al centro del nostro acronimo, può effettivamente diventare la chiave affinché, anche e soprattutto in tempi bui, riusciamo non solo a non perderci di vista le une con le altre, ma a tessere legami personali e di fiducia più profondi che, rafforzando l’intero ecosistema, ci aiuteranno effettivamente a resistere. Passando più al movimento di cui fa parte, può dirci cosa lo differenzia dagli altri movimenti ambientalisti e quali obbiettivi ha nel breve e lungo periodo? Tante delle persone che fanno parte della Portentosa Cura Intergalattica hanno attraversato i due più grandi movimenti ambientalisti d’Italia, Extinction Rebellion e Ultima Generazione, altre arrivano dalla solidarietà con la Palestina, da spazi transfemministi, dall’antirazzismo. La nostra lettura è ecotransfemminista: la crisi climatica nasce dallo stesso sistema che sfrutta i corpi e i territori, e non può essere separata dalle altre lotte. Tutte noi abbiamo vissuto l’urgenza della spada di Damocle che la crisi climatica faceva ondeggiare sulle nostre teste ancora prima che fosse visibile a molte altre persone, e adesso la crisi climatica è qui. Le istituzioni non hanno mai fatto abbastanza in questi anni e continuano tuttora a proteggere gli interessi delle multinazionali del petrolio, rimanendo di fatto immobili o addirittura ostacolando qualsiasi iniziativa che possa effettivamente arginare la crisi climatica. Forse quindi una delle cose che possiamo effettivamente fare è trovare strumenti di mitigazione e mutuo supporto per quello che succederà. Adesso non si tratta più di impedire che avvenga, ma di capire come prenderci cura le une delle altre, di non azzannarci per le briciole che ci lascia il sistema ma di camminare insieme nelle nostre diversità per creare davvero un mondo diverso. Purtroppo anche il mondo dell’attivismo è attraversato spesso da conflitti profondi che perpetrano le dinamiche di oppressione che viviamo nello stesso sistema che diciamo di voler abbattere. E allora la vera domanda è: come riuscire a creare qualcosa di nuovo e duraturo senza che gli egocentrismi si insinuino nelle dinamiche relazionali tra movimenti? Come lo facciamo davvero tutte insieme? Noi la risposta non ce l’abbiamo: vogliamo cercarla con l’intelligenza collettiva. L’obiettivo di questo incontro era creare uno spazio in cui realtà diverse si potessero riconoscere come un unico ecosistema; nei prossimi anni sogniamo un movimento con pratiche e culture condivise che possa effettivamente costruire un’alternativa sana a questo sistema. Per concludere: cosa la spinge a fare attivismo e che messaggio vuole lanciare a tutti gli attivisti ambientalisti, anche a coloro che non appartengono al suo movimento? Mi spinge a fare attivismo la consapevolezza che quello che abito non è il mondo che vorrei per i miei figli, per i miei nipoti e per nessun essere umano e non umano. Sento la responsabilità, come persona bianca privilegiata, di usare questo privilegio a servizio di un mondo più equo e più giusto, dove la vita venga messa al centro e dove si possa recuperare e dare un nuovo significato alle relazioni. La mia generazione e tutte quelle che verranno non potranno godere dei comfort e del boom economico in cui sono cresciuti i nostri genitori. Ci hanno raccontato un futuro che in realtà ci è stato scippato dalle mani. Ma forse è un bene, perché ogni fine fa parte di un ciclo e, nella catastrofe di un mondo che crolla, abbiamo ora la possibilità di immaginarne uno nuovo da zero, partendo dal riscoprire pratiche di cura e di riconnessione con noi stesse e con la terra. Abbiamo ora la responsabilità di trasformare con le nostre azioni la realtà attorno a noi.     Andrea Vitello
October 26, 2026
Pressenza