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Dove si apre il futuro, dove si prepara il baratro
La vittoria di Lula e quella degli studenti serbi riaprono lo spazio della speranza. In Israele, invece, il sistema di dominio sui palestinesi rischia di sopravvivere a Netanyahu. Oggi è un giorno che ci fa sembrare la Terra, per una volta in anni di miseria, un posto migliore. In Brasile ha vinto Lula. In Serbia hanno vinto gli studenti. Due vittorie che dimostrano che il potere può essere sconfitto e la rassegnazione non è un destino. La vittoria di Lula ferma il ritorno della dinastia Bolsonaro alla presidenza, pur lasciando un Paese diviso e un Congresso nel quale la destra resta forte.  Quella degli studenti serbi ha una forza rivoluzionaria straordinaria come non si vedeva da decenni: una mobilitazione nata dalla richiesta di responsabilità per il crollo della pensilina di Novi Sad. Sedici morti, una domanda che non si è lasciata seppellire, quasi due anni di ostinazione collettiva. Hanno sfidato un potere autoritario e corrotto, nel cuore dell’Europa e hanno portato quella richiesta dalle università alle piazze, fino alle urne, sconfiggendo il sistema di potere di Vučić. Ora dovranno portarla al governo. Hanno conquistato la maggioranza per formare il governo. Vučić ha riconosciuto la sconfitta. Le nuove generazioni, gli accademici, il sapere che esce dalle aule e si assume la responsabilità di un Paese. È anche questo che vedo in questa vittoria: l’umanesimo che torna a essere una forza politica. Questa vittoria deve attraversare i confini. Incoraggiare chi resiste, scuotere chi si è rassegnato, rimettere in cammino chi si era fermato. Queste notizie ci riguardano. Riguardano chi denuncia, documenta, manifesta e la sera si domanda se serva ancora. Il potere conta sulla nostra stanchezza. Aspetta che smettiamo, che ciascuno torni solo davanti alla propria impotenza. Facciamole circolare. Da troppo tempo ci siamo abituati al peggio e all’orrore. Abbiamo bisogno di tornare a immaginare ciò che possiamo cambiare. prosecuzione della protesta degli studenti serbi nell’aprile del 2025 Israele e il volto angelico dei nuovi mostri Ma guardiamo Israele, dove il problema è ciò che rischia di sopravvivere a qualunque risultato elettorale: un sistema feroce di sopraffazione e dominio per il quale i palestinesi sono un’invenzione e i loro diritti non esistono.  I principali contendenti delle elezioni di domani in Israele sono Benjamin Netanyahu, premier e leader del Likud, in sella dal 1996; Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore e già membro del gabinetto di guerra di Netanyahu; Naftali Bennett, ex premier proveniente dalla destra nazionalista e dal movimento dei coloni. Biografie diverse, che non autorizzano alcuna illusione su una svolta per i palestinesi. Perché nessuno dei favoriti si discosta di molto dalle posizioni del governo uscente, che, vale la pena ricordare una volta di più, è il frutto del voto della maggioranza di un Paese che Netanyau lo vota da ben trent’anni. In Israele, malgrado le favole raccontate e l’orrore taciuto dalla stampa mainstream, la sconfitta di Netanyahu, anche se arriverà, non restituirà ai palestinesi la loro terra. Il colonialismo, il razzismo, il suprematismo, l’apartheid e il fanatismo messianico non sono una sua esclusiva e non spariranno con lui e i suoi ministri criminali. Quel fanatismo è radicato nella società, viene alimentato nelle scuole e dagli organi di in-formazione, e capita che possa prende anche il volto apparentemente angelico di una giovane colona israelo-americana, Atara Serwatien, nata in Texas, cresciuta negli Stati Uniti e trasferitasi in Israele ormai da un anno. Una ventenne che già lo scorso maggio, durante la marcia della Giornata di Gerusalemme, aveva dichiarato al giornalista di ABC News James Longman quale alternativa riservare ai palestinesi: “Andatevene, oppure vi uccideremo”. Pochi giorni fa, intervistata nuovamente, questa volta dal Guardian, ha ribadito la stessa minaccia: devono andarsene, “o li uccideremo”. La mostruosità delle parole nel volto angelico di una biondina è il manifesto che sbugiarda l’ennesima menzogna israeliana e dimostra senza ombra di smentita chi sta educando all’odio. È la prova del fanatismo ebraico esibito davanti a una telecamera senza nemmeno avvertire il bisogno di dissimularsi. Senza vergogna. Senza imbarazzo. La nuova normalità che è diventata anche la nostra: si arrestano i ragazzini per le vetrine infrante ma non si arrestano quelli che minacciano l’olocausto e lo praticano. Quale democrazia può dirsi compiuta mentre cresce una simile generazione di mostri, negando al contempo a un altro popolo libertà e autodeterminazione e arrivando a sterminarlo sotto gli occhi inermi e complici dei governi di mezzo mondo? Una società militarizzata e razzista La società israeliana è profondamente militarizzata: la leva obbligatoria coinvolge la maggior parte dei giovani ebrei, uomini e donne; il rifiuto senza un’esenzione riconosciuta può comportare il carcere e, per molti, al servizio seguono decenni di disponibilità ai richiami nella riserva. Ma il nodo va oltre l’organizzazione militare: riguarda il consenso alle politiche razziste e disumane contro i palestinesi. Un sondaggio del marzo 2025 su 1.005 israeliani ebrei, riportato da Reuters, registrava l’82% di sostegno all’espulsione dei palestinesi da Gaza e il 56% a quella dei cittadini palestinesi di Israele. Quasi il 47% approvava l’uccisione di tutti gli abitanti di una città nemica conquistata, secondo l’esempio biblico di Gerico richiamato nella domanda. Sono dati che documentano una disumanizzazione largamente diffusa, non confinata a una minoranza marginale. Nella primavera del 2026, secondo Pew, giudicava eccessivi gli aiuti umanitari statunitensi ai civili di Gaza anche il 50% degli israeliani ebrei che non sostenevano la coalizione Netanyahu. Si può quindi essere contro Netanyahu senza per questo opporsi alla negazione dei bisogni e dei diritti dei palestinesi. L’impunità elevata a sistema È questo il cancro politico: l’impunità elevata a sistema, la sopraffazione accettata come condizione normale, la sedicente “sicurezza” di uno Stato invocata come scudo per cancellare un intero popolo. Un sistema che sta trascinando nel proprio baratro anche l’Europa e gli Stati Uniti, che da oltre tre anni non solo proteggono Israele, ma lo finanziano a oltranza. L’Unione europea non ha trovato nemmeno il coraggio e la dignità di imporre una sola sanzione contro Israele, violando così anche l’articolo 2 dell’Accordo di associazione, che pone il rispetto dei diritti umani come condizione essenziale: quei diritti che Israele viola ogni minuto da oltre 1.100 giorni, e già da prima. Un Occidente che, attraverso l’Unione europea, ha varato 22 pacchetti di sanzioni contro la Russia e zero contro Israele. Ogni eccezione concessa alla violazione dei diritti corrode la credibilità di quei diritti anche a casa nostra. E trasforma ognuno di noi in un potenziale bersaglio domani. La storia può cambiare direzione La portata rivoluzionaria della vittoria degli studenti è questa: aver trasformato una domanda di giustizia in una forza di governo. La vittoria di Lula restituisce respiro al Brasile, respingendo l’ombra dell’autoritarismo. Due vittorie che ci riconsegnano una possibilità: quella di non lasciare in mani indegne anche il monopolio del futuro. Per i palestinesi, la misura del cambiamento ha una sola via, molto concreta: la fine dell’occupazione e della colonizzazione, la libertà, la possibilità di vivere sulla propria terra senza essere espulsi, assediati o uccisi. IL DIRITTO di esistere e autodeterminarsi. A loro non basta che cambi il nome di chi governa Israele. Deve finire la feroce occupazione di chi si attribuisce il diritto di governare le loro vite e stabilirne persino la morte. M. Alessandra Filippi
October 26, 2026
Pressenza
Lula confermato presidente: il Brasile rimane l’argine a Trump in Sud America
Dopo elezioni tiratissime, il presidente uscente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ha vinto il ballottaggio presidenziale, confermandosi per la quarta volta alla guida del Paese. Lula ha ottenuto il 51,79% delle preferenze, battendo il candidato sostenuto da Trump, Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, oggi agli arresti con l’accusa di tentato colpo di Stato. Il risultato è tutt’altro che scontato: Bolsonaro aveva vinto il primo turno con un leggero margine e diversi analisti davano Lula per spacciato. Nella giornata di ieri non sono mancate le complicazioni, con continue segnalazioni di disservizi nel trasporto pubblico – che avrebbe dovuto essere garantito gratuitamente – in diverse città, e Lula che ha descritto la situazione come un tentativo di impedire ai residenti dei quartieri popolari di esercitare il proprio diritto di voto. olsonaro ha già annunciato che contesterà il risultato e chiederà l’annullamento del ballottaggio, rivendicazioni appoggiate da Trump. L’esito, per ora, è stato confermato e rende il Brasile uno dei pochi argini all’agenda di Trump nell’intero continente sudamericano, segnato da elezioni che hanno visto il successo di candidati più vicini al presidente statunitense. Quella di ieri è stata una seconda tornata elettorale caotica per il Brasile. Tra le piogge e quelli che Lula ha descritto come tentativi di interferenza, in numerose città, alcune delle quali governate dal partito di Bolsonaro, si sono registrati disservizi nel trasporto pubblico. «Dopo le elezioni, il passo successivo è chiedere l’arresto di questi sindaci per reati elettorali», ha affermato Lula. «Nessuno può rinunciare a votare solo perché un uomo d’affari disonesto o un sindaco senza scrupoli e criminale ha cercato di impedire alle persone di votare. Voglio chiedere alla gente di non rinunciare a votare». In occasione del voto, il servizio di autobus pubblici avrebbe dovuto essere garantito gratuitamente, con una frequenza pari a quella dei giorni feriali, per consentire a tutti i cittadini di raggiungere i seggi. In molte località del Brasile, infatti, gli autobus rappresentano il principale mezzo di trasporto per i residenti dei quartieri popolari, tradizionale bacino elettorale di Lula. La Corte Suprema ha inizialmente disposto il prolungamento di due ore dell’orario di voto, dalle 17 alle 19, ora di Brasilia, per poi modificare la decisione e limitare l’estensione ai seggi interessati dai disservizi. Nonostante la richiesta di proroga fosse arrivata sia da Lula sia da Bolsonaro, quest’ultimo ha accusato la Corte di aver influenzato il risultato elettorale con la propria decisione, chiedendo l’annullamento del ballottaggio. Per il momento, la Corte ha dichiarato che il prolungamento dell’orario di voto non ha causato problemi nel successivo conteggio delle schede. Lula, dunque, è stato riconfermato presidente. Al primo turno, Bolsonaro si era imposto con il 47,03% delle preferenze, seguito da Lula con il 45,16%. Diversi commentatori davano la vittoria di Bolsonaro quasi per certa, anche alla luce di un precedente storico: in Brasile, nessun candidato che avesse vinto il primo turno delle presidenziali era mai stato sconfitto al ballottaggio. È interessante notare come questa non sia l’unica novità emersa da queste elezioni. L’affluenza al secondo turno è infatti salita all’80,78%, rispetto al 78,92% del primo turno, con un incremento di 1,86 punti percentuali. Considerando gli ultimi trent’anni, si tratta del maggiore aumento registrato tra i due turni e della seconda volta in cui l’affluenza al ballottaggio supera quella del primo turno. La vittoria di Lula ha una considerevole eco anche all’estero. Sin dall’insediamento di Trump, il presidente brasiliano è stato uno dei pochi leader al mondo a opporsi apertamente ai tentativi di ingerenza del presidente statunitense e, a oggi, rimane uno dei pochi leader sudamericani a contrastare l’agenda di Washington. Uno dopo l’altro, diversi Paesi del continente guidati da forze politiche contrapposte a Trump sono passati sotto la guida di politici più vicini agli Stati Uniti. Bolsonaro, del resto, era il candidato preferito di Trump e sosteneva posizioni in linea con gli interessi statunitensi sulle risorse brasiliane. In più occasioni, il presidente statunitense è intervenuto in modo diretto nelle vicende interne del Brasile: è accaduto lo scorso anno, quando Trump ha imposto sanzioni motivate esplicitamente da ragioni politiche per contestare le decisioni della Corte Suprema brasiliana nei confronti di Jair Bolsonaro; quest’anno Washington e alcuni colossi statunitensi del settore digitale hanno sostenuto attivamente la campagna di Flávio Bolsonaro e ostacolato quella di Lula; oggi stesso Trump ha commentato la vittoria di Lula mettendone in dubbio l’esito e appoggiando le richieste di annullamento di Bolsonaro. Luiz Inácio Lula da Silva, meglio conosciuto come Lula, ha 80 anni e alle spalle una lunga carriera politica e sindacale. Nato nel 1945 in una famiglia modesta nello Stato di Pernambuco, nel nord-est del Brasile iniziò a lavorare da giovanissimo come lustrascarpe, per poi diventare operaio metalmeccanico e impegnarsi attivamente nel movimento sindacale. Negli anni Settanta guidò importanti scioperi contro la dittatura militare brasiliana e nel 1980 contribuì a fondare il Partito dei Lavoratori (PT). La sua prima candidatura alle elezioni presidenziali risale al 1989, mentre la prima vittoria arrivò nel 2002. Entrato in carica nel gennaio 2003, fu riconfermato nel 2006 per un secondo mandato, conclusosi nel 2010. Dopo aver lasciato la presidenza, Lula rimase una figura centrale della politica brasiliana. Tornò in corsa nel 2022, sfidando il presidente uscente Jair Bolsonaro e sconfiggendolo al ballottaggio con un margine ristretto. Rientrato alla presidenza nel gennaio 2023, con la nuova vittoria Lula si appresta a guidare il Brasile per la quarta volta. Lula, durante i suoi precedenti mandati, ha sempre sostenuto la sanità pubblica, la riduzione del divario fra ricchi e poveri grazie alla proporzionalità fiscale, la tutela dei diritti in Amazzonia, l’autonomia dalla penetrazione economica e politica USA (ndR). L'Indipendente
October 26, 2026
Pressenza