Non chiamateli pro Pal
Ci chiedevamo dove fossero andati a finire i giovani, dopo che il loro
contributo è stato determinante per affossare il referendum sulla giustizia
voluto da Giorgia Meloni. In questi giorni lo abbiamo capito: sono scesi in
piazza. Il 17 ottobre con molto clamore e vetrine infrante, mettendo in
subbuglio il governo e facendo alzare tutte le voci bipartisan nel condannare
ogni forma di violenza. Ieri, sabato 24 ottobre, violenze non ce ne sono state,
almeno a Milano e i cortei sono stati molto partecipati e allegri, pieni di
studenti, non studenti ed ex studenti e comunque con una straordinaria
partecipazione giovanile. Bene, ottimo segnale per noi sessantottini orfani
della rivoluzione: quella degli ideali, naturalmente, della giustizia e
dell’equità sociale.
Mentre questo governo sta facendo di tutto per criminalizzare le giuste esigenze
di una generazione che vede il proprio futuro messo a rischio da guerre,
disastri ecologici, concentrazione di ricchezze e I.A., i giovani si organizzano
a modo loro. Perché ogni generazione ha una modalità tutta sua di vivere,
gioire, soffrire, organizzarsi e comunicare che chi viene prima di loro non
capisce e spesso svaluta e denigra come se si trattasse di motivazioni sbagliate
e inconsistenti. Sto pensando ad esempio alla consuetudine invalsa nell’uso
giornalistico, televisivo e politico di etichettare come “pro Pal” tutti coloro
che manifestano a favore della Palestina. Però si tratta di uno slogan
denigratorio, buono per i tempi superficiali che stiamo vivendo, ma
assolutamente deleterio per comprendere le ragioni di chi ha a cuore la causa
palestinese.
Bollati come “pro Pal”, sembra che questi giovani siano tutti violenti e rissosi
e non persone informate e sensibili, perché questo slogan li fa apparire tutti
dalla parte di Hamas e del terrorismo. Ma anche senza escludere che esista –
come sempre – un ristretto numero di esaltati ed estremisti, i giovani che
manifestano per la casa, lo studio, la Palestina e per tutte le loro infinite
buone ragioni, non sono proprio tutti così. Lo si è visto durante le scorribande
del 17 ottobre: c’è stata una minoranza di teppisti inglobata
non-si-sa-ancora-come all’interno di cortei pacifici delle cui ragioni nessuno
dell’informazione si è preoccupato, focalizzandosi invece esclusivamente sulle
azioni violente. Che poi sono consistite in vetri infranti e ridicoli saccheggi
di felpe, perché nessuno si è fatto male, nessun negoziante ha riportato ferite
o lesioni. Ma già, nel nostro mondo la merce, la proprietà privata e il business
hanno un valore a cui a volte la vita umana viene sacrificata (per il petrolio
venezuelano, quanti pescatori sono stati bombardati e affogati dagli USA?).
Questa è una strategia che ormai ben conosciamo dal G8 di Genova del 2001 in
poi, con i black bloc violenti che hanno provocato una ancora più violenta e
sanguinaria (programmata?) azione della polizia.
Questa subdola equivalenza tra manifestazioni giovanili e violenza è la vera
“disinformazia” di cui preoccuparci. Il governo di destra dal pugno di ferro ci
tiene a dirci che non accetta la violenza” (e già questa è un’affermazione
sorprendente) e intanto si accanisce con violenza sui manifestanti varando
l’ennesimo pacchetto sicurezza che inasprisce le pene e in particolare ai
minorenni. Dunque attenzione alle etichette: un “pro Pal” è già bollato a
priori, non può rivendicare ragionamenti e motivazioni. Perché in Occidente
nessun governo è dalla parte della Palestina, e a sostenerla sono solo le
persone, dal basso. Per alcuni, un vero atto di insubordinazione.
Redazione Milano