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Fronte del Porto
IL governo ci mette una pezza sul versante fiscale e prepara i lacrimogeni per la piazza. Perché se da un lato si prepara ad alzare a 60.000 euro lo scalone del 33%, con le misure negoziate sul fronte degli autotrasportatori e di una parte (quella dei senza parte) di piccole e piccolissime imprese la faccenda si complica. Per ora ha rotto lo schieramento, il fronte unito della protesta, incassando alcuni importanti consensi. Ma… Vediamo intanto cosa è passato. Crediti d’imposta e altri incentivi ad acquistare nuovi veicoli a chi non ha mezzi euri 5, 6, 7, questo è sicuro. Ma proprio questo divide nettamente Confindustria e Associazioni di categoria per trasporti, logistica e turismo, mettendo su fronti contrapposti grandi e piccoli. Me lo spiego meglio. Il tema dell’esclusione (o delle fortissime difficoltà di accesso) di molte piccole e medie imprese (PMI) dai crediti d’imposta sul “caro gas” e “caro energia” non dipende dalla natura giuridica dell’impresa. Sono tutti autonomi a partita d’IVA, ma la dimensione aziendale fa la differenza soprattutto in relazione alle soglie e condizioni operative stabilite dai decreti governativi. Sono queste a determinare l’esclusione delle aziende medio-piccole dai benefici fin qui messi in atto. Innanzitutto i crediti d’imposta più cospicui (spesso fino al 40%-45%) sono stati destinati in via prioritaria alle cosiddette imprese gasivore. Per rientrare negli elenchi ufficiali (gestiti dalla Cassa per i servizi energetici e ambientali – CSEA), un’azienda deve superare volumi di consumo di gas estremamente elevati (spesso nell’ordine di decine o centinaia di migliaia di Smc all’anno). Le piccole e medie imprese (come ristoranti, piccoli laboratori, officine o studi), pur avendo consumi proporzionalmente molto impattanti sul proprio bilancio, non raggiungono le soglie fisiche richieste e sono quindi escluse da queste aliquote privilegiate. Anche per i crediti dedicati alle imprese “non gasivore”, la normativa ha previsto un requisito stringente: per poter richiedere il credito d’imposta, l’azienda deve dimostrare che il prezzo di riferimento del gas nel periodo considerato abbia subito un incremento percentuale minimo (spesso superiore al 30%) rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. Per le piccole imprese che avevano stipulato contratti di fornitura a prezzo fisso in precedenza (o che avevano clausole particolari con i propri fornitori), questo incremento calcolato secondo i parametri rigidi del ministero spesso risultava inferiore alla soglia per una manciata di punti percentuali, tagliandole fuori dal beneficio. La soglia minima sui contatori o sui consumi è poi stata posta molto in alto. Nel caso delle misure sull’energia elettrica e sul gas, lo Stato ha spesso fissato limiti tecnici di accesso che hanno ridotto di molto la platea. Per l’energia elettrica venivano ammesse solo le aziende con un contatore di potenza disponibile pari o superiore a 16,5 kW (poi ridotto in alcuni decreti a 4,5 kW). Per il gas, venivano richiesti consumi minimi stimati che molte micro-imprese del settore terziario o commerciale non riescono ad attestare. Infine c’è un costo legato alla burocrazia e ai costi di perizia/certificazione. Perché per accedere a diversi crediti d’imposta di ultima generazione (come i piani legati all’efficienza energetica o alle certificazioni ex-ante/ex-post), le imprese devono avvalersi di diagnosi energetiche certificate, perizie asseverate da parte di ingegneri o tecnici abilitati, certificazioni contabili dei revisori. In sintesi le PMI sono state penalizzate dal fatto che i sostegni sul caro-gas sono stati strutturati principalmente per tutelare i grandi distretti industriali ad alto consumo energetico (acciaierie, ceramiche, vetrerie, cartiere), lasciando al tessuto di micro e piccole imprese tutele residuali e spesso troppo complesse o onerose da richiedere. Ma la vera e ulteriore contraddizione, in vista dei comportamenti di piazza, è tra chi può godere di un vantaggio fiscale dichiarando più del giusto e chi invece conta sul nero per restare sul mercato. Questo è un popolo che finora ha avuto nelle destre il proprio referente di ultima istanza. Ma lì il populismo sconta un limite oggettivo: per rappresentarlo politicamente non può governarlo in chiaro. Questo è un problema per la Meloni ma lo è anche per Trump e quanti hanno fino ad oggi cavalcato la tigre. Quindi in un certo senso con le misure prese il governo sta segando il ramo su cui si era seduto, con questi crediti d’imposta che non vanno a gratificare una parte numericamente consistente della base elettorale che lo vota. Va ricordato a tal proposito che il tessuto economico italiano è composto per oltre il 95% da micro, piccole e medie imprese (commercianti, artigiani, piccole officine, ristoratori). Ed è in quel serbatoio che oggi si vede una spaccatura. Usando un lessico maoista mi verrebbe da dire che fin qui, da Berlusconi a Meloni, questa è stata una “contraddizione in seno al popolo”, ma per rimanere tale – secondo quella lezione – non si devono usare forza e coercizioni. Quella lezione Mao la traeva dalla rivolta anti-sovietica in Ungheria che mostrò cosa succede quando un regime ignora i malumori del popolo. Mao capì che se i governanti comunisti avessero trattato le critiche popolari con repressione (trattando il popolo come “nemico”), avrebbero trasformato una contraddizione non antagonistico-popolare in una vera e propria rivolta antagonistica contro lo Stato. Quel che resta da vedere quindi è sé questa volta il fronte di classe si ricompatterà o se la contraddizione si muterà da conflitto in antagonismo (un tempo si sarebbe detto lotta di classe). Ovviamente nel nostro caso c’è un piccolo problemino: non c’è il Partito della classe operaia a fare da guida e interprete della contraddizione, mentre c’è una notevole presenza di soggetti che ne possono a giusto titolo diventare il bersaglio. Perché le masse possono avere un ruolo e persino ridefinire il popolo, senza che una sintesi stabile sia pensata a priori o necessaria. Perché il popolo si può dividere mentre lo Stato resta del Capitale. Michele Ambrogio
October 24, 2026
Pressenza