Unica Zürn / Una riscoperta
Si comincia dall’oggetto, perché qui l’oggetto è già una tesi. Primavera oscura
sta nel palmo di una mano: settantasette pagine, un formato raccolto, una
sobrietà che non ha nulla di povero. Esce nella collana “scrittura e immagine”
di Scaldasole Books, sigla che fa capo all’omonima libreria milanese ed è
guidata da Giulia Basaglia. Un esordio editoriale di solito si annuncia con il
rumore. Questo si annuncia con la misura, che è merce più assai rara.
Il libro è piccolo ma di grande concezione. Al testo sono allegate, sciolte,
delle cartoline che riproducono i disegni di Zürn. Non sono illustrazioni né
ornamenti a margine della pagina: l’editrice le ha volute, per sua
dichiarazione, con una vita autonoma, potenzialmente slegata dal racconto.
L’idea è giusta due volte. Lo è perché Zürn non fu una scrittrice che ogni tanto
disegnava, né una pittrice che ogni tanto scriveva. Fu le due cose in un solo
gesto, e i suoi inchiostri (grovigli di volti, occhi, uccelli, vegetazioni che
si convertono in anatomie) nascono dallo stesso automatismo da cui vengono i
suoi anagrammi e le sue prose. Lo è poi perché la cartolina è il formato più
eloquente per questa scrittura: un messaggio breve, spedito da lontano, che si
può leggere, conservare, appendere, sottrarre al volume che lo contiene. Le
immagini non commentano il racconto, gli sono parallele. Si avverte in ogni
pagina del volume il lavoro paziente e scrupoloso di chi sceglie ogni cosa a
mano e sa che un libro è anche un oggetto da custodire. In un’editoria che
scambia spesso l’eleganza per la vezzosità, la raffinatezza di questa piccola
casa editrice ha invece una funzione critica: mostra che l’impaginazione, la
carta e la forma delle immagini fanno parte dell’interpretazione.
Vale la pena ricordare chi fu l’autrice. Nata a Berlino-Grunewald nel 1916,
Unica Zürn entra giovanissima nella macchina cinematografica della Ufa, si sposa
nel 1942, ha due figli che dopo il divorzio le vengono sottratti, e campa per
anni di scrittura minuta: radiodrammi, racconti, collaborazioni per i giornali.
La svolta è il 1953, quando a Berlino incontra Hans Bellmer, l’inventore della
Poupée – l’inquietante scultura a forma di bambola articolata con parti del
corpo intercambiabili, creata nel 1934, come rivolta contro l’ordine corporale
simmetrico e militarista imposto dal nazismo – esule a Parigi dal 1938, e lo
segue in Francia. Da quel momento è una pittrice e poetessa che il surrealismo
accoglie senza sapere bene che farsene. Espone i disegni, pratica l’anagramma
come un oracolo (i Hexentexte del 1954 sono già un piccolo classico), compare
nelle mostre del gruppo.
Con Bellmer nasce anche il sodalizio più discusso, quello delle fotografie della
fine degli anni Cinquanta in cui il suo corpo nudo è stretto dallo spago in
posizioni contorte. La critica non ha mai smesso di interrogarle. C’è chi vi
legge una complicità creativa tra due artisti che condividono la stessa
ossessione per la corporeità smembrata e ricomposta. C’è chi vi vede la
trasformazione in oggetto d’arte di una donna già fragile, chiamata a incarnare
le fantasie erotiche di un altro. La domanda non si scioglie in un solo senso.
Ma Primavera oscura è, tra le altre cose, la risposta che Zürn dà dall’altra
parte dell’obiettivo.
Nel 1957 arriva l’incontro con Henri Michaux, poeta e pittore, maestro di una
scrittura dell’inconscio, delle droghe enteogene e dei disegni che scavano
nell’invisibile. Per Zürn è un amore assoluto e la porta della prima crisi.
Seguono gli internamenti a Sainte-Anne, alla Maison Blanche, poi a Wittenau, a
Berlino. Ne verrà fuori L’Homme-Jasmin, resoconto in terza persona di quelle
degenze, pubblicato in Francia da Gallimard nel 1971 e dedicato a Michaux. Il 19
ottobre 1970 Unica Zürn si uccide gettandosi dalla finestra dell’appartamento
parigino di Bellmer. Aveva cinquantaquattro anni.
Di questa figura l’Italia sa pochissimo, e l’ingiustizia va precisata. Negli
anni Ottanta La Tartaruga ne aveva tradotto L’uomo nel gelsomino insieme ad
altri testi, tra cui la stessa Primavera oscura (Silvia Bortoli e Lydia
Magliano). Due diari, curato da Eva-Maria Thüne per L’Obliquo nel 2008, ha
presentato altre pagine. Sono presenze rade, che non hanno mai fatto di Zürn un
nome noto al lettore comune. Altrove la ricezione è stata più ostinata. In
Francia il libro uscì presto, da Belfond nel 1971 come Sombre printemps, con un
frontespizio di Bellmer, e la sua autrice fu letta come una presenza marginale
ma costitutiva del surrealismo parigino. In Germania la riscoperta passa dal
lavoro filologico dell’edizione delle opere curata da Günter Bose ed Erich
Brinkmann (Berlino, 1988-1999, otto volumi) e dalle raccolte di Inge Morgenroth
per Lilith all’inizio degli anni Ottanta, che consegnarono Zürn alla critica
femminista. Quella lettura ha fatto il suo lavoro migliore proprio sul nodo che
ci interessa: che cosa diventa il mito surrealista dell’amour fou, e della
follia come rivelazione, quando a viverlo è la donna che dovrebbe ispirarlo.
Primavera oscura, scritto nel 1967 e uscito ad Amburgo nel 1969, risponde con
una precisione quasi crudele. È il racconto di un’infanzia berlinese, e della
scoperta precoce e violenta del corpo e del desiderio, in un mondo adulto che
non vede, non sa, o preferisce non sapere. Il titolo è un’inversione ironica: la
primavera dell’adolescenza, che dal Risveglio di primavera di Wedekind in poi la
letteratura tedesca ha caricato di promesse e di tragedie borghesi, diventa qui
una stagione senza luce, in cui il desiderio non libera, espone. Quel che il
surrealismo di scuola bretoniana aveva trasformato in poetica della
femme-enfant, musa candida e transitoria, Zürn lo restituisce come esperienza:
lo sguardo maschile che incombe, l’infanzia già segnata dalla sessualità degli
altri, il riconoscimento negato. Manca ogni pathos. La prosa procede per periodi
brevi, in terza persona, con una freddezza da referto che a prima vista sembra
frammentazione e invece è controllo. Il dolore non viene raccontato, viene
registrato. È da questa lucidità che nasce lo sgomento del lettore. L’edizione
americana curata da Caroline Rupprecht ha insistito proprio su questo scarto
rispetto al mad love romanticizzato dai surrealisti uomini. Il racconto, infine,
prefigura il gesto che chiuderà la vita dell’artista, e lo fa senza enfasi, come
un dato già scritto.
In un libro così tutto dipende dal tono, e la traduzione di Margherita Malerba,
affidata a una frase asciutta che non cerca di addolcire il testo né di
caricarlo, mostra di averlo capito. La postfazione di Paola Del Zoppo lo
inquadra senza soffocarlo e legge il racconto non come sintomo di una malattia
ma come diagnosi di “un ordine che produce soggetti vulnerabili e poi li
abbandona”: è un’impostazione che restituisce a Zürn la dignità di autrice, non
di caso clinico. Piccolo com’è, questo volume fa dunque più di quel che
promette. Restituisce un’artista completa, di cui si riconoscono insieme il
tratto e la frase. Rimette in circolazione un testo necessario, in una
traduzione nuova. Lo fa in una forma (il libro, le cartoline, la misura) che è
già una lettura critica di Zürn. Si può leggere in un’ora. Si fatica molto di
più a dimenticarlo.
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