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La polizia francese è ancora al servizio dei cittadini?
> Una polizia repubblicana non è semplicemente una polizia posta sotto > l’autorità della Repubblica. È una polizia che protegge i cittadini, > garantisce le loro libertà, fa rispettare la legge e ricorre alla forza fisica > solo come misura estrema, quando ciò sia necessario e proporzionato. Protegge > l’ordine pubblico, certo, ma questo ordine ha senso solamente se consente lo > svolgimento e l’esercizio delle libertà pubbliche. Ebbene, da una quindicina di anni, cosa stiamo vedendo? Cariche, manganellate, spari di proiettili di gomma e lanci di granate, accerchiamenti, fermi talvolta brutali, manifestanti feriti – persino mutilati –, giornalisti o osservatori colpiti. Non stiamo parlando di qualche “abuso o violenza” isolati. Da diversi anni, le pratiche francesi di mantenimento dell’ordine sono oggetto di critiche documentate, provenienti dal Difensore dei diritti, da ricercatori e da organizzazioni per la difesa dei diritti umani.1 È ovviamente necessario ricordare che gli agenti di polizia e i gendarmi si trovano talvolta di fronte a violenze reali. Lanci di oggetti, incendi e aggressioni nei confronti delle forze dell’ordine non possono essere minimizzati né giustificati. Ma la responsabilità di una polizia democratica consiste chiaramente nel non lasciarsi trascinare nella logica della violenza che si trova ad affrontare. Poiché detiene, per conto della collettività, il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica, essa è soggetta a obblighi e regole più elevati rispetto a quelli richiesti ai cittadini. QUANDO IL MANTENIMENTO DELL’ORDINE PROVOCA DISORDINE Per lungo tempo, uno dei principi fondamentali del mantenimento dell’ordine è consistito nel preservare una distanza tra le forze dell’ordine e i manifestanti. [2].  Si trattava, nello specifico, di evitare il corpo a corpo e prevenire lo scontro, anziché ricercarlo. Ricordo numerose manifestazioni a Parigi e a Tolosa, in cui le direttive e il principio, ben evidenti, erano di fare in modo che vi fosse il minor numero possibile di violenze. Ed è proprio quello che accadeva. Questa logica è progressivamente diventata ingarbugliata e confusa: il ricorso a unità più mobili, a interventi rapidi all’interno dei cortei, a strategie di arresto immediato e, talvolta, a unità non sufficientemente addestrate al mantenimento dell’ordine pubblico, ha moltiplicato le situazioni di contatto. E il contatto, per effetto imitazione, genera altro contatto. Quando un’unità penetra in un corteo per fermare una persona, quando una carica disperde indistintamente manifestanti pacifici e autori di violenza, quando l’utilizzo di un’arma cosiddetta “intermediaria”, ferisce qualcuno che non costituiva una minaccia, l’operazione che avrebbe dovuto ristabilire l’ordine, diventa essa stessa fonte di disordine. Il fatto stesso che le cosiddette forze dell’ordine siano massicciamente concentrate nei punti in cui la manifestazione si disperde, genera inevitabilmente tensioni e scontri che potrebbero essere evitati in assenza di tali forze, che dovrebbero intervenire solamente quando viene commesso un delitto. Quando le tecniche di ‘mantenimento dell’ordine’ accrescono le tensioni e scatenano violenze da entrambe le parti, chi non capisce che i metodi sono lontani dall’obiettivo prefissato? Altri paesi europei hanno sviluppato approcci maggiormente basati sulla comunicazione, sulla negoziazione e sulla distensione [3]. Ciò non significa, ovviamente, che non vi sia alcun intervento quando vengono commessi atti di violenza, ma che l’obiettivo primario consiste nel consentire lo svolgimento della manifestazione, nell’isolare il più possibile i comportamenti violenti e nel ridurre le occasioni di scontro. In altre parole si tratta di impedire la violenza anziché vincere lo scontro. PROTEGGERE LE MANIFESTAZIONI, NON CONSIDERARLE UNA MINACCIA Una manifestazione non costituisce un turbamento dell’ordine pubblico. Si tratta di un principio democratico indiscutibile, in quanto espressione dell’esercizio di una libertà pubblica. È davvero triste, oggi, doverlo ricordare, tanto tale principio viene messo in discussione. La missione primaria delle forze dell’ordine dovrebbe dunque essere quella di consentirne lo svolgimento nelle migliori condizioni possibili. Il manifestante pacifico non dovrebbe mai avere la sensazione di trovarsi di fronte a una forza avversa. Eppure, nel nostro immaginario collettivo, manifestare diventa un’attività potenzialmente pericolosa, al punto che si consiglia di indossare occhiali protettivi contro i gas lacrimogeni, che si nutrono preoccupazioni prima di portare i propri figli a un corteo, che ci si guarda intorno quando arrivano di corsa gli agenti di polizia. Questa banalizzazione dell’idea che manifestare sia rischioso è davvero preoccupante. Una democrazia autentica e vitale dovrebbe essere in grado di accogliere la contestazione, anche quando questa è massiccia, rumorosa, molesta o profondamente ostile al governo in carica. Poiché il diritto di manifestare non è concesso dal potere; esso costituisce, al contrario, uno degli strumenti di cui i cittadini dispongono per opporvisi. POLIZIA DELLA REPUBBLICA O POLIZIA DEL GOVERNO? La polizia ha il compito di proteggere i cittadini o di proteggere il potere? La questione non è nuova, ma si pone con maggiore acutezza sulla scia del movimento degli studenti liceali, dopo diversi altri – tra cui, in particolare, quello dei “Gilet gialli” e le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni. Certamente, la polizia è un’istituzione dello Stato. Essa dà esecuzione alle decisioni prese dalle autorità legittime. Tuttavia, in uno Stato di diritto, servire lo Stato non può significare servire ciecamente il governo. Lo Stato repubblicano non si identifica soltanto con il potere esecutivo; esso comprende anche il diritto, le libertà pubbliche, la separazione dei poteri e le garanzie riconosciute ai cittadini. Una polizia pienamente repubblicana non può dunque essere semplicemente il braccio armato dello Stato quando si tratta di contenere la contestazione sociale. Deve essere anche garante del diritto dei cittadini di contestare quello stesso Stato. Questa distinzione è fondamentale. Poiché, quando un governo avvia una riforma fortemente contestata e centinaia di migliaia di persone scendono in piazza per opporvisi, la polizia non dovrebbe mai apparire come l’ultima linea di difesa del potere politico contro la sua stessa popolazione. Dovrebbe rimanere ciò che è chiamata a essere: una forza pubblica al servizio di tutti. LA VIOLENZA DELLA POLIZIA DANNEGGIA ANCHE LA POLIZIA STESSA Gli agenti di polizia non sono gli unici responsabili di questa situazione. Tali funzionari attuano strategie, dottrine e ordini definiti dalle autorità politiche e prefettizie. Molti desiderano certamente svolgere il proprio lavoro con professionalità, pur in situazioni difficili. Molti subiscono essi stessi le conseguenze di strategie che li pongono in prima linea, li espongono alla violenza e li intrappolano in un confronto, in cui possono, a loro volta, diventare vittime. Ecco perché parlare di violenze da parte della polizia non significa essere ostili alla polizia stessa. Può significare, invece, auspicare un altro tipo di polizia: una forza meglio formata, meno militarizzata nelle dotazioni e rappresentazioni e azioni, che privilegi il dialogo e la distensione, che ricorra alla forza fisica solo come extrema ratio e che disponga di meccanismi di controllo realmente indipendenti. Una polizia, dunque, intesa non come forza contrapposta alla popolazione, bensì come un’istituzione che alla popolazione appartiene. [4]. RITROVARE IL SIGNIFICATO E SENSO DELLA FORZA PUBBLICA L’articolo 12 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 è esplicito: “La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino necessita di una forza pubblica. Questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti, e non per l’utilità specifica di coloro ai quali essa è affidata”. Ciò significa che la forza pubblica non è istituita innanzitutto per proteggere chi governa. Essa esiste per garantire i diritti. La questione se la polizia francese sia ancora pienamente repubblicana impone di esaminare più a fondo la dottrina, le pratiche, le dotazioni, gli ordini impartiti e il concetto stesso del mantenimento dell’ordine. Una Repubblica “forte” non è una Repubblica la cui polizia è la più temuta. È quella in cui un cittadino può manifestare contro il potere senza mai dover temere coloro che hanno ricevuto il compito di proteggere proprio i suoi diritti. -------------------------------------------------------------------------------- Note [1] Rapporto –Il mantenimento dell’ordine alla luce delle regole di deontologia. Difensore dei diritti    Le maintien de l’ordre au regard des règles de déontologie. Défenseur des Droits [2]  Gilet gialli: uso eccessivo della forza e della violenza della polizia. Amnesty International Gilets jaunes : usages excessif de la force et violences policières. Amnesty International [3] Studio – Distensione della violenza e gestione delle folle dei manifestanti. Difensore dei diritti Étude – Désescalade de la violence et gestion des foules protestataires. Défenseur des Droits [4] Manifestazioni: il Difensore dei diritti cita le raccomandazioni sul rispetto delle regole di deontologia per le forze di sicurezza. Difensore dei diritti  Manifestations: la Défenseur des droits rappelle ses recommandations sur le respect des règles de déontologie par les forces de sécurité. Défenseur des Droits -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI ILARIA MASCETTI. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Alain Refalo
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