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Passeggiata di Natale
Faccio la mia passeggiata, essa mi porta un poco lontano e a casa; poi, in silenzio e senza parole, mi ritrovo in disparte. Epigrafe sulla tomba di Robert Walser, nel cimitero di Herisau La morte di Robert Walser sembra in tutto e per tutto un racconto walseriano. Il pomeriggio di Natale del 1956 il corpo dello scrittore viene trovato disteso nella neve un po’ fuori della cittadina di Herisau, nella Svizzera orientale. Walser era intento in una delle sue celebri passeggiate, a cui si era dedicato sempre, nei giorni festivi, anche nel corso degli ultimi ventitré anni trascorsi nella clinica psichiatrica di Herisau (Haus 1, «padiglione degli uomini tranquilli»). Neve e passeggiate sono due protagonisti dei suoi racconti e delle sue poesie. Ma non è tanto, o soltanto, questo a rendere così walseriana la sua morte. Secondo W. G. Sebald – che allo scrittore svizzero ha dedicato pagine insieme profonde e di rara delicatezza – l’ideale di Walser era «sfidare la gravitazione». Come è stato notato, l’unica foto rimasta del corpo di Walser adagiato sulla neve (con il cappello leggermente in disparte) ha davvero un che di magico. Tra le ultime quattordici impronte dei suoi ultimi sette passi e il cadavere c’è un inspiegabile spazio di neve intonsa, come se per qualche attimo Walser avesse volato; come se la gravitazione infine fosse stata vinta dalla leggerezza. Un balzo quasi impercettibile, un «preferirei di no» rivolto alla clinica psichiatrica. Cioè al mondo. Simone Weil ha ipotizzato l’esistenza di una corrispondenza precisa tra i «miracoli» e un’esatta disposizione dell’animo. Se così fosse, per sfidare la forza di gravità ci vuole una ben specifica virtù. Forse quella di cui parla uno dei Microgrammi walseriani: «Questo paesaggio innevato lo vorrei grazioso. E spero che andrà così. Aveva appena fioccato, e la neve, nonostante una certa morbidezza, era ancora piuttosto compatta. C’era aria di virtù in me, adesso. Voglio essere gentile con le persone, ma a patto di poter magnificamente rinunciare a tutti quanti». L’estrema mossa di Walser assomiglia allora a un passo d’addio (titolo di una raccolta di poesie di Cristina Campo, nonché riferimento all’ultimo saggio di danza con cui le ballerine si congedano dalla scuola e dalle proprie compagne). Un passo che indica anche una dimensione dello spirito: «Era solito, allora, sognare senza parole né pensieri, non farsi più alcun rimprovero e abbandonarsi alla deliziosa stanchezza» (I fratelli Tanner). Walser ha trasformato se stesso in una delle sue umbratili figure: «Ma ho ancora una cosa nelle mente: sarebbe bello fare il saltimbanco. Un famoso funambolo, con i fuochi d’artificio sul dorso, le stelle sopra di me, un abisso accanto, e davanti una via così piccola, così sottile, su cui avanzare». Forse è proprio così che Walser ha salutato il principio d’individuazione (con le sue impronte) per ricongiungersi con l’ápeiron (l’indeterminato bianco). Si legge in un’annotazione del direttore dell’Istituto Waldau, in cui Walser era stato internato prima della clinica di Herisau: «Uno schizofrenico molto calmo, socievole, che vive per metà della giornata nei suoi sogni di poeta scrivendo un po’, e i lavori di giardinaggio nell’altra metà». Walter Benjamin ha scritto che i racconti di Walser cominciano là dove finiscono le fiabe. Con le quali hanno in comune soprattutto l’idea che la felicità non può darsi come compito, ma giunge unicamente per soprammercato. La morale walseriana è proprio lì, «nel punto che ancora prima ci pareva fondamentale [e dove] d’un tratto non si trova nulla» (Sebald). L’ideale walseriano, non a caso, era diventare «uno zero». Per accompagnarci nel territorio della fiaba, disponiamo di una maestra assoluta: Cristina Campo. La quale ha descritto «con lievi mani» le virtù da cui dev’essere toccato l’eroe di fiaba per scoprire il passaggio segreto nel bosco, quel luogo raggiunto dopo mille peregrinazioni, pur essendo proprio a due passi dall’inizio del cammino. «Come scegliere di volta in volta fra abbandono ed astuzia, ingenuità e sapienza, memoria e oblio salutare? Uno vince perché in un paese di creduloni e integranti fu diffidente e segreto, l’altro perché si affidò infantilmente al primo venuto, o addirittura a un cerchio di malfattori. Enigma ogni giorno nuovo, proposto e mai risolto, se non nell’ora decisiva, nel gesto puro – non dettato da nulla ma alimentato, giorno per giorno, di pazienza e silenzio». Quella di affidarsi infantilmente al primo venuto, o a un cerchio di briganti incontrati nelle passeggiate apparentemente più ordinarie, è una virtù che Walser ha sperimentato in sommo grado. Quanto alla pazienza e al silenzio, nelle camerate e nel giardino della clinica li ha soppesati grammo per grammo. Portandoli con sé anche nel «territorio della matita», cioè nei momenti in cui scriveva con un lapis, su fogli volanti, bigliettini e ricevute, i suoi testi minuscoli e apparentemente indecifrabili, rimasti per anni in una vecchia scatola da scarpe. Walser è stato davvero un eroe di fiaba. Se n’è andato «in disparte» senza aver mai ceduto alla logica della potenza, preferendole sempre «la mancanza di scopi, il buon umore senza ragione, la gioia immotivata». Come i suoi eroi di fiaba – dissimulati nei racconti, nelle poesie, nelle micrografie: un chiodo, una stufa, un fiocco di neve. «C’erano una volta dei fiocchi di neve che, non avendo niente di meglio da fare, volarono giù sulla terra. Molti volarono sui campi, e là rimasero, altri caddero sui tetti e là rimasero, diversi altri caddero sui cappelli e cappucci di persone che camminavano in fretta e là rimasero finché non vennero scossi via, alcuni pochi volarono sulla faccia fida e cara di un cavallo, e rimasero sulle ciglia lunghe degli occhi equini, un fiocco di neve volò dentro una finestra, ma quello che vi fece non è mai stato raccontato, comunque rimase là». Leggere Walser mi infonde allo stesso tempo commozione, buon umore e un’immotivata gratitudine per gli esseri e le cose. Forse anche la rivoluzione è preceduta da impronte ben visibili e poi, improvvisamente, da uno spazio intonso che nessuno sa come sia stato saltato. Un pensierino per l’anno nuovo: come tenere insieme la necessaria rivolta contro un mondo ignobile e il senso di grata pienezza di fronte ai fiocchi di neve o alla faccia «fida e cara di un cavallo»?
Semi che germogliano all’inferno
Vladimir Žabotinskij, il fondatore dell’organizzazione paramilitare sionista Irgun, ammetteva senza fronzoli: «[I palestinesi] guardavano la Palestina con lo stesso amore istintivo e con lo stesso fervore con cui un qualsiasi Azteco guardava il suo Messico o un qualunque Sioux guardava la sua prateria». Il colonialismo sionista ha fatto di tutto per rimuovere tali paralleli storici. Ma l’orrore di Gaza ci fa vedere in diretta – equipaggiato con tutti i mezzi che il complesso scientifico-militare-industriale ha sviluppato nel frattempo – l’annientamento dei nativi americani o degl’aborigeni d’Australia. Per questo è tanto vertiginoso quanto necessario elaborare e mettere in pratica una concezione della storia more Gaza demonstrata Prendiamo la ben nota frase dello storico Patrick Wolfe (al quale dobbiamo alcuni degli studi più puntuali sul colonialismo d’insediamento): «l’invasione coloniale di una terra per crearvi degli insediamenti è una struttura, non un evento». (Da cui discende il corollario: «l’eliminazione dei nativi è un principio organizzativo».) Questa struttura rende ancora operativa nel 2025 la giustificazione giuridica dell’esproprio coloniale fornita nel 1689 da John Locke (Secondo trattato sul governo): proprietario della terra non è chi vi risiede, ma chi la mette a profitto. Definire terra di nessuno (terra nullius) gli ambienti abitati dalle popolazioni native è l’architrave dell’insediamento coloniale. Non si tratta di un evento, appunto, ma di una struttura. Tant’è che le leggi sulla terra nullius sono state abrogate, in Australia, solo nel 1992, a lavoro ampiamente concluso. L’esproprio non si è compiuto solo con la coercizione fisica, ma anche con i contratti commerciali e con i trattati legali. Lo stesso vale per la colonizzazione sionista: «L’architettura di sfollamento del regime israeliano usa tanti metodi diversi, ma hanno tutti un unico scopo: controllare quanta più terra possibile tenendo all’interno quanti meno palestinesi possibile, senza innescare i campanelli d’allarme internazionale – sia attraverso l’invenzione di “dispute immobiliari”; demolendo case costruite “senza autorizzazione”; rubando terre dichiarandole “zone militari”, “siti archeologici”, “tutela ambientale” o “proprietà dello stato”; o semplicemente stroncando la crescita delle comunità palestinesi isolandole e recidendo i loro legami economici e sociali con le città vicine. Il progetto sionista ha già creato le narrazioni per rendere legale e giustificare la sostituzione del nativo con il colono» (Mohammed El-Kurd, Vittime perfette e la politica del gradimento, Fandango, Roma, 2025). La celebre frase di Kafka – «le catene dell’umanità torturata sono fatte di carta protocollata» – vale in particolare per le colonie. È il sovrano – in epoca moderna, lo Stato – a decidere chi è il legittimo proprietario della terra. Lo Stato, insieme prodotto e garante dell’esproprio delle terre, rivela proprio nei colonialismi d’insediamento il rapporto di implicazione reciproca tra la violenza extra-legale e l’estensione dell’imperio della legge: la seconda sancisce la prima, occultandola. Non a caso lo Stato sionista, unico colonialismo d’insediamento rimasto incompiuto – un’incompiutezza che si chiama resistenza palestinese –, è il solo Stato al mondo a non avere confini definiti. Più terra viene strappata con la violenza ai palestinesi, più si allarga lo Stato israeliano, con la relativa giurisdizione. «Il colonialismo è il rapinatore e simultaneamente il poliziotto, che commette il crimine e lo rende legale» (Mohammed El-Kurd). Il rapporto che le leggi di Tel Aviv hanno con le azioni extra-legali dei coloni ai danni dei palestinesi è lo stesso che quelle di Washington avevano con le ruberie e le stragi compiute dai cowboy ai danni dei nativi americani. Né le «leggi fondamentali» d’Israele né la Costituzione degli Stati Uniti ammettono ufficialmente l’incendio di villaggi e l’espulsione armata dei suoi abitanti da parte di privati cittadini, ma ciò che chiamiamo «Stato d’Israele» e «Stati Uniti d’America» sono niente meno che la legalizzazione di quelle violenze. Più passa il tempo, più il fatto compiuto diventa un fatto giuridico. La differenza tra i due contesti è che nel caso del sionismo il suo «genocidio incrementale» («l’eliminazione del nativo come principio organizzativo») è tutt’ora in corso, mentre la violenza contro i nativi americani è stata conclusa, cioè sancita e occultata. Il cosiddetto «piano Trump» prende atto che l’alleato sionista ha subìto una cocente sconfitta (lo scambio di 2000 prigionieri palestinesi contro 20 prigionieri israeliani ne è la manifestazione più immediate ed evidente). Ecco allora che il «principio organizzativo» (annettere quanta più terra palestinese con quanti meno palestinesi possibile) ricorre ad altri mezzi. Quel diritto legale di proprietà che serve in genere a giustificare a posteriori l’esproprio violento delle terre diventa ora un presupposto per i futuri espropri. Eccolo, ben riassunto, il meccanismo: «Le Nazioni Unite stimano che, dopo il 7 ottobre 2023, quasi due milioni di abitanti di Gaza sono stati sfollati. In sostanza, per il 90 percento della popolazione, i palestinesi hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni, o quel poco che resta di esse. Per rivendicare la proprietà delle terre che hanno lasciato dovrebbero allora disporre di un atto che li legittimi. «Il guaio è che in Palestina, in particolar modo nei territori occupati, la percentuale di terre e di immobili regolarmente registrati è a dir poco scarsa. Israele ha sempre reso complicate le procedure di validazione degli atti di proprietà. […] Il risultato è facilmente intuibile: i palestinesi evacuati da Gaza e dagli altri territori occupati non potranno rivendicare la proprietà dei terreni selezionati per il rilancio economico dell’area. […] Magari i più disciplinati potranno anche servire ai tavoli dei futuri resort di proprietà degli invasori» (Emiliano Brancaccio, Palestinesi schiavi moderni: espropriati e resi vagabondi, “il manifesto”, 30 settembre 2025). Se vogliamo un’immagine di brutale chiarezza sul rapporto tra violenza e diritto di proprietà, e su come il tecno-capitalismo cancelli la storia per imporre agli umani di vivere in una sorta di cantiere permanente, eccola: un potere costruito in alcuni decenni annuncia di edificare una «Nuova Gaza» su quella millenaria che ha raso al suolo in ventiquattro mesi. Il «piano di pace» è mosso dalla consapevolezza ubuesca che l’unico modo per demolire anche le rovine, è «equilibrarle in begli edifici ben ordinati». Non solo resort di lusso, ma anche e soprattutto poli tecnologici, grazie ai quali trasformare in un modello internazionale la «Nazione Start-up»: il mondo-cantiere, il mondo-laboratorio. Come è stato ben documentato (per esempio: https://merip.org/2025/10/the-military-backbone-of-normalization/), infatti, il motivo principale per cui quasi tutti i Paesi arabi sono favorevoli a questo piano coloniale e schiavistico non è tanto e soltanto l’affare immobiliare che si annuncia, o una generica convenienza politica, quanto la volontà di rafforzare i rispettivi complessi scientifico-militare-industriali. Da questo punto di vista, l’esperienza sul campo d’Israele in materia di sorveglianza di massa, di fusione civile-militare e di guerra cibernetica non ha rivali. Riunendo epoche diverse nello stesso spazio-tempo, il colonialismo smart aggiorna di continuo le triplici alleanze più funeste della storia: «inchiostro, tecnica e morte» (Karl Kraus); «denaro, macchinismo e algebra» (Simone Weil); «Stato, scienza e industria» (Jean-Marc Royer). In uno scenario di guerra mondiale, di sconvolgimenti ambientali e di politiche di “razionamento” degli accessi a beni, servizi o aree geografiche, tutti i poteri vogliono comprare un simile know-how. Mentre il transumanesimo di destra e di sinistra vorrebbe farci credere che si può vivere sulle nuvole (cloud), Gaza mette a nudo che lo sviluppo tecno-militare è il braccio armato dell’esproprio della terra, prodotto e insieme gendarme di quella lunga «guerra alla sussistenza» (Ivan Illich) che è la modernità capitalistica industriale. Mentre su quella striscia di terra si «infrange il mito dell’invincibilità coloniale», stare al fianco della resistenza palestinese non significa collocarsi in modo autocompiaciuto «dal lato giusto della storia», bensì scegliere la sua parte maledetta, le sue «classi annientate», i suoi «semi in grado di germogliare all’inferno». «Lo slogan Siamo tutti palestinesi deve abbandonare la metafora e manifestarsi materialmente. Perché Gaza non può combattere contro l’impero da sola. […] Siamo, senza ombra di dubbio, soggetti di conquista e colonizzazione, ma siamo anche molto di più. A ogni svolta nella nostra storia insanguinata, siamo stati brutalizzati, resi orfani dei nostri cari, espropriati, esiliati, affamati, massacrati e imprigionati, ma ci siamo rifiutati – con grande sconcerto del mondo – di sottometterci. Per ogni massacro e invasione, ci sono stati e ci sono adesso uomini e donne che imbracciano le armi, artigianali e sofisticate – molotov, fucili, fionde, razzi – per combattere. C’è sempre stata la lotta, c’è sempre stato il gelsomino» (Mohammed El-Kurd).
Ubu Re nell’èra della tecnocrazia
Se è di un’evidenza abbacinante la natura suprematista e colonialista del “piano Trump” per Gaza, forse l’aggettivo più corretto per definire il discorso con cui il presidente degli Stati Uniti lo ha annunciato è «ubuesco». Soltanto la penna di un Alfred Jarry, infatti, avrebbe potuto descrivere un potere a tal punto mostruoso nei mezzi e grottesco nelle pretese. Alcune frasi di Ubu Roi – l’opera teatrale che l’autore francese scrisse nel 1896 – si sarebbero incastonate alla perfezione nella conferenza di Trump. L’immobiliarista statunitense, con a fianco il suo amico genocida, ha promesso una vita piena di prosperità a una popolazione che vive in un carcere di massima sicurezza, in mezzo a una distesa di rovine, tra la fame e le bombe. Non diversamente da Ubu Re, che annunciava tronfio : «Va bene, acconsento a espormi per voi. […] Grazie a me, avrete di che cenare. […] Sono dispostissimo a diventare un sant’uomo, voglio essere vescovo e vedere il mio nome sul calendario». Se la patafisica fondata da Jarry era «la scienza delle soluzioni immaginarie», noi viviamo nell’epoca in cui la tecnoscienza, togliendo ogni misura storica ai problemi, può offrire delle soluzioni eterne. Proprio così. In poche ore (72, per la precisione) ci si può avviare, se tutti fanno quello che dice Padre Ubu, verso una «pace eterna» in grado di risolvere per sempre un conflitto che va avanti da «due-tremila anni». Millennio più, millennio meno. Per vendere una soluzione eterna, il problema deve ben essere millenario. Circoscriverlo storicamente al progetto sionista, alla Dichiarazione Balfour, alla nascita dello Stato israeliano o alla «linea verde» oltrepassata da Israele nel 1967, non permetterebbe alla tecnoscienza delle soluzioni immaginarie di girare a pieno regime. Un immobiliarista che agisce per conto di Dio, un Padrone delle Finanze attorniato da transumanisti che vogliono colonizzare Marte, non è tenuto nemmeno a precisare tra chi e chi sarebbe in corso questo conflitto da «due-tremila anni». Ubu Re (quello di Jarry): «Dovete convincervi che se siete ancora vivi […], lo dovete alla virtù magnanima del Padrone delle Finanze, che si è affannato, sfacchinato e sgolato a recitare paternostri per la vostra salvezza […]. Abbiamo persino spinto oltre la nostra dedizione, perché non abbiamo esitato a salire su una roccia altissima affinché le nostre preghiere avessero meno strada da fare per giungere sino al cielo». Come noto, non ci sono Soluzioni senza un Piano. «Gaza sarà riqualificata a beneficio della popolazione». Ci penserà il Consiglio di Amministrazione. «Questo organismo [il Board of Peace] si baserà sui migliori standard internazionali per creare una governance moderna ed efficiente al servizio della popolazione di Gaza e che favorisca l’attrazione di investimenti». Il Piano «sarà elaborato convocando un gruppo di esperti che hanno contribuito alla nascita di alcune delle fiorenti e miracolose città moderne del Medio Oriente». Se la pace è «eterna», le città non possono essere niente meno che «miracolose». Altro che quartieri pieni di strade e vicoli o villaggi circondati dagli uliveti. «Sarà istituita una zona economica speciale con tariffe di accesso preferenziali da negoziare con i paesi partecipanti». «La Nuova Gaza sarà pienamente impegnata a costruire un’economia prospera». Ubu Re (quello di Jarry): «Vi conduco verso una felicità che adesso non sareste nemmeno in grado di sognare. Solo io lo so». Io e altre «brave persone» – Erdogan, Tony Blair, il monarca dell’Arabia Saudita – le cui soluzioni non sono state meno eterne per i curdi, gl’iracheni e gli yemeniti. (Ed è certo solo un caso che Tony Blair sia anche consulente di British Petroleum, la multinazionale inglese intenzionata a sfruttare i giacimenti di gas al largo di Gaza.) Maurice Genevoix, nel suo Un Jour (1976), aveva già aggiornato il ritratto dei tiranni ubueschi nell’èra della tecnocrazia: «saltimbanchi, persone designate per la loro pura omni-incompetenza, buoni a nulla con poteri mostruosi». Per concludere: «È il mondo alla rovescia, c’è da disperarsi». I buoni a nulla hanno oggi poteri ancora più mostruosi. Il potere di far sorgere «città miracolose» su decine di migliaia di cadaveri e sull’immane devastazione prodotti dal primo genocidio automatizzato della storia. Sicuri che i sopravvissuti – quelli che l’unità 8200 dell’esercito israeliano non ha trasformato in «spazzatura» algoritmica – sapranno cogliere «l’opportunità di costruire una Gaza migliore», grazie a un «comitato palestinese tecnocratico e politico». Un massacro tecnologicamente organizzato non può che avere una soluzione «tecnocratica». Messianico il primo, eterna la seconda. È un Piano mostruoso. Infatti anche le tecnocrazie russa e cinese sono d’accordo. Circondati da specialisti omni-incompetenti di tutto ciò che è umano, di ciò che richiede soluzioni storiche e sociali commisurate a problemi storici e sociali, gli Ubu Re osano annunciare – Himalaya di infamia e di stupidità – che tra gli sterminatori e gli sfuggiti allo sterminio ci sarà una «convivenza pacifica», e che la vita futura di questi ultimi sarà «prospera» per gentile concessione dei suoi colonizzatori e di chi li ha sostenuti, finanziati e armati. Mentre i commentatori stipendiati e i saltimbanchi politici scommettono sulla ubuizzazione dei nostri cervelli («È fattibile il piano Trump?», chiede l’elegante presentatrice all’immancabile esperto), c’è un unico argine agli ubueschi deliri di un potere insaziabile: la rivolta degli oppressi. La cui sacrosanta violenza potrà mantenere la misura della libertà solo conservando intatto il disgusto verso i mezzi mostruosi e disumani dei propri oppressori.
Nel più ordinario dei giorni
Nel più ordinario dei giorni Per scrivere una poesia non politica devo ascoltare gli uccelli e per sentire gli uccelli bisogna far tacere gli aerei da caccia. (Marwan Makhoul, Versi senza casa) Apocalisse non è l’immane violenza. Quella è già qui nel più ordinario dei giorni. Apocalisse è non produrre né maneggiare oggetti che incorporano il sudore e il sangue degli schiavi la materia estratta a forza dalle viscere della Terra la distanza orbitale dei satelliti i cavi che cingono il Pianeta il lavoro invisibile di milioni di donne. Apocalisse è rendere commensurabili gesti e conseguenze, prodotti e mondo. Nella quiete dei laboratori si trasformano «aree di smercio in campi di battaglia, perché questi a loro volta divengano aree di smercio». La quiete dei magazzini «lavora sul corpo e sulla psiche delle vittime. Non fa in tempo a impacchettare un’impresa che già si accinge a nuove confezioni, non lascia finire una guerra senza gettare le basi dei campi di concentramento che fioriranno nelle successive». Apocalisse non è l’immane violenza. Quella è già qui nel più ordinario dei giorni. Non arriverà alcun salvatore perché nostro padre che è nei cieli, è soltanto un aereo da caccia, nient’altro tranne colui che sta a bordo, che è venuto a cacciarci e ha centrato la nostra sottomissione (Marwan Makhoul, New Gaza). Apocalisse non è il trionfo della Giustizia nella Storia. L’apocalisse – rottura dell’ordito storico, rivelazione della sua infamia – è da sempre il respiro della creatura calpestata. Avremmo bisogno oggi di un’apocalisse anders (cioè diversa). Di un nuovo pauperismo che si prefigga, nella società della dismisura, un obiettivo terra-terra, il compimento di una promessa ben poco eroica. Non dire più, come Élisée Reclus al fratello Élie, poco prima di smettere di insegnare ai figli di un proprietario di schiavi nella Louisiana: «Anch’io tengo in mano la frusta». Per una finalità così modesta, per un’aspirazione tanto umile, bisogna interrompere il mondo. Forse non diventeremo migliori, ma almeno smetteremo di produrre e maneggiare, nel più ordinario dei giorni, oggetti che siano più disumani di noi.
«Un progetto esplicitamente apocalittico»
«Un progetto esplicitamente apocalittico» Leggendo questa espressione, è molto probabile che si pensi subito al capitalismo nell’epoca della sua svolta tecno-totalitaria o alla tendenza degli Stati verso la guerra mondiale. Invece è riferita all’esatto contrario. A parlare è «CB», dell’università di Princeton, in occasione di un’intervista fatta da «Endnotes» e «Megaphone» sul movimento per la Palestina nei campus statunitensi: «Ho visto un cartello dell’accampamento di Toronto con l’Angelus Novus di Klee e una citazione di Césaire che recitava: “L’unica cosa al mondo che vale la pena di iniziare… la fine del mondo, ovviamente!”. Gli accampamenti sono un progetto esplicitamente apocalittico». Queste parole vanno prese sul serio, in senso letterale. Il luogo comune che consiste nell’associare l’apocalisse (quella nucleare su tutte) alla smisurata sete di potenza del dominio è sbagliato. L’unica vera apocalisse è quella rivoluzionaria. Senza addentrarsi in dotte ricostruzioni storico-teologiche, il concetto di apocalisse – etimologicamente, l’atto di gettar via un velo che copre – tiene insieme l’idea di fine del mondo e quella di rivelazione. La fine, cioè, deve interrompere un continuum e allo stesso tempo disvelarne la struttura. La distruzione nucleare del mondo non può essere apocalittica perché essa non assegnerebbe alcun significato nascosto al tempo, ma lo annienterebbe, eliminando, insieme all’umanità, la possibilità di ogni rivelazione. Lo stesso si può dire dei vari scenari verso cui spinge lo sviluppo tecnologico. Prendiamo uno dei tanti deliri prodotti dalla Silicon Valley: il datismo. Secondo questa tecno-religione, l’homo sapiens è stato funzionale all’evoluzione del mondo nella misura in cui ha primeggiato sulle altre forme di vita nella raccolta e nell’elaborazione dei “dati”; la potenza illimitata delle macchine “intelligenti”, diventando essa stessa il centro dell’evoluzione, conduce oggi all’estinzione del suo intralcio evolutivo: l’essere umano. Non c’è bisogno che tale profezia si realizzi compiutamente per definirla totalitaria, dal momento che la concatenazione dei mezzi che impiega ha già un effetto sull’insieme della materia-mondo. Ma nemmeno la macchinizzazione universale sarebbe propriamente apocalittica. L’apocalisse non è il punto più alto di un processo cumulativo, ma la sua interruzione e il suo disvelamento. Per capirlo sarà utile un parallelo con la religione cristiana, dal momento che «l’apocalittica neotestamentaria ha determinato attraverso le sue aporie tutto il corso della nostra storia» (Sergio Quinzio, La croce e il nulla). Ecco il punto cruciale: «Se non c’è catastrofe apocalittica, se non c’è rottura radicale della realtà data, se non c’è abisso da attraversare, allora c’è continuità fra il mondo il cui principio è Satana (Gv 12, 31; 16, 11), c’è graduale via per andare dall’uno all’altro, c’è, in definitiva, omogeneità: la scala che conduce al regno sta appoggiata al mondo». È nel differimento dell’apocalisse che s’inserisce e s’inscrive l’idea moderna di progresso, di cui la distruzione nucleare o il mondo transumano sono l’achèvement (il compimento e l’estremizzazione), nient’affatto l’arresto rivelatore. Senza la sua apocalittica (intesa sia come insieme delle scritture che hanno per tema l’apocalisse sia come componente messianico-escatologica), affogata letteralmente nel sangue, arsa viva o ridotta a precettistica, il cristianesimo si rifugia nelle regioni dello spirito. Se il cristianesimo è diventato ben presto – e poi in modo dominante – uno strumento di potere, è rimasto per secoli anche la «religione degli schiavi». Per milioni di contadini e di poveri la promessa del Regno è stata una speranza di riscatto e la legittimazione della rivolta contro i ricchi. Se, negli Stati Uniti dell’Ottocento, insegnare a leggere agli schiavi era un reato passibile di morte, è anche perché gli abolizionisti sceglievano certe pagine della Bibbia come testi su cui esercitarsi, cioè le pagine in cui si afferma l’uguaglianza degli esseri umani in quanto figli di Dio. Persino l’abolizionista ateo faceva ricorso a quel linguaggio – «non si tiene in catene un figlio di Dio» – per l’effetto apocalittico che sapeva produrre contro il regime schiavistico. Più in generale, se il mondo è regno di Satana (nel Libro di Daniele Dio affida il governo ai santi dopo l’apparizione della belva più feroce), l’idea di uscirne come ricompensa personale è un escamotage; quella di uscirne progressivamente è semplicemente un non-senso: tra il male e il bene non può esistere alcuna scala a pioli. «Il processo per il quale la volontà di redentrice concretezza si trasforma in spiritualizzatrice fuga verso l’astratto è lo schema entro il quale si è svolta la storia del moderno». Ecco l’aporia: se la linea evolutiva è ascendente, il tempo salvifico è quello posto più in alto; se è discendente, il tempo salvifico è la rottura apocalittica. La quale è sia un evento unico (perché il tempo cristiano è una linea e non una ruota, come nella concezione ciclica dei Greci), sia un evento «oggettivo, pubblico, terrestre, istantaneo e immediatamente immanente» (contro l’idea di una salvezza interiore o gradualmente raggiungibile). Per questo la Chiesa ha trasformato l’apocalittica in semplice ammonimento morale. Ma così come il vino nuovo non può non rompere l’otre vecchio (Mt 9, 16-17), la salvezza non può non distruggere-svelare il «mistero dell’iniquità» – in termini materialistici: la violenza dello Stato e del capitale. O Gaza è un tassello – o un inciampo – in una linea evolutiva che va proseguita. Oppure è il moto accelerato verso «un paesaggio di catastrofi contratto in un’armonia infernale», che solo una rottura apocalittica può fermare. L’apocalittica oggi può essere fatta propria unicamente da un movimento rivoluzionario. E qui torniamo alla citazione iniziale. Il movimento internazionale e internazionalista di solidarietà con gli oppressi palestinesi ha due sole prospettive: rassegnarsi all’inconcludenza, o farsi «esplicitamente apocalittico». Nulla meglio dei campus statunitensi lo rivela. È certo importante e apprezzabile riuscire a spezzare le specifiche collaborazioni con il genocidio israelo-statunitense di Gaza. Ma, come ha detto un altro partecipante agli accampamenti, «un autentico disinvestimento dalla morte non può avvenire all’interno di un regime necropolitico». Prima e al di là di cosa vi si insegna e cosa vi si ricerca, resta il fatto che quelle università (e non solo quelle) sono state fisicamente erette sulle terre strappate ai popoli nativi con la violenza. «245 tribù indigene persero oltre 4 milioni di ettari di terra, destinati all’espansione delle università statunitensi». Globalmente, «oltre sei milioni di ettari di terre indigene in tre diversi continenti sono stati trasferiti alle università coloniali» (Maya Wind. Torri d’avorio e d’acciaio). Per questo «RH» e «KG», intervistati sempre da «Endnotes» e «Megaphone», concludono: «I nostri antagonisti sono l’amministrazione e la polizia, il che è un sintomo delle più ampie contraddizioni sociali, ovvero il fatto che siamo su una terra rubata e che l’intero paese è costruito solo sulla violenza. Quindi dire che i nostri unici antagonisti sono gli amministratori non è corretto. Il nostro antagonista è lo Stato». Ricapitolare, nella critica pratica delle università, la violenza genocida su cui si fondano, significa mettere in discussione almeno due secoli di storia, cioè operare qualcosa di apocalittico. Il colonialismo d’insediamento israeliano compendia l’intera storia della modernità capitalistica. Dispiegandosi diversi decenni dopo gli altri colonialismi d’insediamento, la sua violenza genocida – che Ilan Pappé definisce con rara precisione «incrementale» (l’esatto opposto, si noti, di apocalittica) – è allo stesso tempo in ritardo e in anticipo sui tempi storici. In ritardo, perché il suo progetto coloniale è il solo ancora incompiuto (la sua incompiutezza si chiama resistenza palestinese); in anticipo, perché, disponendo di tutta la potenza che il complesso scientifico-militare-industriale ha accumulato nel frattempo, esso è il laboratorio di ogni sperimentazione contro i pellerossa del Medio Oriente e i palestinesi dell’Occidente, cioè contro gli Untermenschen del presente e del futuro. Eccoci qui: «tutta la nostra cultura europea si muove già da gran tempo con una tensione torturante che cresce di decennio in decennio, come se si avviasse verso la catastrofe: inquieta, violenta, precipitosa, come un fiume che vuole sfociare, che non si rammenta più, che ha paura di rammentare» (Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888). Gaza diffonde oggi schegge di apocalisse, richiamando in vita coscienze che sembravano sepolte. L’azione di Elias Rodriguez ricorda, per intensità etica e per dedizione totale, quelle compiute dalle «nichiliste» e dai «nichilisti» russi di fine Ottocento. E non a caso nelle rivolte in corso negli Stati Uniti contro le deportazioni degli immigrati si vedono ovunque le kefiah. Le donne e gli uomini che si mettono in mezzo per impedire le retate dell’ICE richiamano e rinnovano la storia degli abolizionisti che si opponevano alle leggi Jim Crow, cioè alla caccia armata agli schiavi fuggiaschi. Si tratta di piccole, e ancora sotterranee, apocalissi storiche. Non lo diciamo per gusto dell’estremismo, ma per cogliere la filologia delle lotte e della loro posta in gioco. E proprio sul piano filologico ci teniamo a «correggere» la frase da cui siamo partiti. L’apocalisse non può essere un «progetto», ma una via che si riconosce dopo aver cominciato a percorrerla, cioè un abisso da attraversare. I progetti rivoluzionari servono a preparare un minimo di bagaglio per la traversata.