Duecento cittadini contro lo Stato: la prima causa climatica italiana arriva in tribunale
Il 21 ottobre è tornata davanti ai giudici, alla Corte d’Appello di Roma,
«Giudizio Universale», la causa con cui A Sud e altre 24 associazioni, insieme a
179 cittadini, accusano lo Stato italiano di non aver fatto abbastanza contro la
crisi climatica e chiedono che venga condannato a ridurre le emissioni di gas
serra del 92% entro il 2030. È la prima causa climatica intentata in Italia
contro lo Stato, che si aggiunge alle innumerevoli altre simili intentate dai
popoli contro i governi. Ciò che le accomuna è proprio la volontà di riconoscere
e condannare la responsabilità delle politiche istituzionali nella devastazione
climatica e ambientale.
La causa è partita il 5 giugno 2021, Giornata mondiale dell’ambiente. Le
richieste sono due: dichiarare lo Stato responsabile di non aver affrontato
l’emergenza climatica e imporgli quel taglio delle emissioni rispetto ai livelli
del 1990, una quota calcolata sulla base delle responsabilità storiche
dell’Italia e delle sue capacità tecnologiche e finanziarie. Il riferimento è
l’Accordo di Parigi del 2015, con cui gli Stati si sono impegnati a contenere il
riscaldamento globale ben sotto i 2 gradi, puntando a 1,5. Nel febbraio 2024 il
Tribunale civile di Roma aveva dichiarato la domanda inammissibile per «difetto
assoluto di giurisdizione»: in sostanza, secondo i giudici le scelte di politica
climatica spettano a governo e Parlamento e un tribunale non può entrarci.
A riaprire il caso è stata la Cassazione. A luglio 2025 le Sezioni Unite, il
collegio che decide le questioni giuridiche più delicate, hanno stabilito nella
causa di Greenpeace Italia, ReCommon e dodici cittadini contro ENI che in
materia di clima quel difetto di giurisdizione non si può invocare. ENI,
peraltro, aveva citato proprio Giudizio Universale come precedente a proprio
favore. «Non chiediamo ai giudici di fare politica» ha spiegato l’avvocato dei
ricorrenti Luca Saltalamacchia ma «chiediamo di verificare se lo Stato abbia
rispettato obblighi giuridici precisi e misurabili, che ha sottoscritto».
La causa italiana fa parte di un’ondata che i giuristi di tutto il mondo
chiamano climate litigation, contenzioso climatico. Dal 1986 sono state censite
oltre 3.600 cause legate al clima in 62 Paesi, più di tre quarti delle quali
avviate dopo il 2015, e solo nel 2025 se ne sono aggiunte 249. Alcune hanno
fatto storia. Nel 2019 la Corte suprema dei Paesi Bassi, su ricorso della
fondazione Urgenda, ha confermato l’obbligo per lo Stato di tagliare le
emissioni di almeno il 25% entro il 2020 rispetto al 1990. In Francia, dopo una
causa sostenuta da due milioni di cittadini, nel 2021 il tribunale
amministrativo di Parigi ha condannato lo Stato per non aver agito sul clima.
Nell’aprile 2024 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la
Svizzera su ricorso di oltre duemila persone anziane, stabilendo che l’inazione
climatica viola il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Infine,
nel luglio 2025 la Corte internazionale di giustizia ha chiarito in un parere
gli obblighi climatici degli Stati, che nel maggio 2026 l’Assemblea generale
dell’ONU ha riconosciuto come obbligo giuridico con 141 voti, compreso quello
dell’Italia.
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