Antonio Iovane / Pertini non se ne va
Antonio Iovane, autore di questo libro, è stato uno degli oltre duecentomila
ragazzini che il presidente Sandro Pertini ha incontrato durante il suo
settennale mandato presidenziale. Con la scuola elementare da lui frequentata,
la “Principessa Mafalda”, fu ricevuto al Quirinale il 24 aprile 1985. Di quella
gita a Roma ancora ricorda la figura di Pertini, asserragliato in un rettangolo
delimitato da un cordone rosso nella sala dei Corazzieri, mentre invitava la
scolaresca a rivolgergli “domande con impertinenza”, a dispetto del suo cognome.
A quarant’anni di distanza la figura di Pertini non è stata dimenticata, anzi,
emerge con forza da L’italianissimo: occorre subito chiarire che non siamo di
fronte a una biografia tradizionale, tantomeno a un romanzo storico nel senso
più convenzionale del termine. Abbiamo tra le mani, piuttosto, un ritratto
particolare di Pertini, che ci restituisce la dimensione più umana e meno
“eroica” del Presidente operaio. Prendendo spunto da un episodio reale, il
ritardo di Pertini nel giorno in cui avrebbe dovuto lasciare il Quirinale,
Iovane costruisce intorno a questo avvenimento una situazione dichiaratamente
fantasiosa: la scomparsa del Presidente che, una volta ritrovato, comunica a
tutti la sua intenzione di non abbandonare il proprio ruolo. Il mancato commiato
si traduce così in una girandola di incontri con vari personaggi della politica,
studenti, giornalisti e addirittura con il Papa, all’epoca Wojtyła, e
naturalmente con l’amata moglie Carla Voltolina.
Tra discussioni, ricordi, telefonate, incontri e contrasti, ritornano alla luce
fatti noti e meno noti della vita del settimo presidente della Repubblica. Non
solo episodi come quelli relativi alla Resistenza che ne esaltano la dirittura
morale, la tenacia e la coerenza, ma anche alcuni che svelano una dimensione più
intima, meno conosciuta. Ad esempio Pertini, per rispettare la volontà della
moglie di restare lontana dai riflettori, decise di usare il Quirinale soltanto
come un ufficio dove “timbrare il cartellino”, rientrando a casa ogni sera e
facendosi riservare, nel palazzo del potere, soltanto una piccola stanza per la
siesta pomeridiana.
Oppure ritorniamo con la memoria al novembre del 1980, quando il Presidente andò
in Irpinia, dopo che la terra aveva tremato per novanta secondi scrollandosi di
dosso case, chiese e scuole, uccidendo quasi tremila persone. E soprattutto al
momento in cui, rientrato a Roma, tenne un discorso nel quale si scagliò, come
avevano fatto anche molti cittadini, contro i soccorsi tardivi, arrivando a
portare alle dimissioni l’allora Ministro dell’Interno Virginio Rognoni. Oppure
il discorso di fine anno del 1982 quando, dopo aver visitato i campi profughi di
Sabra e Shatila colpiti durante la guerra in Libano, aveva affermato che lo
Stato di Israele avrebbe dovuto essere bandito dalla società internazionale. O
ancora il giorno del funerale di Guido Rossa, sindacalista dell’Italsider di
Genova, ucciso dopo aver denunciato un brigatista infiltrato all’interno della
fabbrica. Pertini partecipò sotto la pioggia al corteo funebre insieme ai
cittadini comuni e agli operai che cantavano “Bandiera Rossa”, “I morti di
Reggio Emilia” “L’Internazionale”. Decise anche di incontrare i camalli, i
portuali di Genova, nonostante tra alcuni di questi e le Brigate Rosse sembrasse
correre una certa simpatia. Aprì il discorso presentandosi non come il
Presidente della Repubblica, ma come il “compagno Sandro” e ricorda che lui le
Brigate Rosse le ha conosciute, le ha viste in faccia durante la Resistenza,
sottolineando che quelle erano, per lui, le vere Brigate Rosse: quelle che
insieme a lui avevano combattuto contro i fascisti, non contro i democratici
concludendo che quelli di oggi erano soltanto dei codardi che sparavano contro
gli operai.
Gli uomini lo applaudono, apprezzando probabilmente – nella ricostruzione di
Iovane – il fatto che Pertini non avesse fatto sfoggio di retorica e non avesse
cercato di accattivarsi la platea con parole ruffiane; non era lì per cercare
l’applauso, ma per esporre la propria opinione, per cercare di capire. C’è da
chiedersi se i politici attuali possano ancora comportarsi così e Iovane, nel
suo gioco di fantapolitica, suggerisce una risposta facendo apparire Enrico
Berlinguer che, rivolgendosi a Pertini, gli direbbe: “Quando hai iniziato tu con
la politica, presidente, c’erano le grandi passioni. Oggi c’è solo una grande
macchina che si preoccupa di occupare tutti i gangli del potere. Questa classe
dirigente si è incancrenita nelle proprie rendite di posizione. Solo le figure
come la tua sanno riscattare la politica”.
Ci sono anche episodi che ricordano qualche inciampo del Presidente avvenuto
durante il suo mandato così come nella ricostruzione della strage di Bologna:
quando gli venne comunicata la notizia, Pertini inveì da subito — anche se le
prime informazioni riferivano dell’esplosione di una caldaia — contro i
fascisti. Arrivato in elicottero a Bologna, dopo la visita ai feriti
dell’Ospedale Maggiore, si reca davanti alla stazione, deturpata e piena di
macerie, invasa da soccorritori, giornalisti, polvere, detriti, escavatori e
ruspe. Si muove tra la scorta, la folla e i cronisti; disperato, cammina
inorridito senza una direzione precisa.
Quattro giorni dopo è in Piazza Maggiore, in attesa che parli il sindaco della
città, Renato Zangheri. I politici erano stati bistrattati e fischiati, tutti
tranne Pertini, ma nella basilica di San Petronio, quando si avvicina ai
familiari delle vittime stringendo loro la mano, Annamaria Montani, figlia di
una delle persone che avevano perso la vita, si rifiuta di concedergli la
propria. Il capo dello Stato sembra smarrito, ferito e risentito, tanto da
concludere lì il giro dei saluti. Gli altri familiari rimangono delusi, ma
Pertini non vuole che quell’incidente si ripeta, non vuole rischiare; l’orgoglio
gli ha fatto omettere un gesto di civiltà.
Sono proprio questi episodi che spiegano come mai Pertini sia rimasto così
profondamente impresso nella memoria collettiva: perché non ha quasi mai
rispettato protocolli, etichette e regole; perché non ha nascosto il suo lato
irascibile e permaloso; perché non si lasciava contraddire e neppure guidare,
non accoglieva suggerimenti e spesso non ascoltava nessuno se non sé stesso. Lo
si ricorda con affetto perché nei suoi racconti c’è sempre la mamma, perché
esultò come un ragazzino al gol di Tardelli nella finale dei Mondiali di calcio
del 1982, perché invocò la pace nel suo discorso di insediamento nel 1978 con
quelle parole destinate a diventare una sorta di testamento politico e civile:
“Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai,
sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame”.
Non lo dimentichiamo perché ha vissuto tante vite, almeno otto e “tutte con la
p”: patriota durante la Prima guerra mondiale, prigioniero politico per quindici
anni, partigiano, padre costituente, polemista per l’Avanti!, parlamentare e,
infine, presidente della Repubblica. Nell’aprirsi l’ottava e ultima delle sue
vite, quella da pensionato, Iovane sembra chiedersi che cosa rimanga di un
personaggio politico quando la sua epoca è finita. È una domanda che riguarda
Pertini, ma non soltanto lui. Che cosa rimane di una persona pubblica quando il
ruolo è finito? Quanto della sua identità coincide con l’incarico che ha
ricoperto? E soprattutto, è possibile uscire davvero dalla storia? Ci sono
personaggi che sembrano non volerne uscire davvero – Pertini è uno di questi.
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