Il cambiamento non chiede permesso
di MARCO BASCETTA.
Dopo ogni mobilitazione in cui avvengono tafferugli, il più delle volte di
modesta entità, siamo costretti ad assistere alla replica di uno stucchevole
sceneggiato. La parte governativa, dopo aver doverosamente elogiato il diritto
di manifestare in astratto, senza alcuna promessa di interlocuzione, ne condanna
il concreto svolgersi per le forme violente che lo accompagnano, cui non
farebbero seguito immediate prese di distanza da parte dei «manifestanti
pacifici».
I partiti di opposizione replicano a orecchie basse che, certamente la violenza
è sempre esecrabile, ma metterla al centro dell’attenzione distoglie dalle
legittime ragioni della maggioranza dei manifestanti. Meno subalterno alle
retoriche di legge e ordine sarebbe stato ricordare che i giovani sono
arrabbiati e se un corso d’acqua viene trascurato e soffocato per decenni poi
non si può pretendere che non straripi.
Ad ogni buon conto questa miserevole caricatura della democrazia a cui
partecipano tutte le parti politiche senza eccezione non ha ben chiara la
distinzione tra lotta e mendicità. I movimenti non sono processioni di
postulanti che reclamano garbatamente da chi li governa «pane, lavoro e sconti
fiscali», come piacerebbe a una destra specializzata nell’elargizione mirata di
aiutini e prebende. Le lotte partono piuttosto dalla presa di coscienza
collettiva che qualcosa è stato sottratto, qualcos’altro negato o dirottato non
per errore ma per scelta interessata. Che una collettività ha subito danni e
trova di fronte a sé strade sbarrate da precise decisioni politiche.
Dunque perché la propria voce possa avere forza, e questa forza essere temibile,
qualcosa deve essere almeno temporaneamente sottratto al normale svolgimento
della vita del paese. Il rispetto delle regole deve essere aggirato, sospeso o
reinterpretato, che si tratti di scioperi o di occupazioni (di edifici e di
suolo pubblico), di sospensione di servizi, di blocco delle merci o altre forme
di boicottaggio. Per mostrare concretamente, oltre che affermarlo, che «non si
può andare avanti così».
Lo scriveva anche Machiavelli che senza tumulti la Repubblica degenera e i
governanti inclinano verso l’arbitrio e la tirannia. E i tumulti, per dirla in
cinese antico, «non sono un pranzo di gala». La società francese applica da
sempre questa forma di correttivo alle politiche di governo e assai
frequentemente con successo.
L’attuale movimento degli studenti non fa eccezione
La destra, quella originale, così come quella subalterna dei partiti
socialdemocratici, vedono la conflittualità sociale come il fumo negli occhi,
come un assortimento di reati e di manipolazioni politiche da denunciare e
perseguire. Tuttavia scontrarsi con questo principio d’ordine è il solo modo per
smuovere rapporti sociali stagnanti e arrestare l’avanzata di forme sempre più
autoritarie di governo.
Beninteso il conflitto e le forme di lotta possono essere interpretati in
diversi modi e a diversi gradi di intensità, in alcuni casi discutibili se non
proprio controproducenti. Così come anche la risposta delle forze dell’ordine,
che va dal semplice presidio di luoghi sensibili fino alla Diaz e Bolzaneto,
segue una modulazione politicamente guidata da governi che secondo le
opportunità intendono intimorire o rassicurare, simulare un dialogo o
sbandierare intransigenza. E che si sono dotati di strumenti repressivi sempre
più mirati a colpire pesantemente proprio quelle forme di lotta che per
amplificare la voce della protesta mirano a interrompere o turbare il normale
svolgimento delle attività quotidiane.
Gli autotrasportatori e gli agricoltori, generalmente orientati a destra, sono
stati risparmiati, ma cosa accadrà al primo blocco stradale degli studenti?
questo intervento è stato pubblicato sul manifesto del 18 ottobre 2026
L'articolo Il cambiamento non chiede permesso proviene da EuroNomade.