Douglas Stuart / Figli che diventano padri
Quando un libro oltre a piacerti ed emozionarti riesce a farti pensare e
cambiare idea, a sfatare dei miti che nessuno mette in discussione, ad
avvicinarti alla verità di un mondo che non conoscevi, beh allora siamo andati
ben oltre i sentimenti e siamo entrati in un territorio che desta ammirazione o
mette addirittura in soggezione. Douglas Stuart in John figlio di John fa tutto
questo. Non è sorprendente perché lo aveva già fatto in Storia di Shuggie Bain e
in Il giovane Mungo. Ma qui lo fa di più, lo fa meglio, con una compiutezza
definitiva. Nel titolo “figlio di” è scritto in un font piccolissimo rispetto ai
due “John”, e in effetti l’originale inglese è il più diretto John of John, che
recupera la tradizione, britannica ma forse mondiale, di scelta e attribuzione
dei nomi ma dichiara anche da subito un legame strettissimo e simbiotico tra
padre e figlio.
In realtà John figlio di John ha come primo nome Calum e tutti lo chiamano Cal.
Lo troviamo a Edimburgo, dove è arrivato da una minuscola isola delle Ebridi
Esterne, Harris – già, proprio quella dell’Harris Tweed – per studiare moda.
Nonostante abbia finito brillantemente gli studi, non trova lavoro, siamo negli
anni ’90 e gli effetti devastanti dell’amministrazione Thatcher sono lì sotto
gli occhi di tutti. Cal vive di espedienti, ovvero facendosi ospitare dagli
amici, ogni notte su un divano diverso, e rubacchiando cibo dai frigoriferi di
quegli stessi amici, vergognandosi terribilmente. L’unico lavoro che ha trovato
è in una ditta di pulizie, dove lo sfruttano e lo sottopagano. Una volta alla
settimana telefona al padre, gli fa uno squillo e si fa richiamare, perché anche
la telefonata non se la può permettere. Con il padre parlano in gaelico,
recitano i salmi e cantano gli inni delle comunità presbiteriana a cui
appartengono. Ed è in una di queste telefonate che John dice a Cal che la nonna
ha le caviglie color fegato. La nonna che lo ha cresciuto. È un malcelato ordine
a ritornare a casa, una pressione sul senso di colpa che a Cal non è mai
mancato.
Così Cal torna a casa. Ci mette due giorni, tra pullman e traghetti, un viaggio
lungo e faticoso. Un viaggio che Cal non vorrebbe fare perché non vuole
raccontare come lo studio non lo abbia portato da nessuna parte, e perché sa che
una volta tornato a casa sarà molto difficile andarsene di nuovo. A casa è tutto
rimasto come prima. Il Croft malandato, il vento e la pioggia, il mare; il padre
che si divide tra pecore, agnelli e la filatura del tweed; la nonna che si
rifiuta di parlare o ascoltare il gaelico, che lo vizia ma ha per lui uno
sguardo attento e limpido; la madre che se ne è andata e si è rifatta una vita;
il vicino di casa Innes, quasi uno zio per Cal; e gli amici d’infanzia, Isla e
soprattutto Doll. La noia di un mondo ristretto e isolato, la fatica di un clima
ostile e impietoso; ma anche la bellezza estrema di un pezzo di mondo rimasto
intatto e indifferente al progresso e al cambiamento.
A casa è tutto rimasto come prima, anche la comunità presbiteriana con le sue
regole rigide e la sua intransigenza, con il suo controllo totalizzante sui
fedeli, che fanno parte di un vicinato pettegolo e invadente. La dirittura
morale e la bontà dichiarata sono spesso solo facciate dietro cui può esserci di
tutto. I segreti sono infiniti ma in realtà tutti sanno tutto di tutti. E quindi
la comunità, quella di cui oggi si parla tanto nei dibattiti e sui social,
quella di cui sentiamo la mancanza e che pensiamo potrebbe risolvere tutti i
nostri mali, quella che dovrebbe curare la nostra solitudine e smorzare il
nostro individualismo, la comunità non è affatto un paradiso. Le sue maglie
strette e la sua intolleranza per tutto ciò che non rientra nelle aspettative e
nella norma rendono la vita difficile e spesso insopportabile.
E la religione. No, non sono solo le religioni islamiche a essere totalitarie e
intolleranti. Sappiamo che è stato così il cattolicesimo, ora in declino nelle
nostre società secolarizzate. Ma anche i protestanti sanno essere totalitari e
intolleranti, e non solo quando sono lontano da casa e in situazioni estreme
come l’America dei pionieri. Forse basta l’isolamento, la difficoltà di
sopravvivere, che avvicina le persone e fa mettere loro in comune tutto quello
che hanno; e basta poco per scivolare dalla vicinanza e dalla condivisione verso
la repressione e il controllo.
Ma c’è un’altra cosa bellissima e importante, in questo romanzo, che già era
presente nei libri precedenti e che viene dall’esperienza personale di Stuart,
ed è il ribaltamento, il rovesciamento dei rapporti tra genitori e figli. Ovvero
genitori incapaci di prendersi le proprie responsabilità e di vivere in modo
“decent” (un termine inglese difficilmente traducibile ma che indica serietà e
responsabilità, ragionevolezza e sensatezza) e figli che si fanno genitori dei
genitori, che diventano presto o prestissimo responsabili non solo di sé stessi
ma anche dei propri padri o madri (o entrambi). Le madri alcolizzate di Shuggie
e di Mungo, i padri assenti. E qui il padre omosessuale di Cal, quel John che
canta solennemente in chiesa ma si è fatto cogliere in flagrante dalla moglie,
che si pente per la vergogna ma non sa resistere, che non sa decidere della sua
vita. E figli come Shuggie, Mungo o Cal, che per quanto fragili e precari sanno
farsi forti, indipendenti, amorevoli e pieni di cure per chi dovrebbe occuparsi
di loro ma non lo sa e non lo riesce a fare.
In un finale di dolcezza struggente e amore straziante e consolante sarà Cal a
decidere per tutti, e a farlo con altruismo, delicatezza e tenerezza. Il ragazzo
arrivato dal continente con i capelli lunghi e di un colore improbabile, che
sembra ancora un adolescente, si rivela più adulto di tutti. Ho amato davvero
questo romanzo in cui ci si arrabbia, ci si disgusta, ci si commuove e si
sorride, in cui si impara e ci si arricchisce di qualcosa che è difficile
definire ma che risuona come la possibilità di un’umanità paziente, ostica ma
piena e bellissima. Finalista al Booker Prize che verrà consegnato in novembre e
che l’autore ha già vinto con Storia di Shuggie Bain, John figlio di John è
assolutamente da non perdere – anzi da leggere subito.
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