Alessandra Saugo. L’invenzione di una lingua tenerissima e feroce
Con l’uscita de I giardini Salvi, curato da Emiliano Peguiron per Wojtek
(pp.650, Euro 28,00), si torna su Alessandra Saugo, scrittrice ancora troppo
poco conosciuta e difficile da collocare. La prefazione è di Massimo Recalcati,
che era stato il suo psicoterapeuta. Nata a Valdagno nel 1972 e morta a 45 anni
nel 2017, Saugo ha visto pubblicato in vita un solo libro: Bella pugnalata,
uscito nel 2010 per Effigie grazie alla segnalazione di Antonio Moresco. Anche
Metapsicologia rosa, apparso per Feltrinelli nel 2017, è postumo, pubblicato
poche settimane dopo la sua morte. Sono poi arrivati, per Wojtek, Come una santa
nuda (2023), La custodia dell’angelo (2025) e ora questi diari. La parte
maggiore della sua opera ci raggiunge quando lei non può più accompagnarla,
difenderla, magari contraddire chi la legge.
I giardini Salvi raccoglie i quaderni nei quali Saugo ha registrato soprattutto
l’esperienza delle sue tre maternità: le gravidanze, le nascite, i primi anni di
vita delle amatissime bambine. Intorno si intreccia tutto il resto: gli amori,
le amicizie, le letture, le insofferenze, i giudizi sugli altri e su se stessa,
i rapporti con le figure controverse del padre e della madre. Saugo aveva
cercato di riorganizzare questa materia negli ultimi anni, trascrivendo e
rivedendo i diari senza riuscire a portare a termine il lavoro.
Come spiega nella nota al volume, Peguiron ha rispettato il carattere incompiuto
della revisione, conservando le discontinuità, le deformazioni delle parole e i
bruschi passaggi di registro. Ha distinto i diversi usi delle virgolette e
corretto le incongruenze di trascrizione, senza uniformare la scrittura. Sono
rimaste le date discordanti, le interruzioni improvvise, i punti interrogativi
al posto dei nomi. Ha rinunciato anche a corredare il testo di note. È una
scelta forse discutibile, trattandosi di diari disseminati di riferimenti a
persone e vicende che il lettore non sempre riesce a identificare. Restano
dunque vuoti ed esitazioni, dentro una scrittura di potenza travolgente.
Bastano poche righe per riconoscere la voce di Saugo, sia che si sia già avuta
la fortuna di incontrarla, sia per voler cercare gli altri suoi libri, non tutti
facilmente rintracciabili. La sua scrittura può essere tenerissima in modi
inimmaginabili e subito dopo feroce come un colpo d’ascia. Le sue invenzioni
sembrano nascere dal bisogno di dire con esattezza ciò che prova e osserva e
dall’insofferenza per le parole che ha a disposizione: troppo generiche, troppo
accomodanti per il dolore, il disgusto, la dipendenza amorosa, ma anche per la
gioia. Allora le ripete, le deforma, le accosta in modi imprevisti, ne inventa
altre, il dialetto veneto interviene pochissimo. È una lingua tutta sua, che non
ha il carattere di un pastiche letterario, tanto meno postmoderno ma la semplice
necessità di dire la verità delle cose.
L’accostamento a Joyce proposto da Recalcati nella prefazione non sembra
esagerato, soprattutto per il fermarsi della narrazione davanti a qualcosa che
improvvisamente si rivela. Un gesto, un oggetto domestico trattengono la
scrittura, diventano più importanti della vicenda che dovrebbe andare avanti.
Saugo vede moltissimo, e qualche volta vede troppo: il sospetto dilaga, il
dettaglio occupa tutto il campo. La lucidità non le evita il risentimento né le
garantisce di avere ragione.
Questo modo di scrivere si incontra già nelle prime pagine di Bella pugnalata
(Effigie, 2010), che comincia con la preparazione di un brodo. Una cucina nuova,
una casa pronta per accogliere Oscar, al quale la narratrice sa già che cosa
offrirà nel caso si ammali: il tè, la frutta cotta, la minestrina. Una
disponibilità minuziosa che fa sentire tanto più l’assenza della persona cui
destinarla, con l’attesa che prende tutta la vita.
Dietro c’è un’educazione femminile, con le letture infantili, Piccole donne, le
ragazze che devono essere graziose e utili, contenere l’ambizione, rendersi
sposabili. Saugo ne coglie in pieno la violenza ma non liquida ciò che quel
mondo ha depositato in lei. Continua a desiderare una casa, qualcuno che
rimanga. Le capacità di accudire sono vere, come il bisogno di farne una ragione
per essere amata.
Oscar lavora all’estero, viaggia, frequenta ambienti prestigiosi e quando la
lascia per un’attrice, la fotografia della nuova coppia su un settimanale rende
concreto ciò che il solo sapere non era bastato a rendere reale. L’altra ha una
carriera, una gravidanza, un futuro riconosciuto.
Oscar però ritorna, la cerca quando passa da Vicenza. Conserva il piacere della
relazione sottraendosi alla sua responsabilità. Saugo è implacabile nel
raccontare questa disparità e nel guardare la narratrice che vi si presta:
l’idolatria, la gelosia, il bisogno di rendersi insostituibile. Vede la vanità
della vittima, il compiacimento del dolore, il ricatto contenuto
nell’abnegazione. Non risparmia la rivale, ma sa quanto l’abbia ingigantita. Non
si concede il vantaggio di essere semplicemente la donna offesa da un uomo
egoista. Riconoscere la propria dipendenza non significa riuscire a liberarsene.
In Metapsicologia rosa (Feltrinelli, 2017) – primo libro di questa autrice che
ho letto e dentro il quale sono letteralmente caduta – il bisogno di essere
ascoltata incontra la psicoanalisi. La prima parte, “Nello studio incantato”,
investe lo psicanalista di una prosa incalzante e caustica: salvatore e
mestierante, commerciante dell’ascolto e presenza indispensabile, uomo che può
distrarsi, annoiarsi, sbagliare. Lo sguardo affilato di Saugo passa dalla sala
d’attesa ai pazienti accalcati, dall’incenso alle scarpe da ginnastica del
terapeuta abbandonate in un angolo. Il denaro disturba l’incanto. Si vorrebbe
essere il paziente prediletto, ma dopo di noi entra qualcun altro; eppure a
quell’appuntamento si continua ad affidare la possibilità di vivere.
Una paziente dice di aver bisogno della cultura per dire la verità, poi si
accorge di usarla come un rossetto: anche quando racconta la propria
disperazione vuole piacere. Saugo porta il sospetto fin dentro la propria
scrittura: quanto del dolore si riesce a dire, quanto si finisce per aggiustarlo
perché qualcuno lo ascolti?
La seconda parte si accanisce sul dovere femminile di piacere. Nei camerini il
corpo non va mai bene, gli abiti diventano ostili. Marilyn Monroe appare
consumata dal lavoro necessario a essere Marilyn: ciglia strappate da quelle
finte, capelli sfiniti dalla decolorazione, corpo corretto e costretto. Pagine
durissime sulla bellezza come servizio al desiderio maschile convivono con il
disprezzo per le femministe e la difesa di una femminilità che ammetta le
proprie mancanze.
Poi il libro torna a Valdulla, trasfigurazione della città d’origine, e alla
giovinezza di Coccodè: le amiche, i furti alla Standa, i primi incontri
sessuali, una famiglia piena di paura, il fidanzato musicista. La casa di lui
offre il calore e l’appartenenza che lei cerca, ma la coppia ristagna. Coccodè
riconosce quanto sia lei a frenare, a seminare discordia, a sentire ogni
possibilità di vita come un’offesa alla tragedia familiare che crede di dover
incarnare. La chiusura del libro perde quasi tutta la punteggiatura: studio,
paesaggio, cucina e memoria si ammassano in una frase che continua ad avanzare
mentre la vita rimane ferma.
In Come una santa nuda (Wojtek, 2023) ce n’è per tutti: dal primo editore agli
scrittori Emanuele Tonon, Tiziano Scarpa e Vitaliano Trevisan, che nelle sue
pagine appare particolarmente sgradevole e violento. Saugo rimugina su una
frase, una telefonata, un gesto di sufficienza. Dall’offesa ricava una lingua
che coglie le meschinità altrui, ma può infierire fino all’ingiustizia.
Giovanni Giovannetti di Effigie ha contestato il proprio ritratto in una lettera
ad Antonio Moresco sul sito “Il primo amore”, rivendicando il lavoro fatto per
Bella pugnalata. Ma il romanzo uscì quasi nel silenzio e nei Giardini Salvi
Saugo racconta un’umiliazione concreta: il suo nome stampato in copertina con
una «esse» di troppo e le copie sbagliate che lei stessa deve sostituire nelle
librerie veneziane.
Agli ambienti colti e alternativi non fa sconti. Una bibliografia può servire a
non ascoltare, una buona causa a sentirsi innocenti, la raffinatezza a
esercitare un piccolo potere. Scrittori, artisti e personaggi televisivi possono
spendere anche nei rapporti privati il credito della propria notorietà. Persino
l’anticonformismo diventa una posizione da amministrare.
Quel riconoscimento, però, Saugo lo desidera. Vuole essere letta, ascoltata, e
sa quanto l’esclusione alimenti il suo disprezzo. Si riconosce invidiosa,
superba, capace di nascondere una richiesta d’amore nel giudizio sprezzante. La
sua analisi non risparmia nemmeno lei.
La custodia dell’angelo (Wojtek, 2025) è accompagnato da una prefazione e una
postfazione di Antonio Moresco, che da tempo sostiene questa scrittura e ne
ricorda la scomodità editoriale. Racconta di un’agente, cercata per alleviare a
Saugo la fatica di trovare un editore, che davanti a un suo manoscritto le
consigliò di riscriverlo completamente. E osserva quanto poco spazio si conceda
alle voci femminili quando sono feroci, contraddittorie, difficili da ricondurre
a un’immagine edificante delle donne.
Nelle quattro parti che costituiscono il libro – “Regale e fragile”, “La
scaraventazione”, “Ragionamento doloroso”,” Così tanto, così poco, così male” –
sembra precipitare ciò che negli altri libri è diffuso tra episodi, incontri,
ricordi. Il suicidio della madre, la rottura del matrimonio, l’amore per le tre
figlie portano allo scoperto il bisogno di proteggere e di essere protetta, la
promessa della casa, il terrore che chi si ama possa sottrarsi. La prosa passa
al verso, interroga, accusa, senza trovare una distanza dalla quale raccontare
al sicuro.
Alla madre suicida Saugo domanda che cosa le stia facendo, perché abbia dovuto
farsi da parte così duramente. Anche il marito è chiamato a rispondere di una
promessa venuta meno. La custodia dell’angelo del titolo riguarda questa attesa
di un riparo reciproco, di qualcuno capace di accogliere la fragilità dell’altro
senza approfittarne e senza fuggire. Lei lo aveva chiesto al marito ma ad
esercitare quella custodia finisce per essere lei. L’accudimento mostra qui
tutta la disparità di un compito che avrebbe dovuto essere condiviso.
Saugo continua a chiedere alla famiglia una felicità possibile proprio mentre ne
racconta la disintegrazione. La violenza delle accuse al marito ma anche alla
donna con la quale l’uomo ha una relazione viene da questa fedeltà a ciò che
avrebbe potuto esserci. Dopo tanta furia, il libro si chiude con una poesia
dedicata a una delle figlie. La tenerezza sopravvive dentro la stessa lingua che
ha appena dato forma alla devastazione.
Le tre bambine sono del resto le creature che Saugo ama senza riserva alcuna.
Persino gli altri bambini vengono descritti ne I giardini Salvi con un occhio
critico a volte francamente sgradevole, senza quello sguardo affettuoso ma
indistinto che perlopiù avvolge l’infanzia.
Una persona così solitaria e misantropa ha continuamente bisogno, nella
scrittura, di rivolgersi a qualcuno: Oscar, John, lo psicanalista, la rivale, il
marito, gli scrittori, la madre. Li accusa, li supplica, li ama o li disprezza,
li chiama a rispondere. Il “tu” permette di continuare un discorso che fuori
dalla pagina si è interrotto, oppure non è mai andato come si voleva.
Ne I giardini Salvi sono le figlie a chiedere una risposta. Non possiedono
ancora le parole, domandano attenzione con tutto il corpo: il pianto,
l’allattamento, l’abbandono al sonno impegnano Saugo in un ascolto diverso. Dopo
la separazione della nascita, la voce materna continua a offrire un riparo e la
preoccupazione trova parole tenerissime. La prima, Maria, ha un difetto di vista
abbastanza grave e deve portare gli occhiali: «Si apposteranno su quel musetto
profumato e miniato, sempre lì, beati loro, occhialini fortunati».
La scrittura custodisce questa vicinanza, ma verso la fine dei diari la registra
già con una nostalgia struggente. Saugo guarda i momenti che sta vivendo come
qualcosa da salvare dalla perdita. Leggendoli oggi è difficile non pensare alle
separazioni, ai lutti e alla malattia che seguiranno, fino alla sua morte,
quando le figlie saranno ancora piccole.
Le posizioni di Saugo sulle donne, sui rapporti tra i sessi e sulla maternità
appaiono francamente reazionarie, se le leggiamo secondo una grammatica
femminista ormai acquisita. C’è in lei un’idea della femminilità legata alla
dedizione, all’accudimento, alla disponibilità verso l’altro, e della maternità
come compimento dell’esistenza femminile, che sembra riportarci molto indietro.
Non si preoccupa di emanciparsi da questi modelli e talvolta sembra
rivendicarli. Ma quando si immerge nell’esperienza concreta arriva molto più
lontano delle convinzioni che la sostengono.
In una pagina dei Giardini Salvi scrive dei neonati, «analfabeti, afasici,
alloglotti», che «tolgono la corrente alfabetica in cui viviamo immersi».
Attraverso di loro si entra in contatto con la «basilarità umana», con qualcosa
che è «tutta carne appena accennata, tutta emozionale, e azzardata». Il neonato
interrompe l’ordine del discorso, mette la madre davanti a una vita che ancora
non si lascia organizzare nei significati consueti.
E subito dopo aggiunge: «Il neonato poi forse è anche l’occasione che ha la
lingua per rifarsi una vita». È una frase straordinaria, tanto più perché arriva
quasi di passaggio, tra parentesi. Per raccontare quella vita appena cominciata
occorre inventare parole. Una scrittrice così lontana dal femminismo arriva a
dire qualcosa di radicale sul rapporto tra corpo e linguaggio, sulla conoscenza
che passa attraverso l’esperienza di una donna.
In quelle stesse pagine la presenza delle bambine modifica il rapporto con la
morte. La vicinanza della propria vita e l’intimità della propria morte, scrive
Saugo, «si infuocano». La maternità rende più acuta la coscienza della fine e,
nello stesso tempo, produce una felicità capace per un momento di sottrarre la
morte al suo posto abituale. Saugo si chiede dove sia, e trova soltanto la
bambina, lì, che profuma di sé tutto intorno.
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