Aiuto umanitario: quando l’emergenza diventa sistema
Cosa succede quando un’emergenza dura più a lungo di un progetto, di una guerra
e, a volte, dell’intera infanzia di un bambino? In Yemen, oltre dieci anni di
conflitto hanno compromesso servizi essenziali. In Siria, dopo oltre un decennio
di guerra, bisogna ricostruire scuole, servizi e capacità pubbliche. Sono
contesti profondamente diversi, ma raccontano una stessa contraddizione:
continuiamo a chiamare “emergenze” crisi che durano anni. Il sistema
internazionale degli aiuti è stato costruito distinguendo tra emergenza e
sviluppo. L’assistenza umanitaria interviene quando una guerra, una carestia o
una catastrofe mette in pericolo la vita delle persone, e deve poterlo fare
rapidamente, anche quando le istituzioni non riescono più a garantire servizi
essenziali.
La cooperazione allo sviluppo, invece, dovrebbe lavorare sul lungo periodo,
rafforzando istituzioni, infrastrutture e servizi pubblici, ma questa
distinzione diventa molto meno netta quando una crisi non finisce. Nel 2026 si
stima che 239 milioni di persone avranno bisogno di assistenza umanitaria,
mentre alla fine del 2025 almeno 117,8 milioni vivevano in condizioni di
sfollamento forzato: circa una persona ogni 70 nel mondo. Dietro questi numeri
c’è un problema strutturale: infatti, in molte crisi protratte, ciò che nasce
come risposta temporanea finisce per garantire per anni sanità, acqua,
protezione e istruzione. Organizzazioni internazionali e attori umanitari non
intervengono più soltanto durante l’eccezione: diventano parte del funzionamento
ordinario dei servizi.
Nel breve periodo questa sostituzione è indispensabile. Il problema emerge
quando non esiste una traiettoria che permetta di superarla. Se una scuola, un
ospedale o un servizio idrico dipendono anno dopo anno da finanziamenti esterni,
le istituzioni pubbliche rischiano di non sviluppare – o di perdere – capacità,
risorse e responsabilità necessarie a garantirli autonomamente. E quando un
finanziamento termina, cambia priorità o viene tagliato, ciò che scompare non è
semplicemente un progetto, ma un servizio essenziale. L’istruzione rende questa
contraddizione particolarmente evidente. Durante una guerra, aprire una scuola
significa preservare apprendimento e stabilità e impedire che una crisi
interrompa definitivamente il percorso educativo di una generazione, ma tenere
aperta una scuola e costruire un sistema educativo non sono la stessa cosa.
Un finanziamento di sei o dodici mesi può pagare insegnanti, acquistare
materiali e riportare centinaia di bambini in classe. Un sistema educativo,
invece, richiede anni: insegnanti formati e retribuiti con continuità, edifici
sicuri, curriculum, trasporti, valutazione, risorse pubbliche e istituzioni
capaci di assumersi la responsabilità di garantire quel diritto nel tempo. Per
questo misurare soltanto quanti bambini siamo riusciti a raggiungere oggi
rischia di raccontare solo una parte della storia. La domanda deve diventare
anche: quale sistema stiamo contribuendo a costruire e cosa resterà quando il
progetto finirà?
È qui che entra in gioco un concetto centrale nel dibattito umanitario degli
ultimi anni: la resilienza. Una comunità non dovrebbe essere considerata
“resiliente” perché riesce a sopravvivere indefinitamente con meno servizi, meno
risorse e finanziamenti sempre più incerti. La resilienza dovrebbe indicare la
capacità di costruire, anche dentro una crisi, le condizioni che rendano
progressivamente meno necessario l’intervento emergenziale. Nell’istruzione
significa non limitarsi a creare spazi temporanei di apprendimento, ma investire
in qualità, formazione, continuità e accessibilità. È questa, in fondo, la
differenza tra fornire un servizio e contribuire a garantire un diritto. Il
primo può dipendere dall’esistenza di un progetto; il secondo richiede strutture
capaci di sopravvivere alla sua fine. Uscire dall’emergenza permanente, quindi,
non significa semplicemente sostituire l’aiuto umanitario con quello allo
sviluppo. Significa superare una logica in cui la risposta immediata rischia di
trasformarsi in una sostituzione indefinita, perché un bambino può iniziare la
scuola durante un’emergenza e diventare adulto mentre quella stessa crisi è
ancora definita “temporanea”. Il suo diritto all’istruzione, però, non può
dipendere anno dopo anno dalla domanda più fragile di tutte: ci saranno
finanziamenti per il prossimo anno?
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