Trovate un buco di merda e suonateci dentro
Quando il chitarrista dei Television, Tom Verlaine, acquistò la sua copia del
libro Il cattolico sul cavallo a dondolo, probabilmente non pensava che anni
dopo migliaia di persone avrebbero fatto la fila per comprarlo, dentro a un
magazzino di Brooklyn. Allo stesso modo, quando Hilly Kristal prese in affitto
un edificio al numero 315 di Bowery, New York, non pensava che qualcuno si
sarebbe lamentato del rumore. Kristal voleva mettere in piedi un locale di
musica dal vivo. La zona, ai margini di Manhattan, era particolarmente
malfamata. Di notte ci dormivano solo i barboni. In più, Kristal non aveva
intenzione di fare musica particolarmente rumorosa. Per mettere le cose in
chiaro, chiamò il locale con la sigla dei suoi tre generi musicali preferiti:
country, bluegrass e blues. CBGB. Le cose non andarono esattamente come aveva
previsto.
Già nell’insegna, infatti, c’era una clausola che nel giro di pochi mesi avrebbe
mandato all’aria il suo desiderio di tranquillità. Il nome completo era CBGB &
OMFUG, vale a dire Other Music For Uplifting Gormandizers. Che, tradotto, suona
come: country, bluegrass, blues e un po’ tutto quello che vi pare. Era il
dicembre del 1973 e quello che gli pareva, ai ragazzi che volevano suonare a New
York, in realtà non era ancora stato inventato. Così ci pensarono direttamente
loro.
Il 16 agosto del 1974 salgono sul palco del CBGB quattro ragazzi del Queens.
Giubbotti di pelle, jeans strappati e un cognome che in realtà non è di nessuno,
ma che dà il nome alla band: Ramones. Suonano canzoni che durano meno di due
minuti e che finiscono prima che il pubblico abbia il tempo di capire cosa stia
succedendo. Nessuno lo chiama ancora punk. La parola arriverà solo nel 1976, dal
titolo di una fanzine che conteneva proprio un’intervista ai Ramones. Ma ormai
il dado era tratto. Il rock aveva appena imparato come fare a meno di tutto,
tranne che del volume. E tutto era partito da lì. Dal locale di un signore di
quarantadue anni, figlio di immigrati russi, che voleva solo ascoltare qualche
cowboy col violino.
I Ramones al CBGB
I primi a bussare alla porta del CBGB, però, non erano stati i Ramones. Nella
primavera del 1974, pochi mesi dopo l’inaugurazione, si presentano Tom Verlaine
e Richard Lloyd: i Television. Chiedono a Kristal di suonare, ma il
proprietario, ancora ostile alla musica rock, gli dice di no. Così tornano con
il loro manager e trovano un accordo. Si sarebbero potuti esibire alla domenica,
che allora, come oggi, è il giorno peggiore della settimana. Sia per suonare dal
vivo che per pubblicare una rubrica musicale sul web. L’idea ha successo. Dietro
ai Television comincia ad arrivare mezza New York. Patti Smith prima di tutti,
fidanzata di Tom Verlaine, poi i Blondie, i Suicide, Johnny Thunders and the
Heartbreakers e un gruppo di ragazzi del college che sale sul palco per la prima
volta come gruppo spalla dei Ramones: i Talking Heads. Il leader della band,
David Byrne, scriverà anni dopo che la musica prende forma dal luogo in cui
viene suonata. I canti gregoriani sono lenti perché le cattedrali rimbombano. Il
CBGB non rimbombava affatto. Byrne lo ricorda come una stanza lunga e stretta,
piena di roba ovunque, con il bancone in mezzo e le pareti storte. Il suono non
rimbalzava da nessuna parte e ogni nota arrivava nitida fino in fondo alla sala.
«Uno studio di registrazione spenderebbe una fortuna per ottenere lo stesso
effetto», ha dichiarato.
Il primo disco dei Television sembra fatto apposta per risuonare in quella
stanza lunga e stretta. Si intitola Marquee Moon. È nato dopo tre anni di
concerti al CBGB, ma di punk, inteso quello dei giubbotti di pelle, ha ben poco.
Questo perché Tom Verlaine è un chitarrista decisamente fuori dalla norma. Da
ragazzo suonava il sassofono e consumava i dischi jazz di John Coltrane e Albert
Ayler. La sua Fender sembra suonata soffiandoci dentro quante più note
possibili. La canzone che dà il titolo all’album inizia con due accordi secchi e
il trillo della chitarra, che sembra quello di una sveglia che suona alle 2 di
notte e che ti conduce in una quieta disperazione. La voce passeggia sotto la
luce obliqua del basso e della batteria:«Ascoltando la pioggia / sentendo
qualcos’altro / sotto la tenda della luna». Poi tocca alla chitarra di Verlaine,
che si prende tutta la seconda metà del brano. Una scala che sale, si allarga,
si arrampica su se stessa per minuti, fino a diluirsi in una pioggia di note.
Di solito la storia della musica si racconta così: a metà degli anni Settanta il
rock era diventato un genere ridondante come i canti gregoriani nelle
cattedrali. Mega gruppi, mega stadi, mega assoli e mega coglioni (diceva
qualcuno). Così arriva il punk, che distrugge tutto. Da quelle macerie si
riparte verso altre direzioni. Solo che qui siamo nel febbraio del 1977. Never
Mind the Bollocks dei Sex Pistols non è ancora uscito. Il punk non ha ancora
distrutto niente. I Television, ancora una volta, sono arrivati prima di tutti.
Marquee Moon non rispetta nessun canone del punk. Dura dieci minuti, con un
assolo di chitarra che ne occupa la metà. Eppure suona già come quello che verrà
dopo. I Television hanno inventato il post-punk prima del punk.
Il CBGB resistette parecchi anni e, alla fine, a farlo chiudere non fu il
rumore. Fu l’affitto. Il padrone di casa alzò il canone e non rinnovò il
contratto. Sulla Bowery, nel frattempo, i barboni erano diventati pochi e i
ristoranti tanti. Il 15 ottobre 2006, giusto vent’anni fa, per l’ultimo concerto
sale sul palco Patti Smith. Suona per tre ore e mezza. Tra i brani che esegue
c’è anche Marquee Moon, in una versione recitata. L’atmosfera è quella del
grande addio, ma senza nostalgia. D’altronde, il punk non è solito lasciarsi
andare a questo genere di sentimentalismi. «Il CBGB non è un fottuto tempio –
dice Patti Smith al microfono – è quello che è». Ai ragazzi che ascoltano sotto
al palco dice di non preoccuparsi: «Troverete qualche altro buco di merda e ci
suonerete dentro, come abbiamo fatto noi». Le luci si spengono poco dopo l’una.
Hilly Kristal muore meno di un anno dopo.
Quella sera sul palco, assieme a Patti Smith, c’era anche Richard Lloyd, l’altra
metà dei Television. Tom Verlaine, invece, non si fa vedere. Gli ultimi anni
della sua vita li ha vissuti lontano dagli amplificatori. Muore il 28 gennaio
2023, a 73 anni. A quel punto gli amici devono occuparsi di un’altra sua
attività, assai meno nota della musica: quella di accumulatore seriale.
In casa sua Tom Verlaine aveva circa cinquantamila libri. A diciott’anni, appena
arrivato a New York, aveva trovato lavoro alla Strand, la grande libreria
dell’usato di Manhattan, e da allora non aveva più smesso di frugare nei
carrelli da un dollaro piazzati sui marciapiede. Nel 2018 scrisse addirittura un
articolo di commiato sul New York Times dopo la scomparsa del titolare del
negozio, Fred Bass, ricordando gli anni in cui si appassionò alla lettura:
«Sembrava che con le parole si potesse fare qualsiasi cosa». Dopo la sua morte,
i libri sono stati donati a un’altra libreria, Better Read Than Dead, che ha
organizzato una grande svendita in un garage di Brooklyn. Prezzi da bancarella,
con lo sconto per chi si portava via direttamente gli scatoloni. Qualcuno, per
fare ordine, aveva provato a catalogarli, ma era un’impresa impossibile. I
titoli andavano da Comunicare con gli animali a Aminoacidi: metabolismo e
applicazioni mediche, passando per Il viaggio spirituale di un prete nello
spettacolo, fino a Negoziare con la Cina. E, naturalmente, Il cattolico sul
cavallo a dondolo.
Con i dischi è andata allo stesso modo. Prima di morire, aveva deciso che
sarebbero stati donati ad Academy Records, il suo negozio di fiducia. A giugno
ne sono stati messi in vendita quattromila, questa volta sul web. Su Discogs c’è
una sezione dedicata. Quasi tutto costa tra i dieci e i cinquanta dollari,
perché un fan possa portarsi a casa un pezzo dello scaffale di Verlaine senza
essere un collezionista milionario. Ci sono i dischi di Nico, dei Love, degli
Slint, di Patti Smith e degli Strokes. C’è anche un vinile da sette pollici del
singolo Un’altra volta chiudi la porta, di Adriano Celentano. E, naturalmente,
c’è Marquee Moon.
Anche il CBGB è stato rivenduto pezzo per pezzo. Questa volta non proprio per
spirito di condivisione. Il bancone, le porte, i gabinetti e gli orinatoi sono
stati smontati per una mostra a Las Vegas che, alla fine, non è mai stata
realizzata. Le mattonelle del cesso sono finite nel set di un film del 2013, con
Alan Rickman nei panni di Hilly Kristal. La tenda esterna, quella con la sigla
del locale, è stata installata nell’atrio della Rock and Roll Hall of Fame,
mentre una delle insegne è stata affissa sopra il bar dell’aeroporto di Newark,
dove i passeggeri possono ordinare un club sandwich sotto al poster di Joey
Ramone, in attesa del volo. Al 315 di Bowery adesso c’è una boutique di
abbigliamento, che conserva i graffiti sui muri come fossero affreschi.
Il bagno del CBGB esposto al Metropolitan Museum
La sera della chiusura del CBGB, prima che si spegnessero le luci, Patti Smith
aveva detto ai ragazzi di non preoccuparsi. Avrebbero trovato un buco di merda e
ci avrebbero suonato dentro, come avevano fatto loro. Il consiglio vale ancora.
Basta fare in fretta, prima che lo trasformino in un museo.
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