La scuola non si difende con le cariche
COMUNICATO COBAS SCUOLA TORINO SULLE OCCUPAZIONI STUDENTESCHE E SULLA
MANIFESTAZIONE DI IERI
La scuola non si difende con le cariche. La legalità non può essere a senso
unico!
Abbiamo volutamente scelto di diffondere questo comunicato dopo la bellissima
manifestazione di oggi delle studentesse e degli studenti di Torino.
Non avevamo ritenuto opportuno intervenire prima perché pensavamo — e
continuiamo a pensare — che il merito di ciò che è stato costruito in questi
giorni dovesse essere lasciato interamente a chi lo ha realizzato: le
studentesse e gli studenti.
Sia chiaro: noi c’eravamo. Eravamo nelle scuole, abbiamo discusso con loro, ci
siamo confrontati e abbiamo dato consigli. Ma non ci sembrava corretto mettere
il cappello su una mobilitazione nata dal basso, dall’autorganizzazione e dalla
volontà degli studenti e delle studentesse di far sentire la propria voce.
Oggi, dopo la manifestazione, sentiamo però il dovere di parlare. E lo facciamo
senza ambiguità.
La manifestazione di oggi è stata bellissima. La risposta delle forze
dell’ordine, invece, solleva interrogativi gravi che non possono essere
liquidati con il solito racconto degli scontri.
Ancora una volta, il dibattito pubblico rischia di concentrarsi sulle immagini
della tensione, mettendo in secondo piano le ragioni della protesta e le
responsabilità di chi ha gestito l’ordine pubblico. Ma non si può raccontare
quanto accaduto come se gli scontri fossero comparsi dal nulla, senza
ricostruire la dinamica degli interventi della polizia e senza chiedersi quale
ruolo abbiano avuto le cariche nell’alimentare la tensione.
Quando la risposta a una manifestazione studentesca sono gli idranti e le
cariche, il problema non può essere ridotto al comportamento di chi protesta.
Le ragazze e i ragazzi sono scesi in piazza per rivendicare il diritto allo
studio, denunciare i tagli alla scuola pubblica e contestare scelte politiche
che continuano a sacrificare istruzione, sanità e servizi pubblici mentre si
destinano risorse crescenti agli armamenti. Hanno portato nelle strade il
disagio di una generazione che troppo spesso viene ascoltata soltanto quando
protesta e viene trattata come un problema quando decide di organizzarsi.
Di fronte a questa mobilitazione, ci saremmo aspettati la capacità di garantire
il diritto di manifestare, prevenire le situazioni di rischio e tutelare
l’incolumità di tutte le persone presenti. Ci chiediamo invece perché la
gestione della piazza sia arrivata alle cariche e all’uso degli idranti contro
studenti che volevano esprimere pubblicamente la propria rabbia.
Chi ha deciso le modalità dell’intervento? Quali valutazioni sono state fatte
prima di procedere alle cariche? Quali misure sono state adottate per evitare
che la situazione degenerasse? E soprattutto: si ritiene davvero che la
repressione sia una risposta adeguata alle richieste delle giovani generazioni?
Sono domande precise, alle quali le istituzioni devono dare risposte altrettanto
precise.
Non accettiamo che la parola «ordine pubblico» diventi una formula buona per
giustificare qualsiasi intervento. Garantire la sicurezza significa anche
proteggere il diritto di riunirsi e manifestare, limitare l’uso della forza a
quanto strettamente necessario e assicurare che ogni intervento sia
proporzionato e verificabile. Non significa trasformare una piazza studentesca
in un terreno di scontro.
La polizia non può essere inflessibile con chi manifesta e incapace di prevenire
ciò che mette in pericolo le scuole e le comunità che le abitano.
In questi giorni, mentre gli studenti cercavano di portare avanti le proprie
iniziative, si sono verificate anche devastazioni in alcuni istituti.
Condanniamo la distruzione degli spazi scolastici, che appartengono all’intera
comunità, e chiediamo che siano accertate le responsabilità individuali. Ma
proprio per questo non accettiamo che le responsabilità vengano attribuite
collettivamente a un intero movimento studentesco.
Resta una domanda che riguarda direttamente la politica nazionale: perché, di
fronte alle devastazioni delle scuole, la discussione pubblica si è concentrata
sulla condanna dei danneggiamenti, mentre dopo la manifestazione di oggi alcuni
esponenti politici sono intervenuti con tanta rapidità e durezza per attaccare
il movimento studentesco?
Dov’era la polizia mentre alcune scuole venivano devastate da gruppi che nulla
sembravano avere a che fare con le mobilitazioni studentesche?
Perché non è stata in grado di impedire queste azioni e di tutelare il diritto
degli studenti a portare avanti le proprie iniziative? Perché gruppi che,
secondo le testimonianze e le ricostruzioni circolate, avrebbero agito con
modalità organizzate sono riusciti a mettere in seria difficoltà le occupazioni,
mentre la risposta delle forze dell’ordine si è poi concentrata sugli studenti
scesi in piazza per manifestare?
In alcuni istituti, a pochi metri dalle caserme, possibile che nessuno abbia
visto nulla? Possibile che non ci si sia accorti della presenza di gruppi che
sembravano avere come unico obiettivo quello di devastare gli spazi scolastici,
senza alcun legame riconoscibile con le rivendicazioni degli studenti di quelle
scuole?
Non vogliamo lanciare accuse senza prove, né trasformare interrogativi legittimi
in conclusioni precostituite. Ma proprio per questo chiediamo che venga fatta
chiarezza.
È stata valutata la possibilità che queste azioni abbiano avuto l’effetto, se
non l’obiettivo, di screditare il movimento studentesco e far fallire
occupazioni che avevano parole d’ordine precise? Occupazioni che rivendicavano
il diritto allo studio, un’istruzione dignitosa e la possibilità di partecipare
alle decisioni che riguardano la vita scolastica?
E come mai i comitati giovanili di Fratelli d’Italia sono intervenuti così
rapidamente con comunicati che sembravano trovare nelle devastazioni la conferma
delle proprie posizioni, identificando i responsabili con i cosiddetti
«maranza»?
Una coincidenza politica che merita almeno una riflessione. Le devastazioni
hanno messo in difficoltà il movimento, hanno colpito soprattutto gli studenti
meno politicizzati e hanno offerto un facile pretesto a chi vorrebbe liquidare
le occupazioni come semplice vandalismo. Non sappiamo chi ci sia dietro quei
gruppi e non intendiamo attribuire responsabilità senza elementi concreti. Ma
chiediamo che si indaghi seriamente, senza scorciatoie e senza utilizzare quanto
accaduto per criminalizzare indiscriminatamente gli studenti.
Dopo gli episodi di devastazione, abbiamo assistito a dichiarazioni che hanno
offerto una rappresentazione dei giovani come problema di sicurezza, alimentando
stereotipi e generalizzazioni. Dopo la manifestazione, gli episodi di tensione
sono diventati un’occasione per rilanciare la richiesta di maggiore severità.
Ma perché tanta solerzia nel condannare gli studenti e così poca attenzione, nel
dibattito politico, alla necessità di chiarire come sia stata gestita la piazza?
Chi si assume la responsabilità delle decisioni che hanno portato alle cariche?
Chi verifica la proporzionalità dell’uso della forza? Chi risponde se saranno
accertati comportamenti illegittimi da parte di chi avrebbe dovuto garantire il
diritto di manifestare?
Non chiediamo indulgenza per chi ha devastato le scuole o commesso atti di
violenza. Chiediamo lo stesso rigore nell’accertamento di tutte le
responsabilità. Non possono esistere responsabilità da perseguire con la massima
severità e altre da considerare secondarie perché riguardano l’operato delle
istituzioni.
La legalità non può essere invocata a senso unico.
Se si pretende che gli studenti rispondano delle proprie azioni, è altrettanto
necessario che le modalità di intervento delle forze dell’ordine siano
trasparenti, proporzionate e sottoposte a verifica. La credibilità delle
istituzioni non si misura soltanto dalla fermezza con cui condannano chi
protesta, ma anche dalla trasparenza con cui rendono conto del proprio operato.
Ci chiediamo inoltre perché le devastazioni e gli episodi di tensione debbano
diventare il pretesto per spostare l’attenzione dalle ragioni della
mobilitazione: una scuola pubblica impoverita, il diritto allo studio, le
disuguaglianze e le risorse destinate agli armamenti anziché ai servizi
pubblici.
In questo modo, una questione sociale e politica viene ridotta a una questione
di ordine pubblico, mentre chi manifesta viene identificato con gli episodi più
gravi, indipendentemente dalle proprie responsabilità individuali.
Noi non accettiamo questa operazione. Vogliamo che si faccia piena luce sui
danneggiamenti, ma anche sulla gestione della manifestazione e sulle ragioni
delle cariche. Vogliamo che ogni responsabilità venga accertata, senza
protezioni e senza capri espiatori.
La scuola non è una caserma. Le studentesse e gli studenti non sono un nemico da
contenere. Le occupazioni e le manifestazioni sono espressioni di conflitto e
partecipazione che devono essere affrontate nel rispetto dei diritti, non
trasformate automaticamente in questioni di sicurezza.
Come COBAS Scuola Torino rifiutiamo una concezione dell’ordine pubblico che
finisce per mettere sullo stesso piano il dissenso e la minaccia, la protesta e
la violenza. Rifiutiamo l’idea che la risposta alle contraddizioni sociali, alla
precarietà e all’impoverimento della scuola pubblica debba essere affidata alla
forza.
La repressione non risolve le ragioni della protesta. Le nasconde, rischia di
esasperarle e allontana ulteriormente le giovani generazioni dalle istituzioni.
Una scuola che vuole educare alla democrazia deve riconoscere il valore del
dissenso, anche quando è scomodo, conflittuale e mette in discussione le scelte
di chi governa.
E ora dobbiamo aspettarci l’ennesimo decreto sicurezza? Dobbiamo assistere
all’ennesimo tentativo di utilizzare episodi di tensione per restringere gli
spazi di manifestazione, inasprire le sanzioni e intimidire chi sceglie di
mobilitarsi?
Non accetteremo che quanto accaduto venga trasformato in un pretesto per nuove
strette repressive. La condanna della violenza non può diventare la copertura
politica per colpire il dissenso e mettere a tacere un’intera generazione.
Noi continueremo a stare al fianco delle ragazze e dei ragazzi, senza
sostituirci a loro e senza appropriarci delle loro iniziative. Lo faremo perché
difendere la scuola significa difendere il diritto allo studio, la libertà di
espressione, la partecipazione democratica e la possibilità per le nuove
generazioni di immaginare un futuro diverso.
La scuola non si difende con le cariche. La legalità non può essere a senso
unico. La democrazia non si misura dalla tranquillità delle piazze, ma dalla
libertà di chi le attraversa per far sentire la propria voce.
Redazione Italia