Honduras: torna l’offensiva per privatizzare intere porzioni del Paese
Uno dei temi centrali che infiammò le campagne elettorali del 2021 e 2025 in
Honduras, segnando una linea di frattura quasi insanabile nel Paese, è stato
senza dubbio il controverso progetto delle Zone di Occupazione e Sviluppo
Economico (note con l’acronimo spagnolo ZEDE). Per anni, i promotori di queste
enclave hanno sbandierato promesse di lavoro, sviluppo e benessere a beneficio
di migliaia di famiglie che continuano a vivere, o meglio sopravvivere, sotto la
soglia di povertà. Le radici di questa complessa vicenda risalgono al 2011,
quando il Congresso Nazionale modificò diversi articoli della Costituzione
honduregna per approvare il regolamento delle Regioni Speciali di Sviluppo
(RED), popolarmente note come “charter cities” o “ciudades modelo”.
Zede Prospera. Foto di Luis Méndez
Ideate e promosse dall’economista statunitense Paul Romer, le RED incarnavano il
sogno ultraliberista di vaste porzioni di territorio nazionale sottratte alla
giurisdizione statale e dotate di un altissimo grado di autonomia. Questi veri e
propri feudi privati venivano offerti a tempo indeterminato al capitale
multinazionale con il presunto obiettivo di generare occupazione. Contro un
simile impianto, nato nel tentativo grossolano di mitigare la profonda crisi
politica, economica e sociale sopravvenuta dopo il colpo di Stato
civile-militare del 2009, si mobilitarono immediatamente organizzazioni sociali,
gruppi spontanei di cittadini, forze politiche e giuristi, raccogliendo il
sostegno di ampi settori della società.
Vennero raccolte firme in tutto il territorio nazionale e furono presentati
oltre 50 ricorsi di incostituzionalità. Parallelamente, l’Associazione
dei giuristi per lo Stato di diritto accusò formalmente l’allora
presidente Porfirio Lobo, il presidente del Congresso Juan Orlando Hernández e
ben 126 deputati di tradimento della patria.
L’opposizione legale ottenne un primo, storico risultato nell’ottobre 2012: il
Plenum della Corte Suprema di Giustizia dichiarò infatti incostituzionale il
decreto legislativo 283-2010 istitutivo delle RED. La sentenza
confermò l’orientamento di quattro dei cinque magistrati della Sala
Costituzionale, i quali avevano accolto i numerosi ricorsi presentati,
evidenziando la palese violazione dei principi cardine della Carta Magna, in
primis la forma di governo e la sovranità nazionale. Quando si toccano gli
enormi interessi delle oligarchie locali e dei settori del bipartitismo
tradizionale a essi strettamente legati, nonché i flussi del grande capitale
internazionale, la reazione non può che essere immediata e violenta.
Nel dicembre dello stesso anno, il Congresso – guidato da quel Juan Orlando
Hernández destinato a diventare capo dello Stato prima dell’arresto e della
condanna a 45 anni di reclusione per narcotraffico negli Stati Uniti – avviò un
procedimento di impeachment. L’atto si configurò come un vero e proprio colpo di
Stato tecnico-istituzionale, che portò alla destituzione arbitraria dei quattro
magistrati “ribelli”.
Una volta rimosso l’ostacolo giudiziario, nel gennaio 2013 la maggioranza
bipartitica in Parlamento varò una nuova riforma costituzionale per istituire
le odierne ZEDE (Decreto 236-2012), poi blindate otto mesi dopo con la Legge
Organica (Decreto 120-2013). Sostanzialmente, il nuovo schema riproduceva la
struttura delle RED: distretti territoriali concessi a investitori esteri in un
regime di assoluta autonomia politica, fiscale, doganale, giudiziaria,
giuslavoristica e di pubblica sicurezza.
A dispetto della rapidità legislativa, dovettero passare quasi sette anni prima
dell’effettiva apertura della prima zona speciale. La pioniera è stata la ZEDE
Próspera, insediatasi sull’isola caraibica di Roatán e concessa al consorzio
Honduras Próspera LLC del finanziere venezuelano-statunitense Erick A. Brimen,
il cui modello è supportato dai fondi di venture capital della Silicon Valley
guidati da figure come Peter Thiel e Sam Altman.
Nel maggio 2021, il Congresso approvò un’ulteriore controversa riforma per
ampliare a dismisura le esenzioni e i benefici fiscali degli investitori. La
gestione e la regolamentazione di queste concessioni vennero affidate
al Comitato per l’Adozione delle Migliori Pratiche (CAMP), un organo i cui
membri, nominati dall’Esecutivo, erano figure di assoluta fiducia di Hernández.
A completare il quadro di questa cessione di sovranità, a metà giugno dello
stesso anno, la Corte Suprema istituì una Giurisdizione Speciale delle ZEDE,
destinata a operare secondo il modello del diritto anglosassone (common law), un
sistema totalmente estraneo alla cultura giuridica e alla tradizione del Paese.
Accanto al faraonico progetto di Roatán presero forma le uniche altre due
iniziative operative: Ciudad Morazán(Choloma), fondata dall’imprenditore
italiano Massimo Mazzone per operare nel settore delle maquiladoras, e
Orquídea (San Marcos de Colón), mega-progetto agroindustriale focalizzato
sull’esportazione di ortaggi.
Zede Prospera. Foto di Luis Méndez
Sul fronte sociale, la resistenza contro questa mappatura geopolitica aveva
registrato un primo sussulto già nel 2020, quando la comunità di Crawfish Rock
insorse contro Próspera. La protesta scaturì dalla denuncia della totale
mancanza di una consultazione preventiva, libera e informata, configurando una
palese violazione della Convenzione 169 dell’OIL sui popoli indigeni e tribali.
Tale mobilitazione favorì la nascita dell’Alleanza in Difesa delle Isole della
Bahía che, in coordinamento con il Consiglio Nazionale Anticorruzione (CNA) e
diversi movimenti sociali, diede vita alla campagna nazionale “Honduras is not
for sale”.
Nel suo durissimo rapporto “I peccati capitali delle ZEDE”, il CNA non solo ne
denunciò l’incostituzionalità, ma chiese formalmente che promotori e sostenitori
politici venissero perseguiti per tradimento della patria. L’impianto
accusatorio svelava l’anatomia di uno “Stato nello Stato”: le ZEDE avrebbero
avuto il potere di dettare norme interne, istituire giudici autonomi, riscuotere
tasse e battere moneta. Avrebbero inoltre gestito in proprio sicurezza,
intelligence, carceri, sanità ed istruzione, con la facoltà di effettuare
espropri fuori dal controllo statale e di concedere a stranieri terre
costituzionalmente riservate ai soli honduregni.
Il dissenso si allargò rapidamente a sindacati, università e ordini
professionali. L’Ordine degli Avvocati dell’Honduras individuò almeno otto punti
di netta incostituzionalità, coniando il concetto di “alegalità” per descrivere
come gli investitori sfruttassero scientificamente le lacune normative per
legittimare concessioni e spoliazioni territoriali. Parallelamente, l’Ordine dei
Medici denunciò la violazione del diritto alla salute e delle regole di
iscrizione all’albo, accusando lo Stato di aver abdicato al suo ruolo di garante
dei diritti fondamentali per cederli arbitrariamente al CAMP.
In questo contesto, il Forum Sociale sul Debito Estero e lo Sviluppo
dell’Honduras (Fosdeh) evidenziò nei suoi rapporti come la crisi sistemica del
Paese, frutto delle ricette neoliberiste, fosse stata sfruttata per spianare la
strada al grande capitale transnazionale. Il Fosdeh ricordò che l’Honduras
conviveva da sempre con un’economia di enclave, ma avvertì che le ZEDE ne
rappresentavano un’estremizzazione perniciosa, capace di creare centri di potere
privati in grado di condizionare lo Stato e di trasformare queste aree in
paradisi fiscali o rifugi per capitali illeciti.
“Si tratta di un progetto politico ben definito, di un modello perverso di
svuotamento e svendita del territorio nazionale e di espulsione delle comunità”,
spiegava Miriam Miranda, coordinatrice dell’Organizzazione Fraterna Nera
Honduregna (Ofraneh). La dirigente garifuna, alla guida di un presidio popolare
permanente davanti alla Corte Suprema, ha sempre tracciato una linea di
continuità storica tra le vecchie concessioni minerarie o bananiere e
l’assolutismo delle ZEDE. Il presidio esige l’abrogazione della legge che
blinda i settori agroindustriale, turistico ed energetico facilitando gli
sgomberi, oltre alla liberazione degli attivisti arrestati. Per
Miranda, “l’Honduras è stato ridotto a un laboratorio geopolitico” in
cui “sperimentare la distruzione delle istituzioni e della
sovranità, legittimandol’espulsione delle popolazioni indigene e contadine per
far spazio a nuove enclave”.
La natura profonda e transnazionale di questo laboratorio è emersa in tutta la
sua gravità a seguito dello scandalo internazionale denominato Hondurasgate. La
divulgazione di decine di audio intercettati ha squarciato il velo su una
presunta trama geopolitica di occupazione territoriale e destabilizzazione
regionale, orchestrata dal vecchio regime di Juan Orlando Hernández in asse con
la destra di Nasry Asfura e potenze straniere. All’interno di queste
registrazioni, l’istituzione delle ZEDE non si configura come un mero progetto
economico, ma come il tassello chiave di una strategia israelo-statunitense
volta a trasformare il Paese in una piattaforma militare e d’intelligence
conservatrice nel continente.
Le intercettazioni svelano l’anatomia di un’ingerenza profonda, alimentata dal
massiccio afflusso di capitali speculativi e tecnologici protetti dal potere
politico. Sullo sfondo emergono inquietanti operazioni di disinformazione e
finanziamenti occulti volti ad attaccare i governi progressisti dell’area e a
neutralizzare le opposizioni interne, confermando come la sovranità honduregna
fosse stata letteralmente messa all’asta per interessi estrattivisti ed esteri.
La svolta politica si è concretizzata con l’insediamento della presidente
Xiomara Castro (2022-2026), che ha fatto dell’abrogazione delle charter
cities un pilastro del suo programma. Nell’aprile 2022, raccogliendo l’impulso
della mandataria, il Congresso Nazionale ha approvato all’unanimità la
cancellazione della riforma costituzionale e della Legge Organica delle ZEDE,
ponendo fine a un impianto definito dall’esecutivo “criminale” e lesivo della
sovranità nazionale. Per proteggere il Paese dalle ritorsioni legali promosse
dai consorzi stranieri nei tribunali arbitrali, nel 2024 il governo Castro ha
compiuto il passo ulteriore di notificare il recesso dell’Honduras dalla
Convenzione CIADI, il braccio arbitrale della Banca Mondiale. Pochi mesi dopo,
la Corte Suprema di Giustizia ha dichiarato l’incostituzionalità totale e
originaria (ex tunc) delle ZEDE e ha decretato che i progetti sorti sotto quella
legislazione dovevano considerarsi nulli e privi di qualsiasi validità sin dal
loro principio.
Il ritorno al potere dei partiti tradizionali nel 2026, sotto la guida del
presidente conservatore Nasry Asfura, ha rimescolato drammaticamente le carte,
riaprendo l’asse con i mercati internazionali. A marzo, Asfura ha firmato il
reintegro formale dell’Honduras nel CIADI, entrato ufficialmente in vigore il 16
agosto 2026. Se per il governo si tratta di un passo indispensabile per
ridare “certezza giuridica” e attrarre capitali, le organizzazioni popolari
denunciano che questo dietrofront espone nuovamente il Paese a richieste di
risarcimento devastanti.
Nonostante la nullità sancita dalla Corte Suprema, la partita resta apertissima
e si è trasferita nei palazzi degli arbitrati internazionali. Qui le
multinazionali oppongono una dura resistenza, arroccandosi sui trattati di
libero scambio come il CAFTA-DR , firmato da Stati Uniti, America Centrale e
Repubblica Domenicana. La holding statunitense Honduras Próspera LLC ha
intentato una colossale causa contro lo Stato presso il CIADI,
ipotecando pesantemente il bilancio nazionale. Próspera ha inoltre sferrato una
clamorosa sfida ai verdetti della magistratura nazionale ordinando una massiccia
espansione territoriale sull’isola di Roatán, inglobando dodici nuovi immobili
per oltre 737.000 metri quadrati. La superficie sotto il suo controllo è così
lievitata a 3,2 milioni di metri quadrati, arrivando a occupare quasi il 4%
dell’intera isola.
Per il movimento d’opposizione, l’isola rischia di trasformarsi definitivamente
in una testa di ponte del capitale speculativo e dell’intelligence
israelo-statunitense.
Questa sfacciata esibizione di forza finanziaria – culminata a Roatán con il
blindatissimo Business Retreat 2026 che ha radunato i principali leader dei
capitali speculativi transnazionali – ha riacceso istantaneamente la miccia
della protesta sociale in tutto il Paese.
La comunità di Crawfish Rock e i movimenti popolari hanno denunciato annessioni
di fatto per consolidare una politica di occupazione territoriale. Mentre le
opposizioni politiche e sociali invocano con urgenza una commissione d’inchiesta
parlamentare per fermare quello che definiscono un sopruso intollerabile, forte
del silenzio assenso del bipartitismo.
“Lo smantellamento delle ZEDE non è solo una battaglia di natura legale, ma
rappresenta l’epicentro di uno scontro storico per il recupero dell’identità e
della dignità della nostra Repubblica”, spiega a Pagine Esteri Fernando García,
economista e figura chiave del coordinamento istituzionale contro le enclave.
Secondo l’alto consulente, l’accanimento dei consorzi stranieri nei tribunali
arbitrali dimostra come l’Honduras sia stato spogliato dei suoi strumenti
sovrani, trasformando i confini nazionali in una merce regolata da entità
private transnazionali. La vera sfida che attende i movimenti popolari e le
istituzioni democratiche nei prossimi anni – continua García – non risiede
soltanto nel resistere ai ricatti miliardari del CIADI, ma nel rifondare
completamente il tessuto democratico, sradicando una volta per tutte quella
cultura della sottomissione giuridica che ha permesso la nascita di veri e
propri micro-Stati sul suolo nazionale.
“Siamo riusciti a impedire l’installazione di 64 ZEDE e ne restano in
funzione solo tre. Purtroppo gli interessi in gioco sono enormi e i
multimilionari stranieri stanno tornando alla carica, come ha ampiamente
dimostrato la sfacciata annessione territoriale a Roatán e l’evento realizzato
recentemente sull’isola. L’Honduras – spiega l’economista – si
trova oggi sull’orlo di un baratro e il rischio reale è quello di una
progressiva scomparsa come Stato sovrano. Ciò che i sostenitori del libertarismo
più radicale mirano a dimostrare è che gli Stati-Nazione devono lasciare spazio
a città tecnologiche private. Non si tratta più semplicemente di ridurre lo
Stato, bensì di decretarne la totale scomparsa”. Un monito che non interessa
solo l’Honduras e la sua popolazione, ma tutti gli Stati della regione. Pagine
Esteri
Giorgio Trucchi