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Nuovo attacco al mercato dei poveri. La storia di Stefania, venditrice del Balon a Torino
(disegno di francesca ferrara) Ogni sabato e ogni domenica si tiene un mercato delle pulci in via Carcano, in un angolo lontano della periferia settentrionale di Torino fra il cimitero monumentale e un centro di raccolta di rifiuti urbani. Il mercato – controllato dall’associazione Vivibalon – garantisce la sopravvivenza di persone che appartengono alle classi sociali più povere della città. Quest’estate la regione Piemonte ha modificato la legge regionale relativa a questo tipo di esercizio e ha imposto un limite di dodici mercati annuali. In seguito a un negoziato con la giunta cittadina, a dicembre è stata emanata una convenzione che alza a quaranta il tetto di mercati annuali: meno della metà delle giornate attuali. Anche la convenzione sancirebbe la fine del mercato, realizzando finalmente il desiderio di politici di destra interessati a guadagnare consensi grazie alla guerra a poveri e immigrati. Da poche settimane è nata una mobilitazione per difendere il mercato: un comitato raccoglie le firme contro la legge regionale, politici di sinistra ed entità del terzo settore sostengono la realtà di via Carcano, altri gruppi invocano sui social la necessità di preservarne l’esistenza. Certo è importante opporsi alle politiche regionali discriminatorie, eppure provo scoramento nel leggere gli appelli alla difesa di via Carcano. Il mercato di via Carcano è un ghetto dove negli ultimi anni sono stati rinchiusi i poveri a seguito di politiche di riqualificazione urbana che hanno interessato l’area di Porta Palazzo e Borgo Dora. Nel 2017 il mercato domenicale, che un tempo occupava piazza della Repubblica, è stato spostato qui, accanto al cimitero. Poi nel 2019 la giunta Appendino ha attaccato il mercato degli straccivendoli che si teneva ogni sabato al Balon di Borgo Dora: i venditori più poveri sono stati esiliati in via Carcano dopo nove mesi di resistenza e lotte, in seguito a cariche della Celere e multe onerose. Mi auguro che possibili forme di solidarietà si espandano e siano efficaci e spero si possa immaginare uno scenario che trascenda la mera difesa di una gabbia. Per questo credo sia fondamentale conoscere la storia del mercato e ascoltare la voce e le esigenze di chi lo anima ogni settimana. Per contribuire al radicamento di una lotta consapevole, segue la storia di vita raccontata da Vittoria, venditrice al Balon negli anni Sessanta, Ottanta e in questo secolo, impegnata nella resistenza contro lo spostamento del mercato nel 2019 e oggi venditrice in via Carcano. (francesco migliaccio) *     *     * Sono nata in corso Brescia al 32, dove c’era una piola con una bocciofila nel cortile. All’età di quattordici anni lavoravo in fabbrica, mia madre mi faceva lavorare perché avevamo bisogno di soldi, mio padre era piastrellista, una testa matta anche lui perché era stato partigiano e non trovava lavoro. Una vita difficile. Sono andata a lavorare in fabbrica, ma studiavo anche. A quel tempo ho conosciuto il padrone del Maglificio Calzificio Torinese, quello con il simbolo dell’aquila, da cui poi sarebbe nato Robe di Kappa. Ho conosciuto il proprietario e lui mi ha preso a benvolere e mi lasciava studiare: facevo le tecniche alberghiere e studiavo lingue. Questo proprietario era interessato alla mia formazione e mi ha aiutato, facendomi andare a scuola la mattina e il pomeriggio a lavorare. Andavo a scuola dalle otto all’una, mangiavo e alle due andavo in fabbrica e lavoravo fino alle dieci. Questo fino a diciassette anni. Nel frattempo ho trovato casa a mia mamma, perché noi abitavamo in una stanza soltanto al terzo piano di corso Brescia, una casa ballatoio, eravamo tre figli, mamma e papà. Ho trovato una casa al terzo piano in via Monza, davanti alla fabbrica Nebiolo, avevano appena chiuso la Nebiolo. Io e le mie sorelle avevamo una camera, i miei un’altra. E mio papà muore nel ’65. La mia era una famiglia tradizionalista. Quindi proibizionismo assoluto: fino ai vent’anni la mia vita era casa e lavoro, lavoro e casa, e niente di più. Uscivo la sera al massimo fino a mezzanotte dai diciotto anni ai ventuno. Mio padre muore e io ho ventun anni. Una sera – era ottobre o novembre del 1965 – esco e non rientro a casa per dormire. Mia madre dice: «Vattene via!». Io esco, me ne vado via, e mi trovo in mezzo alla strada. Lavoravo, però avevo la testa in panne e ho smesso di lavorare. E sono andata al Balon: lì ho conosciuto per la prima volta la realtà del Balon. Il Balon era ancora su tutto il fianco della Dora, da corso Giulio Cesare e scendeva giù. E c’era il fianco della Dora che era un prato e noi – che eravamo i più poveri – facevamo il mercato lì, tutto fino in fondo. C’era ancora la rotaia sul ponte e passavano ancora i treni. E c’era il Balon che continuava anche in via Borgo Dora e in tutte le viuzze attorno, ricordo che un uomo comprava il ferro davanti al Maglio. Si andava liberi, si arrivava la mattina e chi arrivava, arrivava: il primo si piazzava. È chiaro che io ero giovane e avevo un posto piccolino e c’erano i prepotenti che arrivavano con tanta roba e ti volevano mandare via, gli altri ti difendevano, ma era una lotta verbale tra compagni. Eravamo abituati a essere autonomi, a gestirci da soli, ci controllavamo da soli e facevamo in modo che non succedessero stronzate tra noi. Trovavo le cose in giro, amici che conoscevano le mie condizioni mi davano una mano. E questo è stato un periodo molto breve, un paio di mesi, però mi ha dato da vivere: sono sopravvissuta. Abitavo in corso Vittorio Emanuele, in una pensione. Combinazione: ho vinto un concorso di miss, perché ero una bella ragazza, e ho partecipato al Cantagiro. Avevano liberalizzato la birra e io ero diventata Miss Birra Bruna, facevo il Cantagiro e facevo la velina. E lì ho conosciuto cantanti e musicisti, ho conosciuto la vita che non conoscevo. Sono andata a Ischia e lì ho conosciuto dei grandi sarti. E ho cominciato a fare la matta: non lavoravo più, ho fatto l’indossatrice per le sorelle Fontana, ho fatto la fotomodella per le fotografie della Fiat. Poi ho fatto anche la rivoluzione del Sessantotto! Ho fatto la sessantottina, la rivoluzionaria, e nel frattempo andavo in giro di notte. Ero una testa accesa. A quel tempo vivevo con un musicista, però ho conosciuto il padre di mia figlia e sono diventata la sua amante. Lui è stato il primo importatore di flipper e jukebox dall’America, quindi era ricchissimo. Lui in via Po, angolo via Rossini, aveva aperto una discoteca. Il locale si chiamava Don Pepe. Sotto c’era la discoteca, al primo piano aveva un ristorante e di fronte aveva una paninoteca. E lui – dopo qualche anno – voleva che gestissi tutte queste attività. Al Don Pepe, di sera, servivamo tutto: whiskey, birra; di giorno invece non servivamo alcolici. Anche perché il Don Pepe è nato per i ragazzi che tagliavano da scuola e venivano da noi. Nel nostro locale di via Rossini è nata Lotta Continua e si incontravano anche quelli di Potere Operaio. Venivano sotto la sera, dove c’era la discoteca. Io partecipavo alle lotte alla Fiat nel ’69 e ’70. Il padre di mia figlia nel frattempo faceva puttanate, aveva giri strani e io non lo sapevo. Quando mia figlia aveva otto anni suo padre è finito in galera in Francia. Mi aveva detto che era stato coinvolto involontariamente. E il palazzo dove c’era il Don Pepe era crollato, quindi non avevo più niente, non avevo la sussistenza. E lì sono tornata a fare il Balon, perché ero bloccata. Ho fatto di nuovo per qualche mese il Balon, che era sempre libero, non c’erano vincoli, niente: si arrivava, si piazzava e si vendeva. Mi figlia era piccola e veniva con me a fare il Balon; pensa, si ricorda che le avevano insegnato a fare le figure di carta, sai gli uccelli, le rane, e lei faceva quelle e le vendeva: dieci lire, venti lire. E mi aiutava così. Io vendevo le mie cose perché, essendo ricca prima, avevo tanta roba da casa mia. Poi un amico del padre di mia figlia mi ha detto: «Ma cosa fai a fare il Balon? Apri una sala giochi». E ho aperto una sala giochi in via Po, angolo via Rossini, la prima sala giochi di Torino è stata la mia. La sala giochi era di fronte al posto dove c’era il Don Pepe, là dove prima gestivo la paninoteca. Questo amico mi ha aiutato e abbiamo messo i flipper e i jukebox. E siamo andati avanti, poi c’erano i videogame e lì c’era la prima sala dei videogame. Nel frattempo il padre di mia figlia torna dopo tre anni di prigione e mi fa la guerra. Voleva rimpossessarsi di tutto e io ho detto: «No, non mi sta bene perché non voglio avere a che fare con te». Lui mi ha buttato fuori di casa, mi ha tolto la sala giochi e io mi sono trovata di nuovo al Balon. Sono finita al Balon perché non avevo altra soluzione! Facendo il Balon, incontro un mio cugino e mi offre di lavorare con lui per INA Assitalia. «Vieni a lavorare con me, ti faccio fare il corso», dice. E lui mi ha aiutato veramente, mi ha mandata a studiare a Milano: ho fatto una specie di master in economia per poter lavorare nel mondo finanziario perché vendevo polizze pensionistiche, le prime polizze pensionistiche. A metà anni Ottanta nascono i fondi di investimento e mio cugino, con un suo socio, comincia a lavorare per Agos, finanziaria del gruppo Montedison e mi chiede se voglio lavorare anche io. Io faccio di nuovo un master a Milano e comincio. Chiaro che quel mondo lì era tutta un’altra cosa, non era più il mondo della notte, delle marachelle, non era più il mondo della tossicità. Era un mondo bello, mi piaceva. Poi sono caduta in disgrazia. Tutto quello che avevo guadagnato fino al 1988 – e guadagnavo bene perché avevo lavorato per INA Assitalia e poi Montedison – l’ho investito in un fondo sbagliato. Allora vado a lavorare in banca. Do l’esame, che è un esame di stato, e divento consulente finanziario di questa grossa banca. Inizio nel 1988. Però sono una irrequieta e lavorando in banca conosco persone del settore immobiliare e mi chiedono se volevo lavorare per l’immobiliare e ho detto sì. Ho conosciuto gente molto ricca che aveva degli immobili e ho fatto l’amministratore per questi ricconi di Pinerolo. Uno è un assessore, tutta gente ricchissima, che aveva proprietà enormi, fazendas in Sud America. Mi guardi stupito, eh? Mi davano una percentuale sugli affitti che andavo a riscuotere. Tutti gli anni Novanta ho lavorato in banca e come privato per questa amministrazione. Mantenevo mia figlia, non mi costava poco. Ero una brava venditrice. In seguito mia figlia è a Roma e io decido di mollare tutto e andare a Roma. Ho chiesto aiuto a una conoscente e lei mi ha fatto lavorare per una società di Milano, siamo nel Duemila, una società che si occupa di caricamenti nei supermercati. Coprivo il centro Italia: Lazio, Marche, Abruzzo. Facevo la refill manager per gli ipermercati. Questa società di Milano faceva i caricamenti dei supermercati, significa che mandava il personale nei supermercati a caricare per le grandi aziende: Coca Cola, Barilla e altre. Arrivava il materiale e i ragazzi pagati dalle società di distribuzione mettevano a posto gli scaffali. Io insegnavo ai ragazzi le tecniche per riempire gli scaffali e andavo negli ipermercati a controllare che facessero questo. In tutti gli ipermercati: Coop, Conad e altri. Io come refill manager gestivo duecentocinquanta ragazzi. Andavo in giro per l’Italia, non stavo mai a casa. Poi ho una discussione con mia figlia, litighiamo e io faccio le valigie e vengo via dopo aver vissuto due anni a Roma, era il 2002. E lascio quel lavoro di punto in bianco, a Milano erano disperati. Torno a Torino e vado ospite da mia sorella. Poi avevo la residenza in una stanza che era una ex portineria, me la sono fatta riattare e ho messo il soppalco. Ero insoddisfatta, irrequieta. E sono arrivata a sessant’anni nel 2004, l’età della pensione, e vado in pensione, però lì non so più cosa fare. Allora sono andata a lavorare per un’agenzia di viaggi, però non faceva per me: sì, io parlo tre lingue, sono andata in Corsica, in Francia, ma non mi sentivo a mio agio a fare quel lavoro lì. Per qualche anno, tornata da Roma, sono sopravvissuta, ma ero in difficoltà e allora mi sono ricordata del mercato e di come mi aveva aiutato in passato: così mi sono riavvicinata al Balon! Sono andata in giro per vedere che cosa succedeva al Balon e dal 2007 a oggi faccio il Balon. Andavo nel canale Molassi [dietro a via Borgo Dora, non distante dal luogo originario dove piazzavano gli straccivendoli] e allora il mercato dei poveri era controllato dall’associazione Vivibalon [l’ente che controlla il mercato dei venditori più poveri dal 2003]. Era cambiato, perché dovevi pagare una quota per il tuo spazio. Prima non dovevi pagare, non ero abituata e ho dovuto abituarmi, però non mi sono trovata male. Finché non ci hanno rotto i coglioni [nel 2019] non si stava male. Sempre raccattavo oggetti dagli amici, dai conoscenti, con la vita che ho vissuto conoscevo un mucchio di gente, di tutto e di più. La gente aveva visto che ero caduta in disgrazia. Prima ero milionaria, poi sono diventata una pensionata. Io in tutto prendo seicentoventi euro al mese di pensione, e questa cifra solo da quando ho compiuto ottant’anni. Ti ho conosciuto nel canale Molassi in Borgo Dora nel 2017, 2018, poi è avvenuto lo sfacelo. Un macello! Succede che ci vogliono far chiudere, ma noi non eravamo abituati a questo tipo di atteggiamento da parte della politica. [Alle fine del 2018 la giunta Appendino intima lo spostamento del mercato gestito da Vivibalon: un trasferimento dalla sede storica di Borgo Dora in via Carcano]. Io chiaramente non sono d’accordo, voi ragazzi ci aiutate a fare casino, a farci sentire. Siamo andati davanti al municipio a far bordello, ma non è servito a nulla. A un certo punto il gran capo qui [di Vivibalon] ci dice che dobbiamo lasciare tutto perché la polizia ci trasferisce qui in via Carcano. Io sono una di quelle che non è venuta in via Carcano, sono stata nove mesi abusiva in canale Molassi. Pochissimi venivano qui in via Carcano. Le notti di venerdì accendevamo i fuochi e prendevamo i posti in Borgo Dora. Il venerdì sera andavo a prendere il posto dopo le sette nel canale Molassi, con il mio baracchino. Facevo il fuoco, stavo lì a chiacchierare, a tenere compagnia. A volte non ce la facevo e andavo a dormire, ma c’era sempre qualcuno che guardava affinché non mi rubassero la roba. E nessuno ha mai toccato niente! I ladri non esistevano, fra di noi non ci siamo mai rubati niente. In questa lotta ci organizzavamo da soli, tra noi, senza controlli, senza bisogno che qualcuno venisse a dirci come comportarci, anzi tra di noi ci controllavamo ed eravamo tanti, veramente in tanti. Anche per raccogliere le immondizie, eravamo noi a gestire: controllavamo che tutti buttassero dentro il camion, che continuava a esserci. Poi hanno costruito un muro [nel piazzale di San Pietro in Vincoli, accanto al canale Molassi] per impedirci di vendere ed è arrivata la Celere. Io sono una che è stata caricata dalla polizia! Volevo lo stesso piazzarmi, e non mi hanno lasciato, poi ho visto degli altri, poverini, che hanno piazzato e gli hanno sequestrato tutto, gli hanno fatto la multa, li hanno portati via, un sacco di casini. Io, combinazione, non avevo piazzato perché non avevo fatto in tempo: ero lì che manifestavo e mi hanno caricato! Nonostante hanno visto i miei capelli bianchi, non gli è fregato un cazzo di niente: hanno caricato lo stesso. E io sono una di quelle che si è messa a urlare e le ha prese. E adesso? Mi sono integrata qui in via Carcano, sto facendo via Carcano. E quanti anni è? Dal 2020, tanti anni. Il mercato qui non è male, ma chi lo dirige [l’associazione Vivibalon] fa il bello e il cattivo tempo e noi venditori non abbiamo nessun potere: non fanno assemblee, fanno tutto loro. E nel frattempo la politica ha deciso che ci vuole chiudere perché dicono che qua ci sono i ladri, i delinquenti, ma non è vero. Pensa che qua hanno fatto delle multe con verbali per dei portasaponette. I vigili hanno fatto la multa di centosessanta euro perché sul banco di Michele hanno trovato due portasaponette che avevano ancora il cartellino attaccato e qui non si può vendere nulla di nuovo. Qui la gente vive di elemosina e i vigili vanno a caccia di due piccoli oggetti nuovi. E siamo anche tutti obbligati ad avere il tesserino addosso quando vendiamo. Passa il vigile, che ci conosce da sempre, e ci dice: «La tessera!». Siamo obbligati a tenere la tessera al collo, da qualche mese. Il Balon era la libertà e adesso ti hanno messo l’anello al naso! Il Balon è stata un’ancora di salvezza in tutti i momenti difficili e adesso lo è ancora. Che cosa faccio io? Vado a chiedere l’elemosina? Se non faccio il Balon, come faccio la spesa? Non bastano le offese della vita? Ho fatto delle puttanate, e le ho pagate tutte, ma non rimpiango niente di quello che ho fatto. Rifarei esattamente tutto quello che ho fatto nella vita: errori compresi. Anche perché io sono il risultato dei miei errori e se ho una sensibilità di un certo tipo è perché ho pagato sulla mia pelle i miei errori. Altrimenti non sarei così a ottantun anni, non sarei disposta a fare la guerra alla mia età. Quelli della mia età non hanno più voglia di fare la guerra, io ce l’ho ancora. E ti dirò di più: anche se non faccio più il Balon perché non ho più il fisico per farlo, se c’è bisogno di contestare, io ci sono, io vengo. Se chiudono via Carcano, ci mettiamo tutti qua davanti a protestare e far casino e poi torniamo in Borgo Dora, al Balon! Non c’è dubbio! Non c’è alternativa. Questa è tutta gente che, bene o male, vive di questo.  
Caserta ai suoi antieroi – Capitolo VII
(disegno di diego miedo) In memoria di Roux Per Alfredo quella domanda lanciata nel silenzio del tinello non suonava come una domanda. Erano a tavola. Tempo di feste comandate, quando tutti tornano. La testa abbassata rivolta verso il piatto di pasta e patate. Il suo piatto preferito. Il cucchiaio impugnato male. La madre sapeva che al figlio quel piatto piaceva assai. Che lo aveva riproposto ai suoi coinquilini a Torino, coi quali aveva condiviso la scelta della pasta mischiata, la variante con la provola, il lardo, il pomodoro pelato, il sedano, la carota. Era bastato un anno fuori e lontano da casa per capire che le cose che mancano veramente sono sempre quelle più semplici. Nella busta che la madre gli aveva dato prima di partire, lei gli aveva scritto una lettera sgrammaticata con la ricetta e il procedimento passo passo. Un modo della madre di dire al figlio che l’amava. Alfredo quando l’aprì scoppiò a ridere e poi a piangere. L’esito della sua pasta e patate però non coincideva mai con quello che adesso stava gustando. Una pasta morbida, cremosa, il gusto di patate dolci che si scioglievano in bocca assieme al retrogusto della scorza di parmigiano ammorbidita dentro la pentola. Una punta di pepe nero e un bicchiere di vino rosso del contadino di Castelvenere, un tale di nome Ugo che il padre di Alfredo aveva conosciuto e di cui si fidava; che faceva il Piedirosso e il Barbera del beneventano a poco al litro. Le posate tintinnavano, gli sguardi erano rivolti verso il mangiare. A tavola, oltre a lui, la madre e il padre, anche la sorella e il fidanzato Rosario. La mozzarella e il prosciutto crudo per secondo. Il pane cafone era tagliato a fette spesse. Le zucchine alla scapece mantecavano nell’olio. Rosario, il ragazzo della sorella, aveva portato le paste. Era un bravo ragazzo, uno studente di filosofia appassionato di letteratura. Uno che a ventiquattro anni già aveva letto tutti i classici francesi. Al padre di Alfredo piaceva quel ragazzo sveglio, che stava facendo le scuole alte, che studiava, leggeva, s’informava, s’infervorava quando parlava di politica. Alla madre di Alfredo dava certezze. Gli andava bene anche perché le discussioni, quando si accendevano, trovavano una sintesi, e poi perché per il padre di Alfredo veniva rispettato un principio cardine, che più volte il padre aveva ricordato alla figlia femmina con quel dialetto sporco che tradotto suonava più o meno così: frequenta chi è meglio di te, e se necessario rimettici le spese. E Rosario era meglio di loro nello spirito e nella materia. Ereditava privilegi e gerarchie di valori precise. Era stato educato alla bellezza, al caos artistico, al gusto, ma non ignorava il mondo reale. Era di quel genere di persone nate nella buona sorte, che però si sentono in dovere di dare, di contribuire. Uno di quelli che non riteneva estraneo a sé nulla di ciò che era umano. D’altro canto, il padre di Alfredo era tutto ciò che Rosario leggeva sui libri dei filosofi e sui quotidiani. Uno dei tanti oppressi alienati dal lavoro salariato doppiamente libero. La prova tangibile dell’esistenza del lavoro vivo fatto di fatica che genera ricchezza, e poi tutti a casa, in poltrona davanti al televisore a guardare Samarcanda, Maurizio Costanzo, Quelli che il calcio. Un lavoratore che aveva fatto la gavetta in mezzo alla strada: questo era il padre di Alfredo. Orfano di padre operaio morto in fabbrica, l’aveva sostituito nell’organizzazione scientifica dello sfruttamento di generazione in generazione. E, tecnicamente, dopo di lui toccava ad Alfredo. Ciò che Rosario leggeva sui libri il padre l’aveva vissuto sul posto di lavoro. L’uno parlava in italiano e l’altro in dialetto, con l’altro in dialetto che si sforzava di parlargli in italiano, raccontandogli del guappo del rione, che conosceva ma che teneva alla larga perché lui invece lavorava per ironia della sorte a seguito della morte del padre. Altrimenti chissà come sarebbe andata a finire. Il padre di Alfredo lo prendeva bonariamente in giro a Rosario, che almeno per una volta aveva portato due paste da condividere con la grappa alla fine del pranzo domenicale. “Quanto ti pagano?”. Per Alfredo quella domanda era un’occasione per farsi valere. Ecco perché non suonava come una domanda qualunque. Si stava dando da fare, il ragazzo. Aspettava il riconoscimento. Aveva trovato un lavoro a Torino per pagarsi l’affitto, le spese, il fumo, le sigarette, qualche birra, i biglietti di qualche concerto. Si sentiva autonomo. Con quei soldi in tasca si sentiva diverso dagli studenti che lo circondavano. Diciottenni come lui, ma spensierati a differenza di lui, che ogni tanto si eclissava mentre quelli parlavano, parlavano, parlavano. Aveva come una rabbia che sapeva d’orgoglio, perché lui lavorava e gli altri no. Ma siccome di indole era buono, quella rabbia la conteneva, la immagazzinava da qualche parte nel suo cervello – ci voleva tempo prima di farla deflagrare. Si poteva poi permettere di comprare cose che appena un anno prima non avrebbe mai immaginato. Niente di che, ma sempre meglio di niente. Aveva un minimo accesso al consumo perché aveva trovato una pizzeria che gli dava un motorino mezzo rotto e lui faceva le consegne a casa della gente due o tre sere la settimana. A volte quattro, perché in caso di maltempo nessuno voleva lavorare e allora lo chiamavano e lui non sapeva ancora dire di no ai proprietari compaesani. Un cazzo di freddo su quel motorino. Però così conosceva a poco a poco quella città dal fascino sinistro, con viali e controviali, il cielo basso e i palazzi austeri. Non gli dispiaceva la scoperta di una città che si svelava solo quando entravi dentro ai portoni eleganti. I clienti che gli davano le mance erano quasi tutti meridionali come lui. Gli studenti aprivano porte di appartamenti trascurati ma affascinanti, mentre lui viveva con altri due lavoratori pugliesi in una casa buia al piano terra di un palazzo fatiscente. Ogni tanto una mancia dagli studenti pure la raccoglieva, e quelli lo invitavano a partecipare a questa o quell’assemblea contro la guerra o la repressione tra una consegna e l’altra. Quando andava a consegnare pizze in palazzi che considerava benestanti la mancia se la prendeva da sé, nascondendo ai clienti ricchi lo scontrino e aumentando il prezzo di uno o due euro. I benestanti neanche se ne accorgevano. “Quello che non mi date voi, me lo prendo”, diceva tra sé per giustificare l’esproprio. Teneva un salvadanaio, come d’abitudine. Lo stesso genere di salvadanaio rotto prima di prendere il treno notturno alla stazione di Caserta, senza guardarsi alle spalle, una sera di novembre del 2001. Coi primi soldi del lavoro di consegna pizze s’era comprato dei guanti da neve. Le mani erano spaccate dal gelo. La benzina al motorino doveva metterla lui, sebbene il mezzo non fosse di sua proprietà. E Rosario, quel giorno, a tavola, mentre mangiavano pasta e patate, voleva sapere quanto guadagnava da quello che per Alfredo era a tutti gli effetti un lavoro – non un lavoretto –, fatto di gesti, impegno del corpo, intelligenza, capacità di riflettere, interpretare e reagire. Il cucchiaio affondava nel groviglio cremoso. Alfredo rispondeva: “Cinquanta centesimi a pizza più le mance”. “Così poco?” – Rosario avrebbe posto la stessa domanda pure se Alfredo gli avesse risposto di guadagnarne il triplo per ogni pizza consegnata, perché Rosario sapeva. Il cottimo come retribuzione basata sui risultati e non sul tempo è un’ingiustizia. Con quella domanda tendenziosa, Rosario stava comunque nominando la corda in casa dell’impiccato. Era la casa di una famiglia di terra di lavoro, laddove il valore dei soldi è tutto e il valore del lavoro è niente. La provincia rurale che ce l’ha fatta ad accumulare capitali a furia di far scavare le cave e costruire palazzi a tutta la manodopera a basso costo disponibile sul territorio. Quella che non era emigrata come Alfredo. Che ne poteva sapere Rosario del lavoro di consegna pizze? Quando mai aveva alzato una cardarella, lui? L’aveva letto dai libri, certo, ma non l’aveva vissuto sulla sua pelle da borghese figlio di professionisti. Non ne aveva bisogno. Lui era in casa di una famiglia tirata su con la doppia occupazione da un lato e il lavoro domestico invisibilizzato dall’altro. Io porto il pane a casa, tu il caffè a letto: così aveva detto una volta il padre di Alfredo, in dialetto stretto, alla moglie durante uno dei tanti litigi. E Rosario, che amava dal profondo la sorella di Alfredo, che si sentiva di poter parlare così a quella gente di popolo, azzardava un giudizio sul valore che fa il lavoro. Insinuava che il figlio dell’operaio si stava facendo fottere, mentre quello vedeva in quel lavoro tutto ciò che si può avvicinare all’emancipazione quando tieni diciott’anni. Una condanna senz’appello. Aveva una sua teoria, Rosario, o meglio l’aveva studiata, a differenza di Alfredo. “Mica è poco. Il sabato sera con le mance arrivo pure a quaranta euro”. “Per quante ore?”. “Non è poco per me”. “Per quante ore?”. “Sette, otto ore. Poi mangio pure la pizza. La fa buona. Mi alzo anche cento euro la settimana”. “E il tuo padrone lo sai quanto guadagna?”. “E che ne so?”. “E un contratto? Te l’ha fatto un contratto?”. Alfredo gli rispondeva di no con un cenno della testa rapido, incupito, senza neanche guardarlo. “E se fai un incidente chi ti paga i danni?”. La mamma di Alfredo, a quel punto, lo fulminava con gli occhi dal profondo della sua superstizione. La sorella in silenzio si affrettava nel cucinotto per lavare i piatti. Alfredo non rispondeva. Il padre aveva ascoltato con attenzione, guardava il figlio con supponenza, come chi giudica il costo della merce viva al mercato delle braccia. E allora giudicava il costo del suo lavoro. E sigillava così, in via definitiva, quel giudizio: “Jamme, strunz. Se ti dice che è poco, è poco”. Alfredo non riusciva a credere che qualcuno gli potesse sbattere in faccia la svalutazione dei suoi sacrifici, che qualcuno stesse mettendo in discussione tutte quelle giornate passate a sgobbare al freddo, sotto la pioggia. Solo anni dopo lo avrebbe capito, ma non in quel momento, tra la pasta e patate e la mozzarella, a tavola, nel tinello di casa. La carta da parati rosa alle pareti. Il televisore spento. Qualche brutto dipinto appeso. Non la sentiva neanche più sua, quella casa. Le donne ascoltavano gli uomini, pronte per spegnere l’incendio, perché sapevano che la violenza era un’opzione percorribile tra le tante in quelle mura domestiche. Alfredo allora si alzava dal tavolo, entrava in bagno con gli occhi gonfi. Non voleva dargliela vinta. Non voleva mostrare debolezza davanti al padre. Non aveva il diritto di piangere davanti a lui. Un cazzotto sul muro del bagno provocava un rumore sordo, che nessuno aveva sentito. Gliel’avrebbe fatta pagare. Lo giurava a se stesso, guardandosi fisso negli occhi gonfi di lacrime, davanti allo specchio. Gliel’avrebbe fatta pagare prima o poi. Se lo ripeteva respirando forte, ansimando, stringendo a pugno le mani spaccate dal gelo per un lavoretto di merda che nel giro di un anno l’aveva fatto uomo. (pomé) _______________________________ Qui gli altri articoli della serie
Scioperi e serenate. Da Tricarico a Torino e ritorno. Un estratto del libro
(disegno di roberto-c.) Dal dicembre 2025 è in libreria Scioperi e serenate. Da Tricarico a Torino e ritorno (Monitor edizioni, 60 pagine, 12 euro), un libro di Antonio Guastamacchia. Potete leggere a seguire un estratto dal volume.  *     *     *  La fabbrica mi stava stretta. Non volevo stare in fabbrica, mi sembrava di stare chiuso in una prigione. Era la primavera del ’75 e mi arrivò una lettera di mio padre che mi diceva che c’era la possibilità di lavorare qui, all’Anic. L’Anic lavorava materiale chimico. Ho scelto, vado giù, così sto vicino e aiuto i miei genitori. L’Ente Riforma aveva dato un podere a mio padre: si scelse un podere vicino ai terreni che aveva lui, all’ettaro di terreni che aveva, e gli serviva soprattutto per andare a pascolare le pecore, era comodo, era vicino. Avevo detto a mio padre di non rinunciare al podere, ai terreni, perché non si sa mai. «Tienili tu, al limite falli lavorare, partecipiamo alle spese». Mia sorella se ne andò in Svizzera, l’altra era a Torino, mio fratello se ne andò in Svizzera anche lui a lavorare con i muratori. Non avevamo un trattore, si facevano ancora i lavori con il mulo, con l’asino. Erano rimasti solo mia madre e mio padre qua a Tricarico. Ho pensato di stare vicino a loro; se hanno bisogno quando ho finito di lavorare, avrò il sabato e domenica liberi, o altri giorni; non sapevo i turni com’erano qui all’Anic, quando finivo potevo pure andare in campagna. E me ne sono venuto qua. L’Anic era a Ferrandina e Pisticci, c’è un’area industriale. Proprio a Pisticci ci sono stati morti per amianto. Arrivo qua e successe che mio padre aveva parlato con uno di Tricarico che doveva darmi una mano. Io ero convinto che dovessimo fare un incontro in ufficio per fare la domanda. Questa invece era una raccomandazione di un politico! Era pure democristiano, un senatore. L’ho scoperto dopo, una sera andammo a Ferrandina con questa persona di Tricarico: «Aspettate in macchina, vado a vedere se è in ufficio». Torna: «No, il senatore non è venuto oggi perché è rimasto a Roma». Si vede che c’era qualche consiglio, qualcosa. Quando poi sono arrivato a Tricarico, e dovevamo tornare dopo qualche giorno o settimana, ho capito che non volevo la raccomandazione e non sono più andato. Non volevo chiedere il lavoro. E mi sono iscritto all’ufficio collocamento. È tornato anche mio fratello, non so perché tornò. Abbiamo ricomprato le pecore, ci siamo rimessi a fare quello che facevamo prima di andare: il pastore, le pecore. Abbiamo comprato un trattore, abbiamo iniziato ad arare con il trattore. Eravamo sul podere della riforma e sull’ettaro e mezzo di mio padre. Abbiamo iniziato a fare i lavori e siamo rimasti qua. Io mi sono iscritto all’ufficio collocamento, anche mio fratello si è iscritto, abbiamo fatto i braccianti. Tornando qua, ho continuato a frequentare la sezione del Pci, lavoravamo insieme con gli altri, organizzavamo gli scioperi con i braccianti, abbiamo fatto anche uno sciopero per l’Anic. Volevamo andare a lavorare all’Anic, la gente voleva il lavoro, non se ne fregava se era un lavoro che portava morte. Anziché emigrare, lavoriamo qua. Solo che bisognava farlo con più sicurezza. Perché prima non davano neanche le mascherine per l’amianto. C’era un mio amico, anche lui del Pci, della mia età, lui andava a lavora- re alla Liquichimica di Ferrandina e ha avuto problemi di tumore, tanto è vero che non c’è più. Ho frequentato il Pci al ritorno da Torino, però io una volta ho visto, ma ero piccolo, sette o otto anni, una scheda del Psi. Con il fatto che qui c’è stato Rocco Scotellaro, molta gente votava Psi per Rocco Scotellaro. Scotellaro fece una lista civica, si chiamava Lista Aratro, non misero il simbolo del Psi quando ha vinto Scotellaro e anche dopo hanno continuato a mettere l’aratro. E so che mio padre era di quella tendenza, ma in casa non si parlava, la politica proprio non c’era. E anche questo di Tricarico che mi voleva portare dal senatore per raccomandarmi era del Psi, però il Psi con la Dc andava d’accordo, hanno fatto tanti governi assieme! Quando sono tornato, ho incominciato a portare le serenate. A Tricarico c’era un’usanza: dal 17 gennaio, che è il primo giorno di Carnevale, si cominciano a portare le serenate. Inizia tutto con il Carnevale. Fino al martedì grasso si possono portare le serenate. Cara Ninella è una canzone tipicamente di Carnevale, perché tu in quelle frasi chiedi se si è ammazzato il maiale, chiedi di tirare fuori il salame. Nel periodo dopo Natale i lavori della campagna erano quasi finiti e si ammazzava il maiale, si faceva la salsiccia. Nella canzone Cara Ninella andavi a chiedere se avevano ammazzato il maiale perché volevi un po’ di salame. E si creava la festa, noi suonavamo e loro andavano a prendere il salame. Molte volte anche dove non c’era il salame noi facevamo comunque la serenata: ci accontentavamo di un piatto di spaghetti. Tu portavi le serenate quando queste persone erano già a letto, dovevi aspettare che loro si coricavano. Arrivavi vicino alla porta con fisarmonica, cupa cupa, tamburello o zampogna e ti mettevi a suonare e cantare, a sorpresa. Magari c’era qualcuno che in mezzo a noi aveva organizzato: un parente, un compare, un amico. E abbiamo incominciato a fare queste serenate. Erano accettate le serenate, molta gente se le aspettava. C’era un amico mio, Franco Manzi, che era del Pci: lui voleva la serenata tutti gli anni e noi gli portavamo la serenata. C’era un altro amico, sempre del Pci – perché poi cercavamo di andare nelle case dove eravamo accettati dalle persone –, Pasquale Langone, lui ti ricordava: «Il 27 faccio il compleanno!». Per dire: portatemi la serenata. Andavamo a fare la serenata, poi si entrava in casa, loro preparavano da mangiare, mangiavamo, si continuava a suonare. Era una festa. Non solo la sera, la notte! Quando poi si incominciava a imparare le canzoni, partivi la sera e tornavi la mattina. La mattina, era giorno, passavi dalla piazza, suonavi davanti al bar, ti offrivano il caffè e te ne andavi a casa. Restavi senza voce. Questo lo faceva mio padre e poi ho ripreso a farlo io da quando sono tornato da Torino, prima non l’ho fatto mai. Prima non dovevi chiedere se portare o no la serenata, ti presentavi e basta. La dispensa era sempre piena, soprattutto cercavamo di sapere chi aveva ammazzato il maiale. Io a mio padre lo sentivo anche quand’ero piccolo che lui portava le serenate. A casa nostra è venuto anche Scotellaro, perché Scotellaro era uno a cui piaceva andare con i contadini a sentire le serenate, a stare con loro, lui era uno di noi. Io a mio padre lo sentivo cantare le serenate, però non mi ha mai portato insieme. Proprio se era una festa vicino casa, allora ero lì ad ascoltare. E da lì ho cominciato a cantare anche io, ma da solo, senza farmi sentire. Poi, quando sono tornato a Tricarico, le serenate erano scemate, anche il Carnevale era scemato, quasi non c’erano più. A una certa età anche gli anziani non uscivano più. E mi sono trovato io a portare le serenate, si organizzavano dei balli nelle case. Io ho imparato da solo a suonare il tamburello. Vedevo mio padre come lo suonava, ma non ero capace di suonarlo, poi piano piano ho imparato. Dopo la fabbrica ho cercato di imparare a suonare il tamburello, ma era difficile perché è pesante. [Prende il tamburello e accenna i battiti]. A Tricarico c’è la terzina. Tre colpi. E ho imparato con un tamburello e con la scatola delle scarpe, quella è leggera. [Suona]. E ho imparato. Ho sempre guardato mio padre, poi ho iniziato piano piano, piano piano. E poi velocissimo. [Suona il tamburello modulando diverse veloci- tà]. Quando io faccio la terzina, molti non vengono dietro. Quando ballano la pizzica, per esempio, e io mi trovo là e mi metto a suonare questa, e questa è tarantella e non è pizzica, loro non riescono a ballare, si fermano. Perché la pizzica non si balla con la terzina. La terzina non la fanno in nessun altro posto se non a Tricarico. [Mostra i colpi]. Il primo è con i polpastrelli delle dita, il secondo è con il pollice e il terzo con il dorso della mano. La terzina non esiste in altri posti. La terzina appartiene alla tarantella. Io dico sempre: noi abbiamo la tarantella, perché dobbiamo fare la pizzica? Sì, possiamo anche fare un pezzo di pizzica, come loro possono fare un pezzo di tarantella, ma i pugliesi fanno solo pizzica. La tarantella è lucana, calabrese, a Napoli la tammuriata, in Abruzzo e nel Lazio il saltarello.
Un assaggio di libertà. La storia del Chiosco blu di Ferrara
(disegno di lorenzo la rocca) “Cònia, la cui falsa etimologia deriva dal cono, è una scuola che dalla montagna trae alcuni caratteri: rarefazione dell’aria, altezza panoramica, isolamento, distacco. In queste ideali condizioni si collocano lo studio e l’esercizio intorno al nodo della rappresentazione del mondo operata dall’arte in generale, nelle sue implicazioni storiche e sociali, e dall’arte come tecnica personale”. Così la Socìetas Raffaello Sanzio nata a Cesena nel 1981, presenta la Scuola Cònia diretta da Claudia Castellucci, il corso estivo triennale di Tecnica della Rappresentazione. È qui che ho incontrato Matteo, ventisette anni, che, arrivato alla terza annualità, costruiva la sua performance. «Posso iniziare dall’esperienza a Cònia, nata in concomitanza con l’attività del Chiosco. Ho aperto il chioschetto al Lido di Spina, una frazione di Comacchio, una località balneare in provincia di Ferrara, dove mio padre ha uno stabilimento balneare. La mia estate l’ho vissuta sempre lì, con le hit italiane degli anni Ottanta della Riviera Romagnola. Il Lido di Spina non è la Romagna, però ha un po’ quella vibe, figli che mandano avanti il lavoro dei genitori, o ragazzi che hanno creato gruppo. Lavorando da sempre con mio padre, ho cominciato ad avere i miei primi guadagni, ma non mi sono mai trovato a mio agio, c’è stata una continua sensazione di distanza. Ho studiato al liceo artistico di Ferrara, però abitavo fuori dal centro e non sono mai riuscito a integrarmi, ero un po’ outsider; mentre in estate non avevo un ruolo preciso, ero conosciuto come il figlio del proprietario. FOTOGRAFIA «Dopo il liceo sono andato a Padova a studiare fotografia e lì ho capito che la fotografia commerciale non mi bastava, volevo di più e nel 2019 sono riuscito ad avere un contatto per lavorare a New York nei due mesi estivi. Ho sempre fatto questa altalena, fare esperienze nel mondo e tornare in provincia, uscire e ritornare… Tornato da New York, l’esperienza che mi ha fatto innamorare della fotografia è stata lavorare come assistente nel collettivo Cesura, a Pianello Val Tidone, provincia di Piacenza, fondato dagli assistenti del fotografo della Magnum Alex Majoli. «Dopo i primi tre mesi che ero in studio a spazzare per terra, a fare un po’ lo sgargino, ho avuto la fortuna che Majoli avesse bisogno di un nuovo assistente e tutti gli altri erano già stati presi. Sono diventato il suo assistente, rimanendo con lui per tre anni. Avevo ventidue anni, era l’anno del Covid. «Gli avevano proposto di documentare il Covid per tutta Italia, ed è stato un po’ obbligato ad accettare la mia presenza. Questo ci ha legati molto. Ho passato tre anni duri, che mi hanno aiutato a vedere il mondo in un modo completamente diverso, ad amare l’arte, a non vederla più come un hobby. «Alex Majoli è un fotogiornalista, io gli reggevo le luci. Nelle sue foto c’è un approccio teatrale alla realtà, fa delle foto che sembrano costruite. Siamo andati in ospedali, case private, abbiamo seguito medici che andavano a fare i tamponi. Abbiamo attraversato molte delle dinamiche del Covid, dai cimiteri ai corpi che venivano bruciati nella bergamasca. Tutte le dinamiche possibili di questa pandemia, avendo come soggetto medici e pazienti. «Dopo tre anni col mio maestro, ho deciso di dedicare il mio tempo alla fotografia e sono tornato a vivere a Ferrara dai miei, perché avevo comunque bisogno di denaro, non avevo più soldi. Non venivo pagato per l’assistentato, quindi lavoravo d’estate. «Torno a lavorare per mio padre, torno a farmi l’estate a Lido di Spina, però con una visione diversa dopo la pandemia. Inizio a fare dei ritratti tutte le sere, quando tornavo da lavoro, nel bar sotto casa. Il secondo anno faccio ancora un sacco di foto, le unisco alle altre e iniziano a dirmi qualcosa, anche se non riuscivo a capire cosa. Mi attraevano, ma non riuscivo a dargli un nome: questa espressione è tristezza o felicità? È gioia? Rispecchiavano esattamente la situazione che c’era in provincia d’estate. Volevo farci un libro, ma mi sono detto, perché invece di un libro fotografico inaccessibile, difficile da mostrare alle persone, non provo a cambiare quella realtà lì? La Scuola Cònia mi ha aiutato a viverla come una performance: e così ho pensato al Chiosco. CHIOSCO «A cento metri dal mare mio padre aveva un chiosco per vendere gelati e bottigliette d’acqua, un servizio del suo stabilimento. Gli ho detto “ti ripago i settemila euro che tu fai in una stagione, e noi facciamo quello che vogliamo”. Ero sicuro di quello che stavo facendo, sapevo che poteva funzionare: avevo il problema, avevo la soluzione, e non vedevo nessuna interferenza nel mezzo. «Ho aperto il chioschetto blu. Volevo un pugno nell’occhio, tra questa sabbia pastello e questo cielo, queste piadine. Vado a Parigi e cerco quel colore perché ero andato in fissa, volevo quel colore lì perché non è un blu casuale, un blu che ha fatto anche una certa storia nell’arte. Ho iniziato a sperimentare con tutto quello che ruotava intorno a questo chiosco. I miei clienti non erano clienti, erano ospiti, cercavo di mantenere un rispetto e un concetto di casa, più che di servizio. Il nome Chiosco blu era per essere riconosciuto su Instagram, era semplice. «Poi ogni anno gli davo un nome diverso. Il primo anno si chiamava La cabina di Despina, lì c’era il gioco delle due spine, e anche un racconto delle Città invisibili di Calvino, che parla di una città tra deserto e mare, un porto costantemente influenzato da altre culture. «La tematica portata avanti nel primo anno era concentrata sull’accogliere chiunque fosse perso, perché era un po’ anche la mia storia: mi ero perso in questa provincia e ho voluto ricreare questa casetta, per sentirmi libero di esprimere quello che volevo, per creare collettività, creare gruppo, anche attraverso le feste. «Il primo gesto per convincere i ragazzi a venire è stato fare le feste di lunedì, il giorno della settimana che tutti odiano. Chiamavo i dj, o persone che avevano il sogno di fare il dj, ma la piccola provincia non gli dava la possibilità di fare. Un amico tornato da Londra è caduto in depressione, faceva fatica a ripartire e cercava costantemente delle fughe, tra alcool, droga, eccetera. Un giorno gli ho detto, facciamo una cosa, domani facciamo una festa e te sei il dj, ti do anche cinquanta euro. Ha iniziato a farlo, è diventato il resident… «I primi lunedì sono venute venti persone, poi cinquanta, poi cento, pian piano siamo arrivati a Ferragosto che sono arrivate settecento persone, e lì ho conquistato l’amore e la fiducia, perché rompevo un po’ gli schemi… La festa di Ferragosto l’abbiamo fatta fino alle nove del mattino, era palesemente illegale, però l’abbiamo organizzata bene, non era un rave, non c’era politica, non c’era niente in mezzo, c’erano semplicemente dei giovani che volevano divertirsi, ascoltare della musica buona, bella, ricercata. C’era il dj che veniva lì per fare il dj, e cambia tutto quando quello che fai si slega dal guadagno. «Il Lido di Spina ha una spiaggia lunghissima. C’è lo stabilimento di mio padre che fa ristorante, piadine, eccetera, poi c’è tutta la distesa di ombrelloni che si fermano a duecento metri dal mare; in questi duecento metri lui ha altri cinquanta metri di concessione e qui era collocato il chioschetto, a cento metri dal mare. Ero sotto lo stabilimento balneare, però questa distanza fisica mi creava libertà nella gestione delle cose; non comunicavamo, se facevamo una festa contemporaneamente, non si sentiva neanche. «La prima serata non c’era ancora niente, poi ho costruito tutto io, insieme a dei ragazzi che mi davano una mano. Il dj era stanco, ma volevamo continuare a ballare. Ho chiesto, c’è qualche dj? Uno ha alzato la mano e ha detto, è una chiavetta con la musica, non la porto mai con me, ma stasera… Questo ragazzo ha suonato, e ha spaccato. Adesso è diventato dj art-techno, suona spesso ad Amsterdam, viene da Palermo. Non so perché da Palermo fosse finito qui, ma questo è un po’ il concetto di viandante che intendevo, sono arrivate persone da ovunque. Anche dei dj da Londra. Perché lavoro come fotografo per un collettivo in Inghilterra, e in tre anni di lavoro non mi hanno mai pagato. Quando ho aperto il chiosco gli ho detto, voi non mi avete mai pagato, venite, io non vi pago. Quindi ho fatto suonare gratis dei dj che non sarebbero mai venuti a Ferrara. «Poi facevo delle esposizioni con le mie foto. La cosa bella della spiaggia è che puoi piantare un palo in tre secondi. Creare e modificare lo spazio come vuoi. Avevo fatto tutta una serie di fotografie che delimitavano lo spazio per danzare, c’erano vari allestimenti, sperimentavo anche con le stampe, poi con le tende. Cercavo delle scenografie. Poi ho comprato delle lampade di carta che sono diventate simboliche, richiamando un po’ la casa. Contemporaneamente facevo la Scuola Cònia che mi aiutava a pensarla, la casa. CASA «Quando parlavo con mio padre, mi diceva di smetterla di fare le feste. Succede nei paesi, provano a farti vedere problemi che non esistono; soprattutto se hai una buona idea, non ne sono contenti, provano invidia. Non trovi mai quello che ti dà una pacca sulle spalle e dice, cazzo, fai una cosa fantastica! «Poi pian pianino ho trovato le mie energie, chiamavo un sassofonista e lo facevo suonare col dj. Tutta sperimentazione che poi veniva da Claudia Castellucci. Ho usato molti concetti della Scuola Cònia, come la Teoria dello sfondo, o la Teoria dello spazio e altri approfondimenti sull’arte e la rappresentazione fatti lì, per applicarli nel mio chioschetto. «Il secondo anno, ancora più carichi, siamo arrivati con il budget dell’anno precedente. Avevo preso dei divani in Marocco con un mio amico, e lì abbiamo raccolto un sacco di idee. Questi grandi divani marocchini, come materassi, fatti tappezzare tutti blu, li avevo messi all’unico grande tavolo che c’era, dov’eri obbligato a socializzare con altra gente, e sono successe cose fantastiche: la nonnina col bambino e i due ragazzi magari un po’ burini, una coppia che litiga e tutti a provare a risolvere il problema… Mi piaceva giocare con questa realtà nuova, con queste persone che si sentivano a loro agio. Avevo trovato delle diapositive di vecchi quadri e li ho messi a disposizione; durante le serate si creavano collettivi di gente che suonava, un vero spazio di creazione, di libertà. Abbiamo fatto una festa anche con i collettivi di Bologna e sono venute mille persone. All’alba avevo tutta la spiaggia piena di gente, con ragazzi che ballavano anche in mare, bellissimo! E lì sono iniziati ad arrivare anche problemi legati al Comune, alla legalità… «Non ti ho detto che il primo anno i club e le discoteche che suonano musica commerciale mi avevano già mandato i controlli, chiamando i carabinieri: “c’è un chioschetto blu in riva al mare, andate a vedere”. Una discoteca storica di Ferrara aveva paura di un’attività aperta da un anno. Io e mia sorella di diciannove anni, che mi ha aiutato a ritinteggiare di blu un chioschetto di tre metri per tre, e questi qua ci mandano i carabinieri. «Io me ne fregavo, mi hanno mandato i carabinieri il primo anno alla fine della stagione e ho pagato la multa. Il secondo anno ho cominciato ad avere un po’ di paranoie, poi ho fatto due feste e mi sono detto, ne pago dieci di multe. Però ad agosto c’era davvero tanta gente, e i problemi potevano diventare molto più grossi; non avevo buttafuori, avevo gente che pagavo trenta euro con la maglia della security, trovata magari al mercatino dell’usato. Stavo iniziando a spaventarmi un po’ di quella realtà lì e quando ho provato a rendere questa cosa legale e a cercare un modo per far sì che diventasse un lavoro, ho capito che era una cosa campata in aria, fluttuante, temporanea, non poteva essere nient’altro. È stato un assaggio di speranza, un assaggio di libertà. «A volte i clienti dello stabilimento di mio padre chiamavano i carabinieri. Io non volevo fare il ribelle, volevo che quella cosa funzionasse perché era casa mia, quindi mi adattavo. Avevamo tutte le casse rivolte al mare, e andavo su al bar di mio padre per sentire se effettivamente davo fastidio, perché se do fastidio è giusto che chiudo, però, se non do fastidio c’è un problema, stiamo parlando di repressione. «Il secondo anno, dopo questa grande festa, anche mio padre ha iniziato a mettersi contro questa attività, aumentando l’affitto. Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, perché funzionava tutto perfettamente, però man mano che cresceva, sempre più parassiti arrivavano e volevano soldi: un fornitore faceva il furbo e mio padre aumentava l’affitto, poi ci mandavano delle multe… C’è stato un gran litigio. «Ho mollato, perché non capivo più niente. Mi dicevano non puoi fare niente, ma se hai un po’ di coraggio, lo puoi fare. Cosa vuol dire? Si può lavorare così? Ho iniziato ad avere quest’ansia, questa difficoltà anche a organizzarmi, perché se chiamavo un collettivo da Milano e poi non suonavano, che figura ci facevo con i clienti. Non riuscivo a proteggere la mia casa e quindi, citando la mia performance di domani qui a Scuola Cònia, questa casa l’ho indossata e me ne sono andato in Francia con l’idea di potermi vestire ancora di queste pareti e recuperare quello che ho raccolto in questo chiosco. FUOCO «Per rendere questa cosa simbolica ho deciso di dargli fuoco alla fine dell’anno, a settembre. È stato un rituale, ero contento. Non era un addio, gli dava un valore temporaneo, dava un valore al mio rapporto con la città di Ferrara. Ho provato a fare qualcosa per questa città ma ho capito che non era la mia lotta. Se la tengano la palude riqualificata, adesso se la riprenderanno, non lo so. «L’atto più rispettoso che potevo fare era di bruciare questa casa, un atto di purificazione. Volevo liberarla, questo è il primo motivo. Un altro motivo per il quale l’ho bruciata è stato che mio padre voleva darla in gestione, con una leggerezza… senza riconoscere tutto il mio lavoro. Non potevo permettere che il mio chiosco blu fosse gestito da altri, perché è stata casa mia. Questo mi ha dato la rabbia per bruciarlo, ero obbligato, non potevo fare altro, potevo solo bruciarlo. Non potevo farlo abitare a qualcun altro. «Si è bruciato anche il rapporto con mio padre e con tutta la mia famiglia. Sono stato da settembre a novembre a Ferrara, e poi sono fuggito, non riuscivo più a reggere tutto quello che mi stava intorno, lo sentivo soffocante, stavo iniziando a prendere brutte abitudini. Dopo che ho bruciato la casa, tutto intorno a me ha iniziato a bruciare, dalla relazione familiare, alle relazioni con gli amici, alle relazioni amorose, tutto si è fatto terra bruciata e una sera ho preso un volo e sono andato in Francia. «Quest’anno ho ricominciato un’altra vita e sono tornato viandante come quando ho costruito il chiosco. Sto cercando un’altra realtà che mi accolga. È la prima volta che torno in Italia dopo mesi che sono fuori, sono tornato per la Scuola Cònia, perché fa parte di questo percorso, e lo chiuderò con questa performance, che rappresenta un po’ il mio esodo da questa casa». (daniele balzano)
Baby Gang, odio razziale e Silvia Sardone. Un diario
(disegno di cyop&kaf) Da due anni, per arrotondare il mio stipendio da docente precario, lavoro per un progetto finanziato da una delle più grandi organizzazioni mondiali in sostegno dei bambini. Il progetto nello specifico, nato durante il Covid, si propone di combattere la dispersione scolastica in Italia fornendo aiuto online a ragazzi e ragazze nel primo ciclo di istruzione. Sebbene possa sembrare, una volta finita l’emergenza Covid, uno strumento di comodo, la modalità online ha un significato nel progetto che va ben oltre la possibilità di connettersi con persone lontane fisicamente. I minori, iscritti al progetto da una docente, hanno retroterra diversi, con difficoltà in alcuni casi più lievi e in altri più complesse. Alcuni dei ragazzi che ho seguito in questi anni: M. è una ragazzina di quattordici anni di Palermo con un disturbo del linguaggio che vive con i nonni e la giovanissima madre; A. e A. sono due fratelli nati in Marocco e trasferitisi con i loro genitori in Barona a Milano, dove sono nati altri due fratellini con cui condividono la stanza; L. è un ragazzo albanese NAI (Neo Arrivato in Italia) con enormi capacità scolastiche iscritto a una scuola media di Reggio Emilia. Le storie di ognuno di loro nascondono delle ombre che non sempre vengono alla luce a causa del filtro che – innegabilmente – è lo schermo del dispositivo elettronico. Il fatto di non trovarmi in casa di A. in Barona o a casa di M. nella Vucciria rende l’esperienza di supporto molto diversa, in un certo senso meno pesante per me. Eppure, la realtà esonda. Nonostante lo schermo, in alcuni preziosi momenti ho veramente avuto l’impressione di essere lì con loro. Penso alle conversazioni con Z., il più piccolo dei fratelli di A. e A., di tre anni, nato in Barona, mentre loro cercavano senza successo i quaderni di storia e geografia; penso a quando M. mi ha portato in giro per la sua casa, mostrandomi le diverse statuette di Santa Rosalia e raccontandomi l’importanza del posizionamento strategico di ognuna di queste; ma penso anche a quando L. mi ha fatto vedere il suo fucile giocattolo con gli occhi che brillavano, perché è “lo stesso che il nonno ha a Tirana”. Su dodici ragazzi che ho seguito, nonostante le difficoltà materiali di molti di loro – nella maggior parte dei casi il dispositivo elettronico è fornito dalla scuola o dall’ente organizzatore di progetto – non ho mai avuto problemi a svolgere gli incontri: i ragazzi sono concentrati, hanno voglia e bisogno di quel momento. Solo in un caso, questa primavera, il tutoraggio assegnatomi è diventato un calvario tale da rischiare di non riuscire a terminare le venticinque ore previste per ogni ragazzo. S. S. ha tredici anni, è nato in Bangladesh in una famiglia musulmana e vive a Livorno dove frequenta la terza media. Al primo incontro – quello a cui da regolamento partecipano l’educatrice di riferimento (la mia “superiore”), l’insegnante che ha richiesto l’attivazione del tutoraggio e un genitore o chi ne fa le veci – S. non si è connesso. Suo padre c’era, ma S. non voleva connettersi, non ne aveva voglia. Abbiamo riprovato una settimana dopo. Questa volta è andata bene, con la videocamera spenta però. S. ha una grave disabilità di cui non so dirvi molto, perché gli unici momenti in cui sono riuscito a fargli accendere la videocamera erano gli ultimi secondi di ogni incontro, per salutarci. Non parla bene l’italiano, conosce molto meglio l’inglese. Ci ho messo un bel po’ ad abituarmi al suo modo di mangiarsi le parole, misto a uno spiccatissimo accento toscano. Anche il padre di S. non parla bene l’italiano. Con lui mi sentivo almeno due volte in ognuno dei giorni dei nostri incontri perché ci recassimo insieme da S. per invitarlo a connettersi, minacciandolo di interrompere il tutoraggio (nelle regole del progetto c’è che dopo la terza volta in cui il beneficiario non si presenta all’incontro il tutoraggio salta). S. non ha mai avuto grosse difficoltà a rispondere, a me e suo padre, “e interrompetelo”, causando le ire del padre: “S. è un vagabundo, S. è un vagabundo”. Eppure, quel tutoraggio è arrivato alla fine. Ecco quanto accadeva durante l’ora e trenta di ogni incontro: S., favorito dalla videocamera spenta, scrollava video su Tik Tok – tra le diverse concessioni avute, c’era quella di potersi connettere da telefono e non dal tablet – mentre io lo incalzavo con alcune domande, “che hai fatto oggi a scuola?”, “che compiti hai per domani?”, nonostante le risposte le avessi già, fornitemi dalla disponibilissima insegnante di sostegno. Raramente siamo riusciti a fare qualcosa di tradizionalmente didattico; il momento in cui S. si concentrava di più era quando condividendomi lo schermo guardavamo dei video di approfondimento in inglese su Youtube. In quei momenti ero stupito dalla quantità di notifiche che riceveva e che, percepivo, lo distraevo ma, fortunatamente, non poteva interrompere la visione per passare a Whatsapp. Nelle lunghe, lunghissime pause, finivamo spesso a parlare di musica. Sin da subito, S. mi ha confessato la sua passione per la trap italiana – Rondo, Baby, Simba, Melons e Faneto – ed evidentemente non si aspettava che io, il suo tutor, apprezzassi canzoni come Casablanca di Baby Gang e 40 GRADI di Simba La Rue (questa, che già avevo sentito qualche mese prima, si era poi fissata nella mia mente da quando A. e A. me ne avevano cantato, insieme, il ritornello). PONTIDA Poche sere fa, in un noto programma televisivo di approfondimento politico, ho visto un servizio che raccontava, in parallelo, il funerale di Charlie Kirk a Phoenix e il raduno annuale della Lega a Pontida. Tralasciando le riprese provenienti dagli Usa – file chilometriche per comprare un hot dog, pianti tanto perfetti da sembrare finti, paragoni tra Gesù Cristo e Donald Trump – mi ha intrigato di più quanto avveniva a Pontida. Oltre alle parole di Salvini e Vannacci, sul palco della “Lega per Salvini Premier” ha brillato la stella di Silvia Sardone. Laureata in giurisprudenza con il massimo dei voti alla Bocconi, ex membro di Forza Italia, Sardone è oggi una dei vicesegretari del partito oltre che europarlamentare dal 2019. Il suo discorso, introdotto dal presentatore della Lega – “le sue battaglie contro l’Islam radicale  sono leggendarie!” –, dura otto minuti ed è tutto urlato alle massime frequenze e acclamato dal pubblico. Il discorso, salvo alcuni accenni veloci a figure storiche del partito, verte tutto su un tema: la battaglia all’Islam. L’Islam è un pericolo, contro cui solo la Lega lotta veramente, mentre la sinistra starebbe sfruttando questa “spada” per “tagliare la gola all’occidente”. Sardone declama una serie di no: “noi non vogliamo le moschee abusive, noi non vogliamo il richiamo del muezzin nelle nostre città, noi non vogliamo vedere minareti ovunque, noi non vogliamo matrimoni combinati” e così via. Passando per frasi non proprio eleganti – “ci siamo rotti i coglioni!”, “che non ci prendano per il culo!” – la vicesegretaria giunge al termine del suo discorso con la parola manifesto di questa Pontida, che poco dopo declamerà anche Vannacci: “RE-MI-GRA-ZIO-NE!”. Nei discorsi della Sardone da un lato c’è “il popolo di Pontida”: quello benedetto dalla Storia, che a Lepanto nel 1571 fermava l’avanzata islamica sotto il vessillo cristiano; mentre dall’altro lato ci sono i “Mau Mau con la barba lunga”. Questi, nell’universo di Sardone, sono quasi tutti maranza o membri di baby gang intenti a insultare costantemente le forze dell’ordine e a distruggere il nostro paese. I Mau Mau sposano “gente con un sacco della spazzatura addosso” (le donne islamiche che indossano l’abaya) e non le lasciano uscire di casa senza il loro permesso. Ai più attenti non sfuggirà però che nel discorso dell’europarlamentare compaiono anche altri immigrati “per bene, che pagano le tasse, che non li (i Mau Mau) sopportano più”: gli oppressi ben educati. L’Altro, ma colonizzato dal Medesimo. L’ODIO La prima volta che ho sentito parlare di Silvia Sardone è stato durante un incontro con S. A lui non sta esattamente simpatica, e non si fatica a immaginarlo. D’altronde neanche i suoi rapper preferiti la adorano: uno l’ha minacciata di morte, mentre un altro le ha dedicato un freestyle in cui la immagina avere un rapporto sessuale con un uomo egiziano (“Silvia Sardone prende il cazz* egiziano, la tipa di Salvini che sbucchin* un africano”). Un giorno S. mi mostra, in condivisione schermo, il video del freestyle di questo rapper. S. canta il pezzo scandendo ogni parola con rabbia: le conosce tutte. Per qualche secondo lo ascolto, incapace di opporre alcuno strumento pedagogico acquisito negli anni di studio e lavoro: cosa sto vedendo? cosa si fa in questi casi? Mi rendo conto che c’è dell’altro: sono sorpreso, contento oserei dire, di sentire – per una volta – S. parlare così chiaramente, senza mangiarsi le parole. La videocamera è sempre spenta, eppure S. si sta facendo vedere. Un attimo dopo ritorno in me: quello che sto ascoltando è brutto, sporco e violento, non posso permettere che prosegua ancora. S. interrompe la condivisione, ma qualcosa è cambiato, se ne rende conto anche lui. Quando durante La Haine (1995) di Mathieu Kassovitz un ragazzo viene ridotto in fin di vita dalla polizia, i tre protagonisti del film hanno tre reazioni diverse. Di fronte alla sete di vendetta di Vinz, che si compra una pistola con l’obiettivo di sparare a un poliziotto, Hubert – l’unico nero dei tre – gli risponde a  muso duro: “l’odio chiama odio”. A distanza di trent’anni quella scena ancora suona, quindi non si stupisca l’europarlamentare Sardone, la lingua dell’odio è la più facile da insegnare. (federico murzi)
La testa è una soglia
(disegno di malov) Dal numero 5 (novembre 2020) de Lo stato delle città [le mani avanti] Se è vero – Camus c’insegna – che l’unico problema filosofico serio è quello del suicidio, confesso, non senza difficoltà, che la vita mi ha costretto a pensarci molto presto: due volte mia madre ci ha provato, e tutte e due le volte ero presente. La prima urlando mentre una gamba era già fuori dal balcone, al quarto piano di una palazzina tirata su in fretta e furia dopo terremoti e bradisismi degli anni ottanta. L’ho dovuta strattonare dentro con tutte le forze che mi potevano concedere i miei esili dodici anni. La seconda, pochi anni dopo – rientravo fradicio da una sequenza ininterrotta di partite di calcio stradali – l’ho trovata svenuta e con la schiuma alla bocca nella vasca da bagno. Aveva preso dei medicinali per scapparsene da una situazione che ai suoi occhi non aveva altra via d’uscita. Ero un po’ più grande stavolta, l’ho presa a schiaffi per farla riprendere quel tanto che ci avrebbe consentito di trasportarla velocemente in ospedale. Tutto questo, dopo poco, sarebbe servito a dare un taglio netto a una guerra domestica, neanche tanto silente, in corso da ormai più di un decennio. [prendere le misure] La prima volta che entro nel Centro arrivo con un quarto d’ora di anticipo. Faccio un giro nelle sale, cammino lentamente osservando le fotografie attaccate con nastro biadesivo su rettangoli di sughero consumato ai margini. Sono quasi sempre foto di gruppo scattate durante le uscite organizzate nel corso degli anni: grigliate, musei, agriturismi, litorali. Una donna mi colpisce in particolare, fotografata guarda sempre in camera, quasi volesse penetrare col suo sguardo l’obiettivo e impressionare la pellicola con tutte le sue forze, cuoce salsicce. C’è un solo uomo presente in sala mentre cerco di capire in che luogo dovrò lavorare da lì all’estate prossima. Si chiama Ciro, mi ignora, è intento ad abbracciare la ghisa di un termosifone. Scoprirò presto che ha passato più di metà della sua vita a disossare bestie nelle celle frigorifere dei reparti carni nei supermercati della zona. Fino a quando non ce l’ha fatta più e ha smesso, rifiutando il lavoro e la vita in un colpo solo, richiudendosi in un silenzio interrotto di rado da una voce arresa prima che flebile. La sensazione che viva in un tempo fuori di sesto lo accomuna alle altre vite che attraversano il Centro. Penso a Vittoria, che non ha saputo reggere a un matrimonio-deportazione (si è dovuta trasferire ai margini di una grande città a lei ignota) e alla nascita di due figli. La somma di questi eventi (e chi sa quali altri) l’ha coricata in una depressione che a lungo andare ha portato alla rottura del suo matrimonio. È ritornata in casa con sua madre e sua sorella e va girando sempre con due valige pronte perché, dice – mio marito potrebbe rivolermi a casa da un momento all’altro, e i miei figli m’aspettano. [vicinanze] Avevo sfiorato uno di questi centri pochi anni prima, dopo che per una intera estate, a ogni tornante a piombo sul mare smeraldo della Costiera andavo pensando: mi butto. La tentazione era forte quanto la disperazione, ricostruivo nel nastro di moebius dei miei pensieri la stessa prigionia che anni addietro aveva dovuto togliere il fiato a mia madre. Passo dal medico di base, gli piango le mie motivazioni e lui mi scrive una richiesta per otto incontri con la psicoterapeuta dell’unità operativa di salute mentale di zona. Lì ha sede anche uno di questi centri diurni. Durante i tempi morti della sala d’attesa mi soffermavo a osservare dal balcone le persone che ne frequentavano il cortile. Ero fragile, e quelle figure mi spaventavano, perché sentivo che sarei potuto arrivare a quello stesso camminare a vuoto nel giro di poco tempo. Più avanti avrei letto queste parole: Sono i corpi a scrivere i testi più interessanti sulla follia, sulla cultura in cui viviamo, e su di noi. Il corpo folle rifugge dal controllo, inventa stranezza, si inarca, secerne, preme, ha fame, avvolge, assale. [il lavoro] Dalla direttrice ricevo poche ma precise istruzioni, discorsi che ho già sentito altrove: non strafare, chiedere prima di intraprendere, la giusta distanza e simili. Mi viene consegnata una tessera magnetica. Accolgo stupito il verbo “beggiare” nel mio vocabolario, in entrata e in uscita. È la prima volta che ho un lavoro vero, con turni, colleghi, foglio firme e macchinetta del caffè in cialde. Le mie ore dovranno essere impiegate per lavorare con le immagini. Partiamo dal disegno libero e poi via via fissiamo degli obiettivi minimi: fare una piccola esposizione, dipingere il muro di una sala, inventarsi un fumetto. Per stringere un legame e cominciare a conoscerci propongo di realizzare degli ex-voto dipinti, gli racconto che nelle chiese delle città di mare le tavolette votive legate ai salvataggi delle imbarcazioni travolte dalla tempesta sono tra le più numerose, porto dei libri che ne raccolgono le immagini, progettiamo anche un’uscita al Santuario della Madonna dell’Arco che ne è zeppo, ma non riusciremo a farla. In questo modo ognuno deve tirare fuori un episodio turbolento della propria vita dal quale sente di essere uscito indenne. Realizziamo le prime versioni su dei fogli di carta artigianale realizzata in un precedente laboratorio: è fatta tritando, spugnando e poi pestando le scatolette degli psicofarmaci che lì dentro abbondano. A un occhio attento non sfuggono piccoli caratteri riemersi dalle misteriose indicazioni dei bugiardini. Patrizia divide sempre l’immagine in due, la scritta in alto chiarisce il perché: “la mia difficoltà / la mia risposta”. A sinistra mette lei o qualcuno dei suoi cari allettato, stesi da qualche malattia, a destra, in uno spazio più ampio, il suo invocare il cielo ma anche una forza che sente nascosta dentro sé stessa. Mani al cielo e i piedi ben piantati a terra. Vittoria, la donna-valigia, evoca ancora e ancora la sua storia matrimoniale, gravidanze difficili, un esotico viaggio di nozze, definisce “un malore” quello che a ventitré anni sembra aver preso il controllo della sua vita. E poi c’è Pino, trentacinque anni, scrive male ma fa rap, è dislessico ma inventa libri, ha una immaginazione fertile, disegna con accuratezza ma sempre con una certa dose di distacco. Mi viene descritto in una maniera che non trova nessuna corrispondenza con quanto vedo con i miei occhi. Ho l’impressione costante che gran parte degli operatori del Centro fuggano da qualsiasi tipo di contatto. Quando non di aperta derisione l’atteggiamento generale è quello di rifugiarsi in una trincea di inespugnabile formalità, un fossato nel quale confondere distanza e professionalità. La repulsione per i corpi è appena celata. Quando Gianni parla spesso sputa, è vero. Molti, agli estremi delle labbra, hanno un impasto di tabacco, cibo e saliva, anche questo è vero. Eppure, sbirciando appena dietro le singole storie, emergono chiare miseria e violenza, brodo di coltura di una inevitabile follia che altro non è che scarto di produzione di un territorio marginalizzato. [il cerchio] Una mattina di fine inverno arriva una giovane dottoressa. Propone, per favorire ascolto e dialogo, di metterci in cerchio. Poi, partendo da eventi minimi accaduti nel Centro – ma anche da una semplice canzone – lascia parlare i presenti, cercando di fare attenzione a che nessuno interrompa l’altro, osservando le posture, le modalità relazionali, le intolleranze, lasciando fluire il tutto senza giudicare, anzi, prestando bene ascolto e analizzando con la dovuta calma i racconti (ma anche i silenzi e le insofferenze) di ciascuno dei presenti. Gli altri operatori la guardano come se fosse anche lei da curare, boicottano in gruppo. Eppure, se una cura è possibile, non può che scaturire dal confronto aperto tra esperienze, dalla scoperta che ogni vissuto è sì così diverso da un altro, ma pure molto simile. Fatto sta che le prime volte sono l’unico seduto insieme agli altri, ma ho dalla mia che sono nuovo e posso muovermi come se la mia fosse ingenuità. Più avanti altri operatori, anche se svogliatamente, mi seguiranno, ma resterò purtroppo il solo, insieme alla dottoressa, a portare il proprio specifico vissuto nel gruppo. [questo siamo] Titta è variopinta, usa truccarsi con estro, palpebre spruzzate di colori diversi, rossetti acidi. E deve pescare dall’armadio le cose che indossa così come gli capitano, generando chi sa quanto involontariamente una radiosità che stride con le sue risate, tanto acute da contenere il pianto. Racconta in continuazione di suo marito e di un suo fantomatico amante che vorrebbe raggiungerla ma invece è bloccato da un brutto incidente che gli ha spaccato le gambe. Gianni è enorme, cammina barcollando, entra ed esce dal Cerchio comandato dalle sue smanie. È lì dentro da trent’anni e dice che non ne può più dei pinnoli. Racconta che prima nel Centro cucinavano loro, era un bel momento di condivisione. Poi anche questo servizio è stato esternalizzato e adesso arrivano pasti pronti in inutili quintali di imballaggi. Spesso, più che in un luogo di cura ci si sente stretti tra il martello della carità e l’incudine degli affari. Rosalba quando entra nel Cerchio lo fa sempre in ritardo, raramente si siede, dice che preferisce stare in piedi. Vive nelle palazzine più cupe del rione, e ne parla la lingua, solo lievemente rallentata da anni di terapie farmacologiche. Certe vocali si allungano sul finale restando sospese a mezz’aria con i suoi interlocutori. Ride e si abbatte in continuazione, come tutti. Patrizia era apprendista parrucchiera, poi un diverbio col capo e una rottura col fidanzato l’hanno trascinata in un abisso durato tre anni. Adesso che faticosamente ne sta uscendo ha un sorriso benevolo che contagia. Ha ancora paura di riprendere il lavoro. Le suggerisco di ripartire dal luogo nel quale si trova: potrebbe riprendere la mano tagliando i capelli agli altri frequentatori del centro. Un ragazzo giovanissimo – scopro che ha venticinque anni – siede sempre con noi, si chiama Marco, non parla mai, fissa un imprecisato punto dello spazio, di tanto in tanto scuote la testa. Con il passare delle settimane una sopraggiunta familiarità sembra però smuovere qualcosa. Comincia a raccontare di quando lavorava in un supermercato come scaffalista, per sessanta euro a settimana, tredici ore al giorno; della sua convivenza con lo zio: dividono lo spazio esiguo di una casa che gli prosciuga più della metà di una pensione ridicola, senza neanche il privilegio dell’acqua calda. Pino, il rapper, a sua volta racconta che da adolescente ha lavorato due anni in un’officina, prendeva ventimila lire a settimana. Ha scoperto solo anni dopo che i soldi al meccanico li dava sua madre. Sasà è un ex rapinatore. Ha l’occhio dilatato dalle terapie, vigile in apparenza. Altalena il corpo sulla sedia. Di norma è silenzioso, poi ha vomitato il suo racconto in una volta sola: «Mia madre aveva dodici figli, sei con un marito e sei con mio padre. Lui è morto quando ero piccolissimo, mi avrebbe messo in riga, invece nell’ottanta, quando avevo dieci anni, andavo a vedere i contrabbandieri come scaricavano gli scafi pieni di sigarette, mi affascinavano. Dopo poco con gli amici del quartiere ho cominciato con gli stereo, poi gli scippi, i furti e le rapine. Era una sfida con me stesso, se non ci riuscivo mi dicevo: ma che cazzo, neanche una rapina sai fare? Non sei buono a niente! Eravamo cani da caccia, annusavamo le situazioni migliori soppesando in un attimo rischi e guadagni. Per me era un vero e proprio lavoro. Però non rapinavamo mai i pensionati, solo supermercati, pompe di benzina, tabaccai. Non facevamo male a nessuno, prendevamo i soldi dove c’erano i soldi. Sapessi come mi dispiaceva se in un supermercato c’era una donna incinta! Spesso assaltavamo i caselli dell’autostrada, uno per uno prendevamo i soldi da tutti, e poi scappavamo con le auto truccate, la polizia provava a inseguirci, ma andavamo troppo veloce». «Poi mi hanno arrestato, in totale mi sono fatto venti anni di carcere. La maggior parte di quelli della mia banda sono morti. Una volta un amico mi chiese di accompagnarlo a rapinare un benzinaio sul Viale. Lo uccisero, menomale che non andai, altrimenti non sarei qui adesso. Ah, se ci fosse stato mio padre!». Oscilla ancora mentre conclude dicendo che adesso, però, è una brava persona. Marco aggiunge che quando uno non è servito dai genitori è normale che va a finire su una brutta strada. «Perché tuo padre non ti viene a trovare?», chiede Rosalba. Marco dice che non lo vede da otto anni, cioè da quando frequenta il Centro, è agli arresti domiciliari a cento metri da casa sua. Rosalba lo interrompe rivolgendosi al resto del Cerchio: «Teneva quella bella mamma questo ragazzo! Se si stavano più attenti in quella stanza non si sarebbe buttata giù. Eccola (indica una foto), arrostiva le salsicce, ma che bella femmina, e che stile, guarda là quant’è bella (lo ripete più volte)». Solo ora dai fili intravedo una trama. E mi viene da pensare che forse già sapeva che non ce l’avrebbe fatta. Per questo cercava di impressionarsi nella pellicola guardando fisso in camera. Come a lasciar traccia di sé, anche fuori dal corpo tatuato di suo figlio Marco, che fa finta di niente e salta una voragine di silenzio continuando: «Ho rischiato la galera, avevo iniziato a fare casini, ma mia mamma stava al San Gennaro in Tso, mio padre carcerato, e il giudice me la fece buona. La polizia mi picchiava un giorno sì e uno no per farmi capire che dovevo smettere, così mi sono calmato. Ma guarda che è brutto eh, un padre che non ti segue, non ci sta lavoro, non sai più quello che devi fare, e per non sbagliare – mi avrebbero messo a vendere la droga o a fare rapine – mi sono messo in mano ai medici». Più o meno, penso, come farsi scemi per non andare in guerra. [epilogo] Parlo con la direttrice dell’idea di far riprendere il lavoro a Patrizia, penso che sarebbe una buona occasione per lei e un momento utile e divertente per tutti gli altri. Eppure, non senza astio, mi viene chiesto di non illudere gli utenti con promesse che non possiamo mantenere, che ci sono norme igieniche da rispettare, che avrei dovuto chiedere prima a lei, che, insomma, la cosa non s’ha da fare. (-rc)
Scrittori afroitaliani: un contributo al rinnovamento della letteratura
È uscito recentemente, presso la casa editrice AIEP di San Marino il libro Sorella d’inchiostro (pp. 358, €21) che raccoglie ventitre racconti di autori afroitaliani dedicati alla scrittrice Kaha Mohamed Aden, nata a Mogadiscio ma residente in Italia dal 1986 e scomparsa due anni orsono. Il volume non è un’antologia […] L'articolo Scrittori afroitaliani: un contributo al rinnovamento della letteratura su Contropiano.
In questa piazza sono il più vecchio. Storia di un ex operaio di Bagnoli
(disegno di francesca ferrara) Una mattina di qualche mese fa ci siamo seduti a chiacchierare con Arturo all’esterno del circolo di piazza Bagnoli che gestisce. Gli abbiamo chiesto di raccontarci della sua vita, del posto in cui è nato, ha lavorato e ha messo su famiglia. Pubblichiamo a seguire la sua storia.   Io a Bagnoli ci sono nato, a via Di Niso, il palazzo era di mio nonno che faceva il farmacista alla Pignasecca, una farmacia molto nota a Napoli. Il palazzo lo costruì nel 1926, c’è ancora la scritta per terra. All’epoca nonno litigava con papà perché lui aveva fatto dieci figli, più di tutti gli altri fratelli messi insieme, e non era facile portare avanti la famiglia. Mio padre dava diecimila lire di affitto a mia nonna per l’appartamento che stava dentro a questa palazzina, poi mio nonno di nascosto se li prendeva e glieli dava un’altra volta indietro a mio padre. Dopo la scuola, alla Vito Fornari, ho fatto l’avviamento, nel 1953, ma subito ho mollato per andare a lavorare. Qua dove ora c’è piazza Bagnoli era molto più stretto, c’era il muro di cinta e dentro c’era la fabbrica. Io lavoravo nel bar Di Lauro, di fronte l’ingresso della fabbrica. Prendevo mille lire a settimana. Poi sono entrato con la Cesud, avevo diciassette anni, era una ditta che lavorava dentro l’Ilva, si occupava degli impianti elettrici. Io ero aiuto elettricista, giravo col motorino, andavo dove lavoravano gli elettricisti e gli portavo il materiale che serviva. Poi sono andato a fare il soldato e dopo il militare sono entrato definitivo in fabbrica, perché nel frattempo c’era stato il passaggio delle ditte all’Italsider, hanno internalizzato. All’Italsider sono stato fino al 1990. Stavo sui carroponti, scaricavamo le navi di carbone dal pontile. Era un lavoro facile, tu stavi sempre sul carroponte, non era un lavoro fisico come altri nella fabbrica. La nave di solito restava in sosta per tre-quattro giorni. Arrivavano per lo più dall’Italia, da Piombino soprattutto. C’erano momenti in cui non si lavorava molto e altri di più, perché la nave doveva rimanere un tempo massimo stabilito, sennò pagavano la penale. E allora in certi momenti il capoturno diceva che bisognava accelerare. I festivi prendevi di più, le navi arrivavano tutti i giorni, io lavoravo pure a Natale. Per scaricare una nave ci volevano giorni, le navi aspettavano a largo che una finiva e cominciava un’altra. Noi eravamo un gruppo di cinquanta operai circa e dieci capoturno, col caporeparto che comandava tutto. La gente a volte dice “eh ma nel cantiere, tanti anni col posto fisso, non si faceva niente”, sono tutte cretinate. Il posto fisso era buono perché potevi lavorare prendendotela comoda. Noi tenevamo il televisore, vedevamo le puntate. Ma quando poi si dovevano buttare le mani ti facevi un cuore così! E questo per quanto riguarda noi. Ma chi stava nell’acciaieria, la cokeria, quando usciva il fuoco, tu dovevi stare là. Non ti potevi allontanare, non ti potevi manco distrarre. Per non parlare poi degli incidenti. E della gente che è morta con le malattie. Là dentro era tutto amianto. Mi ricordo che c’era l’altalena che passava sopra la colata, sopra la lava, c’era questo ponticino piccolino di un metro, un metro e mezzo fatto di loppa. Una volta sentimmo urlare mentre uno passava, la loppa non si era indurita, era venuta meno e si era squagliata mezza gamba di questo là dentro. Se non lo tiravamo fuori se lo risucchiava sano sano. Io sono stato pure come trasfertista a Taranto, a Piombino, là sì che non si faceva niente! E poi era tutto più nuovo, perché l’avevano costruita dopo. Quando la fabbrica ha chiuso ci hanno mandato all’aeroporto a fare dei corsi, e poi ci volevano far assumere con una ditta che faceva le pulizie ma io ho rifiutato. Loro facevano apposta a proporti dei lavori che non erano all’altezza di quello che uno faceva prima. Provarono pure a mandarci all’Alfa Sud a Pomigliano d’Arco, io dovevo prendere il pullman alle cinque di mattina e tornare alle cinque di sera, erano dodici ore, un inferno. Quando si firmava la buonuscita, con alcuni compagni miei andammo al Centro Direzionale, tutti vestiti bene, ci facemmo la barba i capelli, e firmammo il licenziamento per settanta milioni. Pochi giorni dopo la firma, mio cugino mi avvisò che l’Italsider stava mettendo una cifra di buonauscita uguale per tutti, di cento milioni. Disse: «Vai là e ferma tutto, muoviti!». Allora io andai, feci tutta una recita dicendo che avevo litigato con mia moglie che voleva che continuavo a lavorare, che tenevo due figli e non mi volevo licenziare più. Dissi che ci avevo ripensato, eccetera eccetera. Alla fine l’impiegata che si occupava di questa cosa si convinse e mi cancellò dalla lista dei settanta milioni. Passano tre giorni, diventa ufficiale la cosa dei cento milioni e io subito mi precipito per licenziarmi e prendermeli. E chi trovo all’ufficio? La stessa signora: «Ah, e che ha fatto vostra moglie, già ha cambiato idea?». Intanto poi con quei soldi mi sono aperto la sala giochi. Anche durante gli anni della fabbrica, Bagnoli era stato un posto vivo, turistico. C’era il bagno Fortuna, c’era l’albergo Tricarico, dove adesso ci sta la scuola, che teneva le terme, stava l’entrata dove ora c’è il commissariato. C’era il lido Sirena, che era il bagno delle guardie, dei poliziotti. Poi c’era l’ospedale e poi il lido Nettuno. Per entrare si pagava, ma c’era una spiaggia libera grande dove adesso c’è l’Arenile, lo chiamavamo ‘o Mappatella, la gente del quartiere andava là. Il Tricarico ha lavorato molto fino all’inizio degli anni Ottanta, fino agli anni Settanta c’era molta attività turistica, c’erano i ristoranti, poi cominciò a lavorare di meno, e nell’83 ci misero i terremotati del bradisismo. In giro vedevi sempre tanta gente: c’erano i marinai, i trasfertisti, i turisti dell’albergo, la sera si usciva, c’era il circolo, si giocava a carte. Lavoravano i ristoranti, le pizzerie, si faceva la passeggiata a mare, c’era un certo benessere. All’epoca c’era la quindicina, lo stipendio si pagava ogni quindici giorni, il giorno 9 e il giorno 22 del mese. E quando l’operaio prendeva la quindicina… e come spendeva! La mattina compravano le graffe, mezza per una, e poi pagavano quanto prendevano la quindicina, si faceva il conticino tanto tu sapevi che ti pagavano perché lo stipendio era fisso. Molta gente alla mattina arrivava da fuori Bagnoli coi pullman, non abitavano tutti in zona. C’erano diversi ingressi, quattro o cinque: uno per l’acciaieria, uno dove stava la banca, eccetera. Il bar lavorava molto: ci stava il tram, la cumana, scendeva un mare di gente. C’erano tre turni: dalle sette alle tre, poi dalle tre alle undici di sera, e dalle undici alle sette di mattina. Quando la fabbrica ha chiuso secondo me gli operai non sono andati male, in molti sono andati in pensione giovani e hanno potuto fare dei lavoretti fuori mano per arrotondare. Che poi già prima così si faceva: chi faceva l’elettricista, chi aggiustava le cose. Il problema è stato per chi è venuto dopo. Io sono riuscito a sistemarmi perché ho fatto l’investimento. Nel 2015 il circoletto è diventato pure un’agenzia di scommesse, ma prima lavoravamo come sala giochi, il bigliardo, il ping pong, le carte. Oggi ho due figli, uno che vive a Udine che ha una tabaccheria, tiene quarantacinque anni ed è già nonno. Ho molti nipoti, uno si chiama Arturo come me, c’ha diciassette anni, sta nell’accademia aeronautica, sta studiando per diventare ingegnere spaziale. Ti dico solo che nella stanza sua c’ha un televisore gigante, un tavolo, due-tre computer, studia i motori di formula uno. Io amo stare qua, passeggiare, sono nato e cresciuto a Bagnoli. Però se tutta la mia famiglia fosse d’accordo me ne andrei da mio figlio al Nord, per stare vicino ai nipoti miei. Mio figlio mo’ che c’è stato il bradisismo mi ha detto: «Ma a chi stai aspettando?». Però vedi, in questa piazza io sono il più vecchio, conosco tutti quanti, ci sto bene. La mattina accompagno mio nipote alla Madonna Assunta, mo’ finisce le medie e l’anno prossimo va al Nautico. Poi lo accompagno pure a giocare a pallone, sto sempre appresso a lui, e certo vorrei fare queste cose pure con quelli che stanno sopra. (intervista a cura di gabriella boscarino e riccardo rosa, pubblicata anche su bagnolinformazione.it)