Tag - no meloni day: manifestazioni studentesche 16 ottobre 2026

“Soldi alla scuola, non alle armi”: gli studenti tornano a mobilitarsi contro la guerra
Dalle occupazioni dei licei ai cortei del 16 ottobre, cresce in Italia la protesta giovanile che intreccia il diritto allo studio, la denuncia dei tagli all’istruzione e il rifiuto della militarizzazione della società. Da Roma a Milano e Torino, da Genova a Palermo, ragazze e ragazzi chiedono investimenti nella scuola pubblica e un futuro diverso da quello segnato dal riarmo. “Soldi alla scuola, non alla guerra”: è uno degli slogan che accompagnano le mobilitazioni studentesche di questi giorni. Nelle scuole italiane si moltiplicano assemblee, occupazioni e iniziative di protesta, mentre il 16 ottobre è stata convocata una giornata di mobilitazione nazionale con cortei in diverse città. Al centro delle rivendicazioni non ci sono soltanto le condizioni materiali degli istituti, ma anche il dissenso verso le politiche di riarmo, la precarietà e un modello educativo percepito da una parte dei giovani come sempre più autoritario. Le iniziative italiane si inseriscono in un clima di contestazione che ha attraversato anche la Francia e che sta trovando eco tra i liceali italiani. Le mobilitazioni denunciano il carovita, le difficoltà economiche delle famiglie, gli edifici scolastici inadeguati e la carenza di personale, affiancando a queste questioni la richiesta di investire risorse pubbliche nell’istruzione anziché negli armamenti. Da Milano a Palermo, le occupazioni e gli slogan per la pace Nella capitale, tra gli istituti coinvolti nelle mobilitazioni figura il liceo scientifico Newton, occupato nei giorni scorsi. Gli studenti hanno esposto lo slogan “Contro la scuola caserma, soldi alla scuola e non alla guerra”, richiamando sia le criticità strutturali dell’edificio sia la contestazione delle priorità di spesa pubblica. Le iniziative romane si sono sviluppate nel quadro più ampio delle proteste contro il carovita, la precarietà e la guerra. Anche a Genova, alla vigilia della giornata nazionale, risultavano occupati il liceo Gobetti di Sampierdarena, l’istituto Calvino di Sestri Ponente e il liceo Lanfranconi di Voltri. Nei comunicati dei collettivi, la richiesta di finanziare la scuola pubblica anziché la guerra si accompagna alla denuncia della carenza di personale, delle condizioni degli edifici e delle difficoltà economiche che gravano sulle famiglie. A Torino la protesta ha coinvolto licei e istituti tecnici, con iniziative contro i tagli, le politiche scolastiche e quella che gli studenti definiscono militarizzazione dell’istruzione. Le cronache riferiscono anche tensioni e danneggiamenti in alcune scuole: episodi distinti dalle rivendicazioni generali e che richiedono di distinguere le forme di protesta pacifica dai comportamenti violenti. La scuola come luogo di pace, non di preparazione alla guerra La questione della militarizzazione della scuola è uno dei temi che stanno emergendo con maggiore forza nel dibattito. Gli studenti contestano l’idea che la sicurezza possa essere affidata esclusivamente alla forza militare e chiedono che l’educazione promuova il pensiero critico, la cooperazione, la solidarietà e la capacità di risolvere i conflitti senza ricorrere alle armi. La protesta si colloca in un momento in cui il riarmo e l’aumento delle spese militari occupano uno spazio centrale nelle agende politiche europee. Per molti giovani, il contrasto tra le risorse destinate agli armamenti e le difficoltà quotidiane della scuola pubblica rappresenta una contraddizione da affrontare apertamente: aule da sistemare, classi sovraffollate, docenti precari e servizi insufficienti sono problemi concreti che chiedono risposte. Il messaggio dei collettivi è dunque anche una richiesta di priorità diverse: garantire a tutte e tutti il diritto a un’istruzione di qualità, contrastare le disuguaglianze e restituire agli istituti scolastici la loro funzione di spazi di crescita democratica. Una generazione che vuole partecipare alle scelte sul futuro Le mobilitazioni non sono prive di contraddizioni. Le occupazioni possono interrompere le lezioni e suscitare dissensi tra studenti, famiglie e personale scolastico; inoltre, gli episodi di danneggiamento e gli scontri registrati in alcune città non possono essere confusi con il diritto di manifestare pacificamente. Ma le tensioni non cancellano le domande poste da chi protesta e la necessità di ascoltarle nel merito. Oltre i cancelli chiusi e l’autoritarismo dei programmi ministeriali Le mobilitazioni di questi giorni – da Genova a Roma, da Cosenza a Torino, passando per Milano, Bergamo, Bologna, Padova, Firenze e Cagliari, Catania e Palermo – non rappresentano semplici manifestazioni di dissenso estemporaneo. Costituiscono, piuttosto, un sintomo acuto e visibile di una frattura profonda tra l’istituzione educativa e il corpo vivo della società. L’affermazione per cui “bambini e bambine non possono essere mai rappresentati di maggioranze o minoranze” racchiude in sé una denuncia radicale: l’infanzia e l’adolescenza vengono sistematicamente ridotte a oggetti di contesa politica o a categorie statistiche, anziché essere riconosciute come soggetti di diritti, portatori di sguardi autonomi e irriducibili alle logiche di schieramento. “Aprire i tetti per far entrare il mondo” è un concetto che raccoglie le voci di un fronte eterogeneo composto da insegnanti, dirigenti scolastici, genitori, studenti, associazioni e amministrazioni locali. Attraverso questo mosaico di testimonianze emerge con forza l’urgenza di ripensare il ruolo della scuola, svelandone al contempo le derive strutturali. Non si tratta soltanto di riflettere su modelli pedagogici astratti, ma di interrogarsi su come i luoghi dell’educazione rischino quotidianamente di riprodurre le stesse logiche di esclusione che attraversano le metropoli contemporanee. La dinamica coloniale e la segregazione invisibile Parlare di dinamiche del colonialismo a scuola significa denunciare la persistenza di un impianto culturale ed epistemico gerarchico, in cui la conoscenza viene calata dall’alto secondo un modello unidirezionale. Storicamente, il sistema educativo è nato per omologare, per plasmare il cittadino ideale all’interno di confini nazionali ben definiti, trattando le diversità culturali, sociali ed economiche non come una risorsa, ma come uno scarto da correggere o assimilare. Questo approccio coloniale interno si traduce oggi in una persistente incapacità di accogliere la complessità del mondo contemporaneo. A ciò si somma il dramma della segregazione scolastica, un fenomeno che non vive isolato, ma si alimenta in simbiosi con la segregazione urbana. Nelle periferie delle grandi città italiane, le scuole si trovano spesso a operare in condizioni di cronico sottofinanziamento, diventando l’ultimo presidio di welfare in territori svuotati di servizi. La concentrazione di studenti provenienti da contesti di marginalità socio-economica in determinati istituti crea “ghetti educativi” di fatto, dove il diritto allo studio sancito dalla Costituzione viene svuotato di senso. La scuola, anziché essere l’ascensore sociale per eccellenza, rischia così di cristallizzare le disuguaglianze di partenza, certificando destini già scritti prima ancora dell’ingresso in aula. Verso la scuola aperta e partecipata Contro questa deriva di chiusura e impoverimento, si delinea la mappa di una resistenza attiva fondata sul paradigma delle scuole aperte e partecipate. Non edifici blindati che spengono le luci al termine delle lezioni antimeridiane, ma laboratori permanenti di cittadinanza, presidi culturali radicati nei quartieri che restano accessibili anche nel pomeriggio, trasformandosi in spazi di aggregazione, co-progettazione e democrazia diffusa e partecipata. Un’istituzione scolastica aperta non subisce il territorio, ma lo interroga e vi si fonde. Coinvolgere attivamente genitori, associazioni e studenti nei processi decisionali significa scardinare l’autoritarismo burocratico e riaffermare che l’educazione è un fatto comunitario. Gli striscioni sui cancelli ricordano che i bambini e le bambine non sono pedine da spostare su una scacchiera politica, né tantomeno minoranze da tollerare o maggioranze da blandire. Sono persone il cui benessere e la cui voce esigono una radicale inversione di rotta nelle politiche pubbliche. Aprire i tetti, metaforicamente e letteralmente, significa rompere la gabbia dell’autoreferenzialità scolastica per far entrare la realtà complessa, conflittuale ma vitale del mondo esterno. È la pretesa urgente di una scuola che smetta di selezionare e inizi a includere, trasformandosi da luogo di riproduzione delle disuguaglianze a motore di emancipazione collettiva. La richiesta giusta dei ragazzi che resta inascoltata La richiesta di non destinare alla guerra risorse necessarie alla scuola esprime una visione del futuro nella quale la sicurezza non coincide soltanto con la capacità di difendersi militarmente, ma comprende anche istruzione, coesione sociale, lavoro dignitoso e possibilità di partecipare alla vita democratica. In questo senso, il richiamo alla pace non è estraneo ai problemi quotidiani degli studenti: riguarda il mondo che erediteranno, le opportunità che avranno e le priorità che le istituzioni scelgono oggi. Le mobilitazioni di questi giorni riportano così al centro una domanda essenziale: quale società vogliamo costruire per le nuove generazioni? Ascoltare le voci che arrivano dalle scuole significa confrontarsi con questa domanda senza ridurre ogni protesta a un problema di ordine pubblico. Significa anche pretendere risposte concrete sulle condizioni degli edifici, sui finanziamenti all’istruzione e sulle politiche che incidono sulla vita dei giovani. La pace, per essere credibile, deve trovare spazio anche nelle scelte di bilancio e nell’esperienza quotidiana della scuola. Laura Tussi
October 17, 2026
Pressenza