Capire Van Gogh, sfatando il mito del genio incompreso
Per molti Van Gogh è il pittore infelice per eccellenza. Un uomo tormentato che
dipinge capolavori senza riuscire a ottenere il riconoscimento dei suoi
contemporanei e muore senza conoscere la fama che lo attende dopo la morte. Una
vita di fallimenti, insomma, riscattata soltanto dalla gloria postuma. È una
storia che conosciamo tutti. Ma se provassimo, per una volta, a guardare Van
Gogh al di là della sua malattia, della sua solitudine e di quell’orecchio
mutilato che sembra aver finito per raccontarlo più dei suoi stessi dipinti
dovremmo chiederci: quanto sappiamo davvero di Vincent van Gogh? E quanto,
invece, crediamo di sapere perché la sua storia ci è stata raccontata sempre
nello stesso modo?
Per capire Van Gogh bisogna guardare i suoi dipinti: i cieli attraversati da
vortici, i campi di grano, i fiori che sembrano animarsi sulla tela, i colori
accesi che trasformano un paesaggio in qualcosa di mai visto prima. Ma bisogna
anche tornare indietro, a quando tutto questo ancora non esisteva, quando cioè
Van Gogh era un uomo che cercava faticosamente la propria strada e dubitava
persino di essere all’altezza del mestiere che aveva scelto. Come è arrivato da
lì ai dipinti che oggi riconosciamo a colpo d’occhio?
Nel 1880 Van Gogh ha quasi trent’anni. Fino ad allora era stato commesso,
insegnante, mercante, predicatore, vagabondo, aveva viaggiato in lungo e in
largo attraverso Inghilterra, Parigi ed Olanda, sempre seguendo le indicazioni
del mondo e i suggerimenti dei suoi cari. Ma, ciò nonostante, ha collezionato un
fallimento dietro l’altro, con il risultato di essere diventato inviso alla sua
stessa famiglia, fonte di vergogna e commiserazione. «Temo un nuovo fallimento
se dovessi ascoltare altri saggi consigli dati con le migliori intenzioni»,
scrive a Theo.
Autoritratto di Van Gogh, 1887
A ottobre perciò si trasferisce a Bruxelles per iscriversi all’Accademia delle
Belle Arti. Prende alloggio in un alberghetto al 72 del Boulevard du Midi. Ancor
prima dell’inizio dei corsi, prende lezioni di prospettiva e studia anatomia per
conto suo. In quel periodo non fa che disegnare. Con una matita in mano si sente
finalmente… felice. Le sue mani pulsano di fermento, vitalità, concentrazione.
Quella matita non è soltanto il mezzo attraverso il quale dà forma a volti,
mani, teste, fiori, è lo scalpello con cui scolpisce il suo destino.
Mentre è nella sua stanza e abbozza uno schizzo sul foglio da disegno, la sua
testa è ferma, i suoi occhi brillano di un’intensità del tutto nuova, e
quell’intensità gliela si legge nel viso, nelle gambe, nella schiena. Nel modo
in cui aggrotta la fronte sovrappensiero senza mai staccare lo sguardo dal
foglio, nel modo in cui s’interrompe soltanto per riprendere fiato e asciugarsi
un velo di sudore dalla fronte, e poi di nuovo si mette al lavoro. Come volano
in fretta le ore, come tutto sembra nuovo, bello, migliore! In uno dei passi più
belli de I fratelli Karamazov a un certo punto Mitja dice: un’ora, un solo
minuto del suo amore valgono un’intera vita. Perché la vita è fatta di quegli
attimi di gloriosa intensità che annullano tutto il resto.
Alla fine di dicembre Van Gogh scrive: «Devo poter esprimere attraverso il
disegno e la pittura quello che ho dentro la mente e il cuore». Eppure ha
trent’anni ed è troppo vecchio per diventare pittore. «Dubito assai di poter
progredire in questa professione,» confessa a Theo, «poiché temo che gli anni
passati nella ditta Goupil & C. (durante i quali avrei dovuto prepararmi per
questa mia missione) rimangano sempre un ostacolo insormontabile. Tuttavia,
penso di non poter tornare indietro in alcun modo». Questo è un momento
fondamentale nella vita di Van Gogh. Tutto è contro di lui: le possibilità, la
sorte e il Tempo. «A volte mi sento la testa pesante; spesso la sento bruciare e
i miei pensieri sono confusi. Allora mi chiedo come riuscirò mai a farci entrare
tutte quelle difficili cognizioni. (…) Tuttavia, continuo».
Mentre è a Bruxelles dipinge soprattutto scene tratte dalla vita quotidiana.
Dipinge anche paesaggi, li ama molto e di continuo nelle sue lettere descrive i
colori del cielo, le diverse tonalità delle nuvole, le strisce di luce che
bagnano l’acqua e ancora colline, campi, boschi, campanili diroccati, sentieri.
E tutto ciò lo descrive così bene, in modo tanto vivido, che quando leggo le sue
lettere è come se entrassi dentro un quadro e vedessi tutto ciò che ha davanti
agli occhi. Eppure in quegli anni, come dicevo, dipinge pochi paesaggi. Disegna
centinaia di volte gli esercizi a carboncino contenuti nel manuale di Bargue.
Crede di poter aspirare a diventare un illustratore di riviste. Ma sente di non
essere abbastanza per poter diventare un vero e proprio pittore.
Nel 1886 si iscrive all’École des Beaux-Arts, non è più un novellino, ma sente e
continuerà sempre a sentire l’esigenza d’imparare. Frequenta la classe di
pittura di Charles M.M. Verlat, ma poi capisce che quelle lezioni non fanno per
lui. Quel metodo d’insegnamento troppo formale, troppo accademico è lontano
dall’idea di pittura che gli sta nascendo dentro. Ma dove trovare l’ispirazione?
E chi potrà aiutarlo a progredire su questa strada? A febbraio del 1886 parte
per Parigi. Anche Theo è a Parigi e dirige una galleria d’arte sul Boulevard
Montmartre. I due fratelli si ritrovano e adesso che Van Gogh è a casa di Theo,
libero da preoccupazioni materiali, può finalmente concentrarsi sulla sua arte e
su Parigi che, come un amante generosa, è pronta a schiudere per lui le sue
meraviglie.
Van Gogh si lascia alle spalle la cupezza del Nord con le sue nebbie e le sue
foschie e si trova catapultato in un mondo che all’improvviso vibra di luce.
L’acqua scintillante della Senna, il verde smagliante dei parchi, i mercati di
fiori e poi ancora l’incedere dei boulevard, dei caffè, dei ristoranti, e
cabaret, teatri e bistrot; e il cielo naturalmente, così azzurro e limpido come
mai lo ha conosciuto in Olanda… a Parigi Van Gogh riceve un’iniezione di
impressioni positive. Di continuo si imbatte in qualche pittore con pennello e
cavalletto che dipinge en plein air.
Le Moulin de la Galette, 1886
A Parigi incontra gli impressionisti, fa esperienza di Monet. Ah, che modo
sublime e nuovo di dipingere la natura, pensa. Studia Renoir, resta folgorato
dalle stampe giapponesi, anche se il suo punto di riferimento è sempre Delacroix
che nel «colore cerca la vita». A Parigi, contagiato dall’atmosfera della città,
dipinge tantissimi fiori, girasoli soprattutto, ma anche il bellissimo
floritilla imperiale dai petali di un arancione così acceso, simili a tanti
spicchi di sole; e com’è azzurro e luminoso il cielo del suo Mulino de La
Galette. A Parigi fa esperienza del colore e diventa consapevole del colore come
mai prima di allora. «Invece di cercare di rendere esattamente ciò che ho
davanti agli occhi, mi servo del colore in modo più arbitrario per esprimermi
con intensità».
Eppure Parigi non è soltanto i colori luminosi del Sud e le gallerie d’arte
brulicanti di folla, ma è anche l’ipocrisia dei salotti mondani, le rivalità tra
pittori, le malelingue. L’ambizione gli ripugna, così confessa a Theo, e per
riuscire nel suo ambiente bisogna essere ambiziosi. Se ne va in giro vestito in
modo malconcio, i suoi occhi hanno quasi sempre un’aria assorta e malinconica
che non invita al dialogo, non sa mai cosa dire né è disposto a fingere affetto,
interesse o simpatia se quei sentimenti lì non li sente in modo autentico. Anche
per essere un artista è eccentrico. E la sua arte… neanche quella viene capita e
apprezzata. È troppo moderno, direbbero oggi i critici, è troppo sé stesso, mi
permetto di chiosare io.
Non dipinge alla maniera degli impressionisti, non sa che farsene dei dettami
dei neoclassici e degli accademici, gli piacciono i romantici come Delacroix ma
anche se lo ammira, non sono fatti della stessa sostanza. Dove collocarsi
allora? Anche quando si sforza di essere come gli altri, fallisce. Ma tanto per
farvi capire… Nel XIX secolo a Parigi è di gran moda e dà anche buoni profitti
la riproduzione di nature morte, in particolare i soggetti prediletti dalla
borghesia sono i quadri che ritraggono fiori. Cesti di fiori, fiori dentro i
vasi, fiori recisi; Parigi brulica di fiori e ha una vera e propria passione per
i fiori e il commercio dell’arte fiorisce attorno ad esso.
Ma anche con un soggetto così semplice, Van Gogh dà vita a qualcosa di insolito
e di audace. I suoi fiori nella loro forma e colore non sono come tutti gli
altri, le pennellate sono ruvide e dense, i colori brillanti, e i fiori sembrano
vivi, come sul punto di schizzare fuori dal vaso. Ogni fiore ha la sua
personalità, un girasole sorride fiducioso e ottimista, un altro invece china la
corolla come se fosse stanco della vita, un altro ancora è in boccio.
E alla fine Parigi, la città della luce, pur con tutto il suo fascino, gli viene
a noia. Incomincia a stargli stretta. Ne ha abbastanza della sua mondanità e
sente nell’anima sua il bisogno di altro. Brama qualcosa di più essenziale, di
più autentico e sincero. E così nel 1888 parte per il Sud della Francia. Si
stabilisce ad Arles, in Provenza. «La natura è straordinariamente bella, qui»
scrive a Theo. S’innamora di una casetta tutta gialla in place Lamartine,
l’Atelier du Midi, lo Studio del Mezzogiorno come la chiama lui. E quella casa
gli piace così tanto che vuole dipingerla e diventerà La casa gialla, uno dei
suoi dipinti più famosi. Gialla è la terra, gialle sono le strade, gialle sono
le foglie degli alberi, gialla è la luce, simbolo di calore e vitalità e della
speranza che gli arde nel petto. E continua: dipinge case gialle, terrazze
gialle, spighe gialle e girasoli: giallo, giallo e ancora giallo. In pochissimi
mesi dipinge la maggior parte dei suoi capolavori. Il resto come si suol dire è
storia.
La casa gialla, 1888
Van Gogh non conobbe il successo che aveva desiderato. I suoi quadri non
trovarono un mercato, la critica non gli riconobbe il posto che avrebbe occupato
nella storia dell’arte e la sua vita rimase segnata da difficoltà materiali,
incomprensioni e sofferenze. Eppure, raccontare la sua esistenza soltanto
attraverso questi insuccessi significa fermarsi a ciò che gli mancò, senza
guardare a ciò che riuscì a costruire. Quando arrivò ad Arles, Van Gogh non era
più il giovane incerto che aveva cercato per anni la propria strada, passando da
un mestiere all’altro e interrogandosi continuamente sulle proprie capacità.
Aveva attraversato Parigi, studiato i pittori del suo tempo, sperimentato nuove
combinazioni di colori, messo in discussione ciò che aveva imparato. Ad Arles,
in pochi mesi, quella lunga ricerca produsse un’esplosione creativa
straordinaria. Dipinse centinaia di opere, tra cui alcuni dei suoi dipinti più
celebri, e sviluppò un linguaggio pittorico sempre più personale.
Certo Van Gogh continuò a vivere in condizioni precarie e non ottenne il
riconoscimento che sperava. Ma la sua vicenda non può essere giudicata soltanto
sulla base delle vendite o del successo presso i contemporanei. Quando morì, nel
luglio del 1890, la sua carriera era stata breve e il suo nome era ancora
lontano dalla fama che avrebbe conquistato negli anni successivi. Eppure, in
quella vita così tormentata, si era compiuto qualcosa di decisivo: Van Gogh era
finalmente diventato il pittore che aveva cercato di essere per anni. Il mondo
avrebbe impiegato del tempo per riconoscere il valore della sua opera; lui,
intanto, aveva trovato nella pittura una forma propria, inconfondibile, di
espressione.
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