Il “Manifesto contro la disumanizzazione, per una scuola e una società che costruiscono comunità”
ELABORATO DAI PROMOTORI DELLA CAMPAGNA “CONTRO LA DISUMANIZZAZIONE PRATICARE LE
CON/CITTADINANZE”, IL DOCUMENTO È STATO CONDIVISO DA NUMEROSE ASSOCIAZIONI * E
PUÒ VENIRE SOTTOSCRITTO DA TUTTI.
Le adesioni sono raccolte mediante la raccolta firme alla petizione “Contro la
disumanizzazione” online sulla piattaforma Change.org
[https://c.org/g7DGYrfVC8].
MANIFESTO CONTRO LA DISUMANIZZAZIONE
PER UNA SCUOLA E UNA SOCIETÀ CHE COSTRUISCONO COMUNITÀ
La storia – o meglio, le storie: quelle individuali e personali, quelle
collettive, nazionali, generali – non smettono di metterci di fronte al lato
oscuro dell’umano e dell’umanità. E alla responsabilità di riconoscerlo, di
portarlo a consapevolezza, di neutralizzarlo.
LE RAPPRESENTAZIONI…
Oggi, nel nostro presente, quel lato oscuro assume ancora una volta la forma
della rappresentazione dello straniero, e soprattutto del migrante, come
pericolo e minaccia per l’identità, la sicurezza, il modo di vita di chi lo
accoglie.
I corpi e le vite dei migranti, e la loro immagine costruita ad arte per
alimentare paure – l’invasione, il terrorismo, l’islamizzazione – vengono
sempre più usati e manipolati da una parte politica per propugnare una visione
grettamente identitaria, securitaria, xenofoba: una visione funzionale a
distogliere l’opinione pubblica dalle difficoltà, dai problemi, dalle
contraddizioni reali. Una visione in cui l’ossessione per la difesa dei confini
fa dimenticare le persone e fa sì che chi la propugna perda, insieme al
riconoscimento dell’umanità altrui, un pezzo della propria stessa umanità.
…E I DATI DI FATTO
I dati di fatto dicono altro.
Non esiste alcuna invasione. Ad avere bisogno di lavoratrici e lavoratori
immigrati sono interi settori industriali, l’agricoltura, le famiglie per la
cura degli anziani e della casa.
Del resto il carattere multiculturale della società è immediatamente evidente
nella vita quotidiana, nei servizi, nei social e nei media. Lo testimoniano bene
anche le cronache sportive, popolate di ragazze e ragazzi con tante sfumature di
colore della pelle, figlie e figli di immigrati o di coppie miste, cattolici,
musulmani o non credenti, che salgono sui podi avvolgendosi nel tricolore e
rivendicano la propria italianità insieme alle proprie origini.
QUELLO CHE SERVE
Ciò che serve davvero sono politiche di integrazione efficaci: lavoro regolare,
soluzioni abitative, apprendimento della lingua, interazione sociale in comunità
aperte. Il tutto dentro un quadro condiviso di diritti e di doveri.
In altri termini: processi di regolarizzazione, accesso alla cittadinanza
formale e pratiche quotidiane di con/cittadinanza, fondate sul rispetto per la
comune umanità.
Esperienze come quella dello Spin Time di Roma – che va difesa e sostenuta,
soprattutto ora che viene messa a rischio – dimostrano che la scelta di
costruire comunità apre prospettive positive per l’intera realtà in cui si
realizza, anche sul versante dell’istruzione: tra i ragazzi in età scolare di
quella comunità il tasso di dispersione è pari a zero.
IL GRANDE RUOLO DELLA SCUOLA
Le istituzioni della conoscenza in generale, e la scuola in particolare, hanno
un ruolo fondamentale da svolgere come comunità che disegnano, agiscono e
costruiscono con/cittadinanze.
Nel corso degli ultimi decenni la scuola italiana si è confrontata con la
trasformazione multiculturale della società.
Da un lato si è occupata dell’accoglienza e dell’inserimento dei NAI (Neo
Arrivati in Italia): sono state messe in campo pratiche e percorsi dedicati, si
sono cercate strategie di facilitazione all’accesso, si è costruito un
equilibrato mix iniziale tra percorsi specifici e full immersion, anche grazie a
personale formato per l’insegnamento dell’italiano L2.
Dall’altro lato, e contemporaneamente, si è guardato all’educazione
interculturale come orizzonte formativo per tutti e per tutte.
UNA PERICOLOSA INVERSIONE DI TENDENZA
È un orizzonte di straordinaria ricchezza valoriale, pedagogica ed
epistemologica, ben sostenuto dalle Indicazioni Nazionali del 2012 e del 2018.
Ha consentito in molti casi di delineare un approccio interculturale ai
curricoli e alle discipline, ha lavorato al riconoscimento delle diversità
culturali e delle loro interazioni, ha curato la mediazione linguistica e
culturale, valorizzato il plurilinguismo, incentivato la partecipazione di
studenti e genitori anche nella gestione di eventuali conflitti interculturali.
Una mole preziosa di esperienze, competenze e orientamenti, codificata nei
documenti prodotti dall’Osservatorio per l’integrazione degli alunni con
background migratorio che, con diverse composizioni e denominazioni, ha lavorato
presso il Ministero dell’Istruzione fino al 2022. Da allora l’Osservatorio non è
più stato ricostituito.
Invece di valorizzare quel patrimonio – semmai aggiornandolo e attualizzandolo –
nelle Indicazioni nazionali del 2025 l’attenzione alla realtà multiculturale è
debolissima e l’educazione interculturale sembra ridursi, in modo fuorviante,
alla necessità che gli studenti di origine migratoria imparino la lingua
italiana e la storia di questo Paese come condizione di accettazione, secondo
una prospettiva di tipo assimilazionista.
È una vera e propria inversione di tendenza, risultato di tre ossessioni: quella
identitaria, quella occidentocentrica, quella autoritaria.
Non pago di questo, il Ministro insiste nel ribadire che l’integrazione sarebbe
solo questione di apprendimento dell’italiano come L2 e di abbandono, il più
rapido possibile, della lingua madre e di tutti i riferimenti culturali “altri”
di provenienza familiare. In una ricorrente denigrazione degli immigrati, si
sostiene che anche in ambito familiare le cose debbano cambiare: perché i
ragazzi non disimparino quanto appreso a scuola, occorrerebbe che pure i
genitori parlino italiano, e a questo saranno dedicati appositi corsi.
UNA RISORSA ISTITUZIONALE SOTTOUTILIZZATA: I CPIA
La lingua è certamente uno strumento principe della partecipazione e
dell’esercizio della cittadinanza per tutti e per tutte. Proprio per questo
sarebbe più che mai urgente sostenere e potenziare i CPIA, l’istituzione
scolastica deputata, tra l’altro, all’insegnamento dell’italiano come L2 agli
adulti immigrati. È invece un’istituzione drammaticamente sottodimensionata
rispetto alle esigenze: la domanda dei molti migranti che vi si rivolgono resta
impaludata in liste d’attesa chilometriche e in larga parte inevasa.
Ma il governo non se ne cura.
LA QUESTIONE DELLA LINGUA E IL PLURILINGUISMO: ANDARE OLTRE L’ITALIANO L2
La lingua a cui pensa il Ministro è uno strumento di assimilazione forzata: una
lingua imposta per disciplinare, discriminare, emarginare e persino sanzionare.
“La lingua del sopruso”, è stata definita. Una lingua piegata all’obiettivo di
“fare nazione” o di “insegnare l’Italia”, senza curarsi di “fare comunità” in
modo rispettoso delle diverse culture, storie, biografie.
Ma la lingua non può essere né il criterio né la misura dell’appartenenza.
Insegnare una lingua significa offrire uno strumento di partecipazione, non
fissare una soglia da superare per essere ammessi.
Il Ministro sostiene che studi scientifici – quali? – dimostrerebbero che la
presenza in classe di troppi coetanei con background migratorio (locuzione a cui
spesso viene preferita quella più sbrigativa di “stranieri”) rappresenterebbe un
fattore di rischio e produrrebbe danni sull’apprendimento degli studenti
autoctoni.
Eppure, anche nelle rilevazioni INVALSI, le scuole delle regioni con i tassi più
alti di immigrazione sono tra quelle che ottengono i risultati di apprendimento
migliori.
Peraltro, quando il Ministro parla di “stranieri” è chiaro a chi si riferisca: è
ricorrente, da parte della maggioranza parlamentare, agitare lo spauracchio
dell’islamizzazione, che troverebbe nella scuola – e in particolare nei progetti
interculturali di molti istituti – una via privilegiata di affermazione.
GUARDARE ALLE ESPERIENZE DELLE SCUOLE AD ALTA FREQUENZA DI ALUNNI CON BACKGROUND
MIGRATORIO
Una consolidata e autorevole tradizione di ricerca neurolinguistica,
sociolinguistica ed etnolinguistica sostiene esattamente il contrario: dimostra
l’importanza della valorizzazione delle lingue madri e guarda al plurilinguismo
come a una condizione ricca di potenzialità cognitive e sociali.
Sono cose che sanno bene le scuole che affrontano ogni giorno queste questioni,
a partire da quelle ad alta frequenza di alunni con background migratorio, che
ne hanno fatto esperienze di eccellenza fondate sulla ricerca pedagogica e
didattica, sulla cooperazione, sul fare comunità.
LEGGERE CON ONESTÀ INTELLETTUALE I NUMERI DELLA SCUOLA
Occorre contrastare la tendenza ad affrontare questi temi con approccio
ideologico, attraverso generalizzazioni e banalizzazioni, con un linguaggio che
ammicca al discorso d’odio e talvolta vi sconfina, e con un uso spregiudicato e
profondamente scorretto dei numeri e delle categorizzazioni. Come quando si
torna a proporre l’applicazione del tetto del 30% di alunni “stranieri” per
classe.
Bastano alcuni numeri chiave:
* gli studenti sono complessivamente circa 8 milioni, 930.000 hanno
cittadinanza non italiana, pari all’11,6%;
* di questi, circa i due terzi (66%) sono nati in Italia, e solo il 3,9% è di
recente inserimento;
* le cittadinanze – in tutto quasi 200 provenienze – più rappresentate sono
Romania, Albania e Marocco (ciascuna oltre le 100.000 unità), seguite da
Cina, Ucraina, Egitto, India;
* le scuole con una presenza di alunni con cittadinanza non italiana pari o
superiore al 40% sono circa 2.000 su oltre 53.000, meno del 4% del totale; in
grande maggioranza si tratta di scuole dell’infanzia (più di mille) e
primarie (circa 500).
Chiamare “stranieri” bambine e bambini nati e cresciuti qui, e costruire su
quella etichetta una politica di soglie e di tetti, non è un errore statistico:
è una scelta politica che produce discriminazione.
UN IMPEGNO CONDIVISO
I soggetti che aderiscono al presente Manifesto si impegnano a:
– opporsi con fermezza, e con la forza degli argomenti e dei dati, a ogni scelta
che riduca l’integrazione ad assimilazione, che stigmatizzi gli alunni di
origine migratoria e le loro famiglie, che introduca soglie e tetti in luogo di
risorse e di progetti;
– garantire un attento monitoraggio dei dati di realtà e una sistematica opera
di fact checking, mettendola a disposizione delle scuole, dell’informazione e
dell’opinione pubblica;
– sostenere l’autonomia di progettazione, ricerca e sperimentazione delle
istituzioni scolastiche e difendere la libertà di insegnamento;
– ascoltare le scuole, riconoscerne le esperienze, valorizzare le strategie e le
pratiche messe in atto per garantire il diritto all’istruzione, per gestire
eventuali problemi e conflitti di carattere interculturale, per promuovere una
conoscenza capace di offrire orientamenti e chiavi di lettura efficaci della
complessità del mondo in cui viviamo;
– arricchire e attualizzare la concezione stessa dell’intercultura, in ottica di
classe, di genere e intersezionale; aggiornare i percorsi di educazione alla
pace e al dialogo; riflettere sulle dinamiche di costruzione dell’identità
personale e collettiva nella prospettiva di un’identità planetaria;
– costruire reti tra soggetti diversi interessati allo sviluppo di comunità
aperte, in connessione coerente e sistematica con le lotte per i diritti umani,
civili e sociali, per il pieno ripristino del diritto internazionale, per la
pace, contro i sovranismi e i nuovi autoritarismi;
– promuovere la diffusione di questo Manifesto e dei suoi obiettivi nei
territori, nelle scuole e nelle comunità.
* ACLI, Actionaid Italia, ARCI, Associazione “Casa Memoria Felicia e Peppino
Impastato”, Camera Forense per la Costituzione, Centro di Iniziativa Democratica
degli Insegnanti, Centro Ricerche Interculturali e documentazione didattica
Italia-Cina, Coordinamento Genitori Democratici, Coordinamento Universitario
LINK, COSPE / Together for Change, Emergency, FLC CGIL, Italiani Senza
Cittadinanza, Legambiente – Scuola e Formazione, Libera Associazioni, nomi e
numeri contro le mafie, Movimento di Cooperazione Educativa, Proteo Fare-Sapere,
Rete Studenti Medi, Tavolo Nazionale per la Scuola Democratica, Unione degli
Studenti e Unione degli Universitari
Il testo in file pdf del Manifesto contro la disumanizzazione è disponibile
online al
link: https://www.mce-fimem.it/wp-content/uploads/2026/09/Manifesto-contro-la-Disumanizzazione-con-firme_260928_140310.pdf
I primi firmatari sono: Massimo Baldacci, docente – Università di Urbino; Luca
Casarini, fondatore di Mediterranea Saving Humans; Daniela Dolci, presidente
della Società Borgo Danilo Dolci; Emanuele Ferro, parroco di Taranto Vecchia;
Italo Fiorin, presidente della Scuola Alta Formazione EIS (Educare all’Incontro
e alla Solidarietà); Gianna Fracassi, segretaria generale FLC CGIL; Chiara
Ingrao, scrittrice; Marco Mansi – Cooperativa sociale Eteria; Tomaso Montanari,
rettore – Università per Stranieri di Siena; Maria Omodeo, linguista –
Università degli Studi di Siena; Vinicio Ongini, saggista esperto di
intercultura; Christian Raimo, scrittore e docente; Luca Scacchi, sociologo –
Università della Valle d’Aosta.
https://www.change.org/p/contro-la-disumanizzazione
Redazione Italia