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Trieste e la Rotta balcanica: politiche di frontiera, esclusione e pratiche di solidarietà
Sostieni Melting Pot AIUTACI A MANTENERE LIBERO E ACCESSIBILE IL NOSTRO LAVORO Con 12 € sostieni un’informazione indipendente, decoloniale e critica Sostieni ora → Dalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot 1. PH: Stefano Gili, Officina 31021 LA FRONTIERA ORIENTALE E LE CONTRADDIZIONI DEL SISTEMA EUROPEO La frontiera orientale italiana rappresenta uno dei luoghi in cui emergono con particolare chiarezza le contraddizioni del sistema europeo di asilo. Trieste, al confine con la Slovenia e all’interno dello spazio Schengen, è un punto di passaggio della cosiddetta Rotta balcanica, percorsa da persone provenienti, tra gli altri Paesi, soprattutto da Afghanistan, Siria, Iraq, Pakistan e Bangladesh. Le ragioni della partenza sono diverse e comprendono guerre, persecuzioni, instabilità politica, crisi economiche e assenza di prospettive di vita sicure. Parlare genericamente di «pressione migratoria» rischia di cancellare le storie individuali e i contesti che spingono le persone a partire, trasformando esperienze complesse in un problema da contenere 2.  A Trieste, la frontiera rivela così il suo volto più profondo. Non è soltanto una linea geografica, ma un dispositivo che regola la mobilità, seleziona l’accesso ai diritti e può condannare all’attesa, alla precarietà e all’invisibilità. Il confine diventa anche un metodo per stabilire chi può muoversi, a quali condizioni e con quali possibilità di essere riconosciuto e tutelato 3. Il controllo, infatti, non si ferma ai posti di frontiera, ma prosegue negli uffici, nelle procedure d’asilo, nell’accesso all’accoglienza e nella ricerca, spesso disperata, di un riparo e di assistenza. In questo scenario si colloca il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in applicazione il 12 giugno 2026, che ridefinisce le procedure di screening, asilo e rimpatrio e i meccanismi di solidarietà tra gli Stati membri 4. La sua attuazione, però, deve garantire il rispetto dei diritti fondamentali, della dignità umana, dell’accesso effettivo all’asilo, della protezione delle persone vulnerabili, del principio di non-refoulement e del diritto a un ricorso effettivo. Ma, oggi, tali garanzie sembrano passare in secondo piano nelle politiche migratorie, anziché rappresentare obblighi imprescindibili per un’Unione europea fondata sui diritti umani e sullo Stato di diritto. Per questo il monitoraggio indipendente alle frontiere è indispensabile, soprattutto dove le barriere linguistiche e la mancanza di assistenza legale rischiano di lasciare gli abusi senza voce e le persone senza strumenti per difendersi. Anche durante i controlli temporanei al confine italo-sloveno, previsti fino al 18 dicembre 2026, gli obblighi di tutela dei diritti fondamentali restano invariati 5. La sfida di Trieste è dunque impedire che la frontiera diventi una soglia oltre la quale i diritti si assottigliano. Garantire procedure accessibili, accoglienza e protezione significa riconoscere che dietro ogni attraversamento c’è una persona, non un’emergenza o numero da respingere. SECURITIZZAZIONE, ESTERNALIZZAZIONE E DETERRENZA Gianfranco Schiavone, presidente dell’ICS e collaboratore di Altreconomia e ASGI, interpreta quanto accade lungo il confine orientale come parte di una trasformazione più ampia delle politiche europee: dalla gestione della mobilità alla costruzione di ostacoli che mirano a impedire o scoraggiare gli attraversamenti, anche attraverso la cooperazione con Paesi terzi e condizioni di permanenza particolarmente difficili per chi arriva 6. Questa lettura si collega al concetto di securitizzazione, che descrive il processo attraverso cui la migrazione viene rappresentata soprattutto come una minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico, legittimando controlli più rigidi e politiche di deterrenza 7. Le persone migranti diventano così il bersaglio su cui concentrare paure e responsabilità, mentre passano in secondo piano le cause strutturali dei problemi. Il dibattito degli ultimi anni si è spesso concentrato sulla mera denuncia dell’emergenza e sulla richiesta di misure restrittive, senza sviluppare soluzioni durature. Il successo delle politiche migratorie viene misurato soprattutto in base alla capacità di bloccare gli arrivi, mentre l’accesso all’asilo, l’accoglienza, la salute e l’inclusione sociale diventano questioni secondarie. A questo modello si è affiancato il processo di esternalizzazione delle frontiere, attraverso cui l’Unione europea ha progressivamente trasferito parte delle attività di controllo dei flussi migratori ai Paesi terzi, mediante accordi, finanziamenti e forme di cooperazione operativa 8. Questo meccanismo può essere letto come una sorta di subappalto delle responsabilità: affidando ad altri Stati la gestione e il contenimento dei movimenti migratori, l’Unione europea rischia di delegare anche la tutela dei diritti delle persone coinvolte, allontanando i controlli dai propri confini senza per questo venir meno agli obblighi internazionali in materia di diritti umani e protezione dei rifugiati. La strategia diventa problematica quando privilegia la deterrenza a scapito dell’accesso all’asilo e delle garanzie dei diritti umani 9. Tali pratiche devono rispettare il principio di non-refoulement, sancito dalla Convenzione di Ginevra, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Il principio vieta, nei termini previsti dal diritto applicabile, di trasferire una persona verso luoghi in cui rischia persecuzioni o trattamenti inumani o degradanti. Come chiarito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Hirsi Jamaa e altri c. Italia del 2012 10, gli accordi con Paesi terzi non esonerano gli Stati dalle proprie responsabilità 11. Esternalizzare i controlli non significa trasferire o cancellare gli obblighi di tutela. Un paradosso riguarda la lotta ai trafficanti di persone. Infatti la chiusura dei canali regolari e i respingimenti non eliminano la necessità di fuggire, ma spingono le persone a tentare nuovamente il passaggio, affidandosi a intermediari informali. Finché persistono guerre, persecuzioni e crisi globali, che continuiamo a finanziare oltretutto, le persone continueranno a migrare 12. Chiudere le vie legali alimenta così il Game lungo la Rotta balcanica, rendendo i viaggi più costosi e pericolosi e aumentando la dipendenza dai trafficanti 13. Le riammissioni informali dall’Italia alla Slovenia, avviate nel maggio 2020, rappresentano una contraddizione emblematica. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, i trasferimenti sarebbero spesso avvenuti senza un’adeguata valutazione individuale, sufficienti garanzie procedurali o un’effettiva possibilità di chiedere asilo 14. Como osserva Schiavone, l’accordo bilaterale italo-sloveno del 1996 non poteva giustificare trasferimenti privi delle necessarie garanzie. Gli Stati restano vincolati dal diritto d’asilo, dal principio di non-refoulement e dal diritto a una tutela giurisdizionale effettiva. In alcuni casi, i trasferimenti sarebbero avvenuti senza provvedimenti individuali, interpreti o un’effettiva verifica della volontà di chiedere protezione, esponendo le persone al rischio di chain refoulement, cioè respingimenti a catena verso la Croazia e poi la Bosnia-Erzegovina o la Serbia. Negli ultimi decennio poi soprattutto, come noto e documentato, lungo la rotta sono state inoltre denunciate percosse, maltrattamenti, distruzione di telefoni e documenti e sottrazione di effetti personali 15. MARGINALITÀ URBANA E INCLUSIONE DIFFERENZIALE La fine delle riammissioni informali non è stata accompagnata da una risposta strutturale sul fronte dell’accoglienza. La carenza di alloggi e i ritardi amministrativi hanno continuato a spingere le persone verso condizioni di abbandono e insediamenti degradati come l’ex Silos di Trieste 16. Le carenze del sistema alimentano così vulnerabilità e ghettizzazione, mentre le misure restrittive, spesso giustificate in nome della «sicurezza urbana», rischiano di compromettere proprio la sicurezza e la coesione sociale che dichiarano di proteggere 17. Lo sgombero del Silos, avvenuto il 21 giugno 2024, non ha, infatti, cancellato i bisogni abitativi e sanitari di chi vi trovava riparo, così come l’allontanamento dagli edifici dismessi e dagli spazi informali del Porto Vecchio non elimina le cause dell’esclusione. Ma si può davvero costruire sicurezza negando diritti e lasciando irrisolte le cause della marginalità? PH: Stefano Gili, Officina 31021 Le politiche che escludono in nome della sicurezza non rischiano forse di produrre proprio ciò che dichiarano di voler combattere, alimentando un circolo vizioso di insicurezza, abbandono e invisibilità? Bloccare la migrazione, fenomeno che attraversa da sempre la storia umana ed europea, non significa fermarla, ma costringere le persone a percorsi più pericolosi e informali. La stessa Europa è il risultato dell’incontro tra popoli, culture e storie diverse. Eppure, quando mancano vie legali, accoglienza e reali possibilità d’integrazione, le persone non scompariranno, diventano ombre ai margini delle città, private di diritti e prospettive. Individuare, poi, un gruppo vulnerabile a cui attribuire le colpe dei problemi collettivi è una strategia che ricorre da tempo nella storia. Costruire un capro espiatorio è spesso più semplice che affrontare le responsabilità istituzionali, le disuguaglianze e le carenze strutturali. La persona migrante diventa così il bersaglio visibile su cui proiettare paure e insicurezze, distogliendo l’attenzione sulle vere carenze. E, spesso, storicamente questa tecnica del “diverso” responsabile si è messa in pratica. Il controllo delle frontiere e i respingimenti si trasformano in risposte simboliche, capaci di alimentare una narrazione di fermezza e raccogliere consenso nell’elettorato. Se non è accompagnata da politiche strutturali di accoglienza, inclusione e convivenza, la sicurezza rischia solo di ridursi a propaganda uno slogan che individua un colpevole, promette una soluzione immediata e rinvia ogni cambiamento reale. La frontiera entra così nella città. Si manifesta nella possibilità diseguale di accedere all’alloggio, ai servizi, alla registrazione amministrativa e allo spazio pubblico. Mezzadra e Neilson descrivono processi analoghi attraverso il concetto di inclusione differenziale: non una semplice esclusione, ma una condizione in cui l’accesso alla società rimane precario, incompleto e subordinato 18. PROPAGANDA E COSTRUZIONE DEL NEMICO In questo quadro, l’esternalizzazione delle frontiere si inserisce in un contesto politico e sociale in cui alimentare la paura e individuare un nemico comune diventa funzionale alla costruzione del consenso. In un mondo attraversato da crisi economiche, sociali, culturali, educative e sanitarie, è più facile attribuire le responsabilità a chi viene percepito come diverso che affrontare le cause strutturali di queste difficoltà. La propaganda contemporanea può così trasformare la persona migrante in un capro espiatorio a cui imputare ogni problema: dall’insicurezza alla precarietà economica, dalle difficoltà dei servizi pubblici alla sanità e all’istruzione. Il migrante viene caricato di contraddizioni e accusato contemporaneamente di sottrarre lavoro e di non lavorare, di gravare sul welfare e di non contribuire, di essere invisibile e di occupare troppo spazio 19. Come evidenzia Piero Gorza di OnBorders, dalla crisi del 2015 stiamo assistendo a una vera e propria «guerra al migrante», in cui la persona diventa un’ombra: presente nello spazio pubblico, ma privata della propria storia e ridotta a un numero, un flusso o un’emergenza 20. Questo meccanismo sposta l’attenzione dalle responsabilità e dalle scelte istituzionali ed economiche verso gruppi vulnerabili e facilmente identificabili, mentre le misure di controllo vengono presentate come prova di fermezza. Affrontare effettivamente le crisi richiederebbe, al contrario, investimenti strutturali e politiche di lungo periodo: rafforzare la sanità e l’istruzione, garantire l’accesso alla casa e al lavoro, contrastare la marginalità e l’esclusione, sostenere i territori e costruire comunità in cui l’incontro tra persone con storie e culture diverse possa diventare una risorsa sociale e culturale. Richiederebbe una gestione condivisa a livello europeo, capace di superare la logica dell’emergenza e di distribuire responsabilità e risorse. Ma sembra oggi più importante e lungimirante investire in un carro armato, quanto piuttosto che in educazione e sanità.  LE RETI DI SOLIDARIETÀ E L’ESPERIENZA TRIESTINA Nel contesto triestino, l’attività dell’ICS, di Linea d’Ombra, del Centro Diurno e di altre reti solidali dimostra l’importanza di risposte basate sui bisogni concreti. La distribuzione di cibo e coperte, la medicazione delle ferite e la «cura dei piedi» in Piazza della Libertà non sono soltanto forme di assistenza immediata, ma anche gesti che restituiscono visibilità e dignità a persone spesso ridotte a un fenomeno astratto. Queste reti rappresentano infrastrutture informali di cura, fondamentali quando i servizi pubblici risultano insufficienti, pur senza poter sostituire le responsabilità istituzionali. La loro importanza è emersa anche dopo le restrizioni alle attività di Linea d’Ombra il 16 ottobre 2026, che hanno introdotto limitazioni di orario e nei fine settimana per ragioni di ordine pubblico e fruibilità della piazza 21. Notizie «HANNO FATTO IL DESERTO E LO CHIAMANO DECORO»: A TRIESTE LA QUESTURA SFRATTA LA SOLIDARIETÀ La lettera a questora e prefetto contro i divieti in piazza della Libertà Redazione 20 Ottobre 2026 Una volontaria di Linea d’Ombra ci ha raccontato il significato della sua presenza in Piazza della Libertà: «Per me, distribuire i pasti significa prendere consapevolezza del privilegio in cui vivo. Il mondo non si esaurisce nella mia singola esistenza, ma è fatto di persone che desiderano muoversi, spostarsi e cercare una vita migliore, nonostante violenze e pericoli. Questa piazza è importante perché l’incontro con queste persone significa riconoscerle nella loro umanità, restituendo loro un’identità e una dignità che troppo spesso vengono negate, quando sono ridotte a numeri, a vite invisibili, a ombre calpestate». Dal 2020, come Officina 31021, sosteniamo le reti di solidarietà attive a Trieste, tra cui Linea d’Ombra, ICS, Lungo la Rotta Balcanica, Fornelli Resistenti e Mediterranea Saving Humans, contribuendo a garantire alle persone cibo, vestiti, cure e, soprattutto, ascolto e vicinanza. Vedere oggi Piazza Libertà così vuota ci lascia sgomenti. Quello spazio sembra tornare a essere il simbolo dell’abbandono e dell’esclusione, proprio là dove, nel tempo, sono nati legami, si sono intrecciate storie, lotte e pratiche di cura. Come ci ha raccontato Gianandrea Franchi, di Linea d’Ombra: «Trieste, un tempo porto e incrocio di culture, ricca proprio grazie allo scambio, alla contaminazione e al flusso continuo di idee e persone, oggi appare vuota, chiusa e diffidente: non sappiamo più riconoscere la bellezza dell’incontro». Trieste rende visibili le contraddizioni del regime europeo di frontiera: riammissioni informali, precarietà abitativa e difficoltà di accesso ai servizi limitano concretamente l’esercizio dei diritti, mentre le reti di solidarietà cercano di colmare le lacune dell’accoglienza. Il rischio è che la deterrenza prevalga sulla tutela delle persone e sulle responsabilità istituzionali. In questo contesto, il migrante diventa spesso il capro espiatorio di crisi economiche e sociali che richiederebbero risposte strutturali. La sfida non è scegliere tra controllo e accoglienza, ma coniugare legalità, protezione e inclusione attraverso alloggi dignitosi, accesso alla salute, istruzione e collaborazione tra istituzioni e società civile. Le esperienze di solidarietà presenti a Trieste dimostrano che la marginalità non è inevitabile. Governare la mobilità significa garantire i diritti e costruire comunità in cui nessuno venga ridotto a un’ombra o trasformato in un bersaglio delle paure collettive. PH: Stefano Gili, Officina 31021 1. Leggi la presentazione del reportage: Il confine come dispositivo. Un reportage sulle forme e le trasformazioni della frontiera europea ↩︎ 2. Convenzione relativa allo status dei rifugiati, Ginevra, 28 luglio 1951, e Protocollo relativo allo status dei rifugiati, New York, 31 gennaio 1967; UNHCR, documentazione sul diritto d’asilo e sulla protezione internazionale; ICS, Consorzio Italiano di Solidarietà, documentazione sulle attività di accoglienza e tutela a Trieste, disponibile sul sito ufficiale ↩︎ 3. Border as Method, or, the Multiplication of Labor, Duke University (agosto 2013) ↩︎ 4. «New migration and asylum rules enter into application: what is changing?», Commissione europea (12 giugno 2026) ↩︎ 5. FRA (2024), documentazione sui diritti fondamentali alle frontiere; comunicazioni ufficiali relative alla reintroduzione temporanea dei controlli alla frontiera italo-slovena (19 giugno – 18 dicembre 2026) ↩︎ 6. Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026. ↩︎ 7. Security and Immigration: Toward a Critique of the Governmentality of Unease, Didier Bigo (febbraio 2022); Huysmans, J. (2006), The Politics of Insecurity: Fear, Migration and Asylum in the EU, London, Routledge ↩︎ 8. Moreno-Lax, V. (2017). Accessing Asylum in Europe: Extraterritorial Border Controls and Refugee Rights under EU Law. Oxford: Oxford University Press; Lavenex, S. (2006), «Shifting Up and Out: The Foreign Policy of European Immigration Control», West European Politics, 29(2), pp. 329–350; Sassen, S. (2014); Gammeltoft-Hansen, T. (2011), Access to Asylum, Cambridge University Press; Buzan, B., Wæver, O. e de Wilde, J. (1998), Security, Lynne Rienner; SIPRI (2024) ↩︎ 9. Lavenex, S. (2006), «Shifting Up and Out: The Foreign Policy of European Immigration Control», West European Politics, 29(2), pp. 329–350; Moreno-Lax, V. (2017), Accessing Asylum in Europe: Extraterritorial Border Controls and Refugee Rights under EU Law, Oxford, Oxford University Press ↩︎ 10. Corte europea dei diritti umani, sentenza del 23 febbraio 2012, caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia, ASGI (2012) ↩︎ 11. Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Camera, Hirsi Jamaa e altri c. Italia, ricorso n. 27765/09, sentenza del 23 febbraio 2012; CEDU, artt. 3, 13 e Prot. 4, art. 4; Carta dei diritti fondamentali dell’UE, artt. 18-19; Convenzione di Ginevra del 1951, art. 33. ↩︎ 12. Castles, S., de Haas, H. e Miller, M. J. (2014), The Age of Migration, 5ª ed., Palgrave Macmillan; Sassen, S. (2014), Expulsions, Harvard University Press; Wihtol de Wenden, C. (2018), Atlas des migrations, Autrement ↩︎ 13. Triandafyllidou, A. e Maroukis, T. (2012), Migrant Smuggling, Palgrave Macmillan; UNHCR (2020), documentazione sulla Rotta balcanica; OIM (2021); OHCHR (2019); UNODC, documentazione sul traffico di migranti. ↩︎ 14. ASGI (2020), documentazione sulle riammissioni informali al confine italo-sloveno; Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026 ↩︎ 15. ASGI (2020); Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA, 2024); Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026. ↩︎ 16. Schiavone, G. (2021); ICS, documentazione sulla prima accoglienza a Trieste; Medici Senza Frontiere (MSF, 2023). ↩︎ 17. OIM (2021); Campesi, G. (2018); Zagrebelsky, G. (2017) ↩︎ 18. Mezzadra, S. e Neilson, B. (2013), Border as Method, or, the Multiplication of Labor, Durham, Duke University Press ↩︎ 19. Stephan, W. G. e Stephan, C. W. (2000), «An Integrated Threat Theory of Prejudice», in Oskamp, S. (a cura di), Reducing Prejudice and Discrimination, Lawrence Erlbaum Associates; Allport, G. W. (1954), The Nature of Prejudice; Wodak, R. (2015), The Politics of Fear, SAGE. ↩︎ 20. Gorza, P., intervista realizzata nel marzo 2026 ↩︎ 21. Ikonomou, M. (2026), articolo sulle restrizioni a Linea d’Ombra, Domani, 16 ottobre 2026; RaiNews TGR FVG, «Stop alla distribuzione di cibo ai migranti di piazza Libertà nel fine settimana», 17 ottobre 2026; Linea d’Ombra, sito ufficiale. ↩︎
Il confine come dispositivo
Dalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot. > «Il confine può essere una linea, ma anche una stazione, una strada, un valico > alpino, un tratto di mare o un accordo diplomatico». Che cos’è oggi una frontiera europea? Non è più soltanto una linea tracciata su una carta, né coincide necessariamente con il punto in cui termina il territorio dell’Unione. Negli ultimi anni, il confine europeo si è progressivamente trasformato in un dispositivo mobile e diffuso: può trovarsi lungo una rotta di montagna, in una stazione ferroviaria, nelle strade di una città di frontiera, nel Mediterraneo, in un centro di identificazione o molto lontano dal territorio europeo, attraverso accordi e cooperazioni con i Paesi di origine e di transito. È dentro questa trasformazione che si colloca il percorso di articoli che seguirà. Un viaggio attraverso luoghi, frontiere e storie diverse per osservare come sia cambiata la governance europea della migrazione e come questa trasformazione si rifletta concretamente sulle persone in movimento. Negli ultimi decenni, la politica migratoria europea ha conosciuto uno spostamento progressivo: dalla gestione dell’asilo e dell’accoglienza verso una crescente centralità del controllo delle frontiere, della prevenzione degli arrivi, dei rimpatri e della cooperazione con Paesi terzi. La crisi del 2015 ha accelerato processi già in corso, rafforzando una logica nella quale sicurezza, contenimento e deterrenza sono diventati elementi sempre più centrali della governance migratoria europea. Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo rappresenta un ulteriore momento di consolidamento di questa trasformazione, collegando più strettamente procedure di frontiera, screening, ritorni, gestione delle crisi e cooperazione con Paesi terzi. Ma cosa significa questa trasformazione quando la si osserva dai luoghi nei quali il confine viene concretamente vissuto? Significa seguire le persone lungo rotte che attraversano più frontiere e più sistemi di controllo. Significa guardare alle frontiere terrestri e marittime, ai confini esterni dell’Unione ma anche a quelli che vengono riprodotti al suo interno. Significa osservare come il confine possa essere una linea, ma anche una stazione, una strada, un valico alpino, un tratto di mare, un campo informale, un centro di detenzione o un accordo diplomatico. Per questo, il percorso attraverserà alcuni dei luoghi nei quali questa trasformazione appare con particolare evidenza: dalla Bosnia e dalla rotta balcanica fino a Trieste, dove il confine continua a produrre effetti anche dopo l’ingresso nel territorio europeo; dalle frontiere alpine di Oulx fino a Calais, dove la frontiera franco-britannica mostra come il controllo possa essere esercitato anche attraverso una frontiera materialmente spostata e internalizzata; dalla Grecia e dalle sue frontiere terrestri e marittime fino al Mediterraneo centrale, dove il confine si configura sempre più come uno spazio di sorveglianza, intercettazione e cattura, in cui le operazioni di ricerca e soccorso vengono progressivamente subordinate alle logiche di controllo e contenimento della mobilità. Questi luoghi non saranno raccontati come episodi isolati. Il tentativo sarà quello di seguire il continuum che li attraversa: > la progressiva trasformazione del confine da linea territoriale a sistema di > governo della mobilità. Cambiano gli spazi, gli attori e gli strumenti, ma ricorrono alcune dinamiche: la securitizzazione della mobilità, la differenziazione nell’accesso alla protezione, lo spostamento del controllo attraverso territori e frontiere diverse e una crescente frammentazione della responsabilità. Ma c’è un altro elemento che emerge con forza osservando questi confini: la frontiera non è mai soltanto il luogo della chiusura. In ciascuno dei luoghi attraversati, come Officina 31021, abbiamo incontrato realtà straordinarie di resistenza. Organizzazioni, associazioni, collettivi, volontari, professionisti e singole persone che, dentro spazi segnati dal controllo e dall’esclusione, costruiscono quotidianamente pratiche alternative di cura e atto politico. A Trieste, a Oulx, a Calais, lungo la rotta balcanica e nei luoghi di frontiera del Mediterraneo, abbiamo incontrato persone che rispondono alla violenza della chiusura con forme concrete di presenza, offrendo cibo e riparo, assistenza medica, orientamento legale, soccorso, documentazione, ascolto e, prima ancora, riconoscimento della dignità di chi attraversa il confine. È in questa tensione che vogliamo leggere le frontiere europee: tra la violenza delle politiche di chiusura e la resistenza quotidiana dei movimenti dal basso. Da una parte, dispositivi sempre più sofisticati di controllo, contenimento e deterrenza; dall’altra, reti di solidarietà che cercano di riaprire spazi di protezione proprio laddove le politiche pubbliche li restringono. Il percorso si spingerà però anche oltre la frontiera geografica europea. Perché se il confine può essere spostato, può anche essere anticipato. La seconda parte del progetto guarderà quindi alla crescente esternalizzazione della politica migratoria europea e al ruolo dei Paesi di origine e di transito. In questo contesto assumono particolare rilevanza le categorie di “Paese sicuro”, utilizzate per stabilire dove una persona possa essere rimpatriata o verso quale sistema di protezione possa essere indirizzata. > Ma cosa significa realmente definire un Paese come “sicuro”? E soprattutto: > sicuro per chi? La Tunisia rappresenta, in questo senso, un caso emblematico. Negli ultimi anni il Paese è diventato un partner centrale della strategia europea di contenimento della migrazione, attraverso forme di cooperazione finanziaria, diplomatica e operativa. Il rapporto tra Unione europea e Tunisia mostra come il confine europeo possa essere governato anche attraverso accordi conclusi ben oltre il territorio dell’Unione. Ma mostra anche le contraddizioni che emergono quando una categoria politica e giuridica come quella della “sicurezza” viene confrontata con le condizioni concrete vissute dalle persone. La Tunisia sarà quindi osservata anche attraverso il tentativo di decostruire la categoria di “Paese d’origine sicuro”: non come un’etichetta astratta, ma confrontandola con le condizioni effettive di protezione, discriminazione, violenza, accesso all’asilo e rischio di respingimento. Il caso tunisino permette così di interrogarsi su cosa accade quando la cooperazione migratoria viene costruita attorno all’obiettivo di impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo e quando una parte del controllo viene delegata ad attori esterni. È proprio qui che le diverse tappe del percorso si ricongiungono. Dalla Bosnia alla Grecia, dalla rotta balcanica a Trieste, dai valichi alpini di Oulx a Calais, dalle frontiere marittime del Mediterraneo fino alla Tunisia, il confine appare sempre meno come un luogo unico e sempre più come una rete di dispositivi di controllo. Un sistema nel quale il confine può essere fisico o amministrativo, terrestre o marittimo, europeo o esternalizzato; nel quale il controllo può essere esercitato da attori diversi; e nel quale la responsabilità può diventare altrettanto frammentata. Ma dentro questa stessa geografia esistono anche altre mappe: quelle costruite dalla solidarietà, dalla cura e dalle pratiche politiche di resistenza. Sono mappe composte da persone e organizzazioni che attraversano i confini o agiscono all’interno dei sistemi di controllo che li regolano, intervenendo direttamente nella vita delle persone in movimento. Realtà che documentano e contestano questi meccanismi e si impegnano a mitigare le conseguenze violente della chiusura dei confini.  Gli articoli che seguiranno proveranno quindi a raccontare entrambe queste dimensioni: la trasformazione del confine europeo e le persone che quella trasformazione la subiscono, la osservano e vi resistono. Comprendere la nuova frontiera europea significa anche comprendere come l’Europa abbia trasformato il modo in cui decide chi può entrare, chi può chiedere protezione, chi deve essere fermato, chi viene lasciato fuori e chi viene rispedito a casa senza nemmeno aver mai messo piede in Europa. Ma significa anche guardare a chi, proprio su quelle frontiere, continua a contrastare le politiche di chiusura attraverso pratiche concrete di solidarietà, difesa dei diritti e rispetto del diritto internazionale. Raccontare le frontiere europee significa interrogare le politiche che regolano la mobilità, denunciare le violazioni dei diritti e ricostruire le responsabilità di chi le rende possibili. Significa anche dare visibilità alle realtà che, nei luoghi di confine, contrastano le politiche di esclusione attraverso pratiche concrete di solidarietà e resistenza. > È nella tensione tra controllo e libertà di movimento, tra chiusura e > solidarietà, che si gioca oggi il significato della frontiera europea. Con questo reportage, Officina 31021 1 e Caterina Rigo attraversano luoghi e contesti diversi per ricostruire le forme assunte dal confine e osservare come agisce, dove si sposta e quali conseguenze produce sulle persone in movimento. 1. Officina 31021 è una realtà attiva sul territorio che promuove cultura, socialità e partecipazione attraverso festival, eventi e iniziative aperte alla comunità. È attenta alle persone più vulnerabili, tra cui persone senza fissa dimora e richiedenti asilo, e sostiene percorsi di inclusione e solidarietà. È presente, insieme alle diverse realtà delle zone di confine, a supporto delle persone in movimento, contribuendo a creare reti di solidarietà e assistenza. ↩︎