La questione abitativa tra crisi dei prezzi e “case dormienti”
Circa 1,5 milioni di famiglie vivono in condizioni di grave disagio abitativo e
il 78,9% degli italiani ritiene che in passato fosse più facile acquistare
un’abitazione. Le famiglie con un reddito inferiore al 60% della mediana
destinano ai costi abitativi il 28,6% del proprio reddito, circa due volte e
mezzo la quota osservata per il resto della popolazione. La pressione è più
elevata nei grandi centri urbani rispetto ai piccoli Comuni e alle aree rurali.
Si concentra inoltre su segmenti precisi della domanda: giovani in transizione
verso l’autonomia, studenti e lavoratori fuori sede, anziani soli, famiglie e
immigrati a reddito medio-basso nelle aree urbane più dinamiche. A questo si
aggiunge una parte del disagio che gli indicatori tradizionali non riescono a
cogliere: spesso la difficoltà non si traduce in un maggiore peso dei costi
abitativi sui bilanci familiari, ma nel rinvio stesso dell’uscita dalla famiglia
di origine.
E’ da questi disagi che prende le mossa una ricerca di Assonime
(https://www.assonime.it/Pagine/Home.aspx) e di Confindustria Assoimmobiliare
(https://www.assoimmobiliare.it/), realizzata dal Centro Einaudi
(https://www.centroeinaudi.it/). Lo Studio considera innanzitutto come la
sostenibilità del costo dell’abitare dipenda anche dalla capacità reddituale
delle famiglie e come su questo versante l’Italia mostri una traiettoria
particolarmente debole nel confronto europeo: tra il 2015 e il 2024, il reddito
mediano reale in Italia è aumentato del 7,4%, contro una media UE del 24,0%.
Guardando al reddito familiare pro capite su un orizzonte temporale più ampio,
tra il 2004 e il 2024 questo si è ridotto del 4% in Italia, mentre nell’Unione
Europea è aumentato in media del 22%. Nell’intera UE, solo la Grecia ha
registrato una performance peggiore.
Il Rapporto mette poi in evidenza come la pressione abitativa sia più elevata
nei contesti urbani. La quota di popolazione in housing cost overburden
(onerosità eccessiva dei costi per l’abitazione) è pari al 6,7% nelle città, al
4,4% nei piccoli centri e nelle periferie, e al 3,7% nelle aree rurali. Il
gradiente territoriale è quindi netto: il costo eccessivo dell’abitare si
concentra maggiormente nelle aree più urbanizzate, dove la pressione della
domanda e livelli elevati di prezzi e canoni incidono più direttamente sui
bilanci familiari. Oltre che tra aree territoriali, l’incidenza dei costi
abitativi sui bilanci familiari varia in maniera marcata anche tra diverse fasce
di reddito: per le famiglie a basso reddito il peso dell’abitare è circa due
volte e mezzo quello osservato per il resto della popolazione.
Il secondo capitolo del Rapporto si sposta sul lato dell’offerta e affronta un
apparente “paradosso italiano”: un Paese con più abitazioni che famiglie, ma
incapace di garantire condizioni abitative adeguate nei territori e nei segmenti
in cui la domanda si concentra. Si stimano, infatti, circa 8,5 milioni le “case
dormienti”, pari a un quarto delle abitazioni intestate a persone fisiche. “Le
abitazioni occupate, si legge nel Rapporto, rappresentano il 73,2% del totale
nazionale, ma la quota è più alta nel Centro, con il 78,1%, nel Nord-est, con il
77,1%, e nel Nord-ovest, con il 74,5%. È invece più bassa nel Sud, con il 68,2%,
e nelle Isole, con il 65,3%. A livello regionale, l’utilizzo più intenso del
patrimonio si osserva nel Lazio (81,0%), in Lombardia (79,4%), in Emilia-Romagna
(78,7%) e in Veneto (78,2%), mentre le quote più elevate di abitazioni non
occupate riguardano Valle d’Aosta (56,1%), Molise (44,2%) e Calabria (42,2%). La
stessa evidenza emerge osservando il grado di urbanizzazione e la zona
altimetrica. La percentuale di abitazioni occupate raggiunge l’84,5% nelle città
e quasi l’82% nei Comuni di pianura, mentre scende al 55,0% nelle aree rurali e
al 53,1% nelle aree di montagna interna. Questo gradiente è rilevante perché
mostra come il patrimonio sia già molto utilizzato nei contesti in cui si
concentrano le principali dinamiche urbane, incluse quelle legate a lavoro,
studio e mobilità residenziale. Lo stock non occupato è invece più ampio nei
territori meno interessati da tali dinamiche”.
Il Rapporto sviluppa anche un modello di turnover abitativo che corregge
l’offerta liberata attraverso un coefficiente di riusabilità, così da stimare
quanta parte dello stock possa effettivamente tornare sul mercato, arrivando a
stimare un fabbisogno netto di circa 150.000 abitazioni l’anno, concentrato
quasi interamente nelle aree metropolitane del Centro-Nord (il Mezzogiorno
presenta invece un eccesso di offerta riusabile). Lo Studio considera, inoltre,
il rapporto tra la demografia e i nuovi bisogni abitativi, a partire
dall’invecchiamento della popolazione, che modifica la struttura dei bisogni
abitativi, accresce il peso degli anziani soli e rende più evidente la carenza
di soluzioni intermedie tra abitazione ordinaria, assistenza domiciliare e
residenzialità assistita. “In questo quadro, si sottolinea nel Rapporto,
acquistano rilievo sia il tema del senior housing sia, più in generale, quello
di un’offerta abitativa accessibile con servizi per la popolazione anziana più
fragile”.
Ma in tema di nuovi bisogni abitativi non può non essere considerato anche
l’aspetto che riguarda le generazioni più giovani, per le quali salari deboli,
precarietà lavorativa e costi abitativi relativamente elevati rendono più
difficile l’autonomia residenziale. Da qui derivano sia una domanda abitativa
compressa, che resta più a lungo assorbita nella famiglia di origine, sia una
crescente pressione sui segmenti più accessibili del mercato della locazione,
tra cui quello dello student housing. Il Rapporto non manca, infine, di
sottolineare alcuni grossi limiti del Piano Casa, a partire dalle dotazioni
effettivamente stanziate, che sono molto inferiori ai 10 miliardi annunciati,
dai molti decreti ancora da adottare e, soprattutto, da una regia commissariale
centrale per un fabbisogno che è territoriale.
Ciò che il Rapporto sembra invece trascurare del tutto è la rendita speculativa.
Come si sottolinea nelle conclusioni del dossier “Emergenza casa e crisi
sociale”, a cura dell’Area Stato Sociale e Diritti della CGIL, “la
proliferazione incontrollata dei contratti transitori e degli affitti brevi
sottrae immobili ai canali tradizionali di lungo periodo, riducendo lo stock di
case per i residenti e costringendo la domanda a riversarsi su contratti
calmierati che subiscono rincari. Di fronte a un’Unione Europea che, pur
introducendo una cornice giuridica comune con l’Affordable Housing Act, mostra
limiti strutturali, affidandosi eccessivamente alla leva privata, alla finanza e
a criteri troppo rigidi o facoltativi per i Comuni, la CGIL rivendica un cambio
di paradigma: occorre superare le logiche di mercato attraverso un Piano
Straordinario di Edilizia Residenziale Pubblica e Sociale, introdurre obblighi
stringenti di calmierazione, penalizzazioni per gli immobili sfitti e gli usi
speculativi e una moratoria sugli sfratti garantita da un’alternativa abitativa
pubblica.”
Qui lo Studio Assonime:
https://www.centroeinaudi.it/images/abook_file/abitare_l_Italia_di_domani.pdf.
Qui il dossier “Emergenza casa e crisi sociale”, a cura dell’Area Stato Sociale
e Diritti della CGIL :
https://files.cgil.it/version/c:OGEwMDMzYzYtNTMzYi00:MmJmZTdlOTItZDg0ZC00/Emergenza%20Casa.pdf
Giovanni Caprio