Crisi climatica, le parole per dirla
C’è un passaggio sottile, ma percettibile, tra trovare le parole per parlare
della crisi ecoclimatica e perderle. Perché, dopo aver nominato il problema,
averlo sviscerato attraverso i dati scientifici e le esperienze dirette, averne
individuato le cause strutturali e tracciato prospettive e politiche concrete
per affrontarlo, non ci sono parole da aggiungere, ci sono azioni da fare.
E se chi doveva assumersi la responsabilità di quelle azioni non l’ha fatto,
trascinando consapevolmente e colpevolmente l’umanità in un disastro
incommensurabile, non c’è da stupirsi se in tanti abbiamo perso le parole.
Mentre si susseguono record e disastri climatici uno dietro l’altro, con
un’accelerata che non avremmo potuto prevedere solo qualche anno fa, sentiamo di
aver poco da dire, oltre al solito «Ve l’avevamo detto», «non è maltempo è crisi
climatica», «estate più calda di sempre, ma la più fresca dei prossimi decenni»,
«e c’è chi ancora nega il cambiamento climatico».
Ma queste parole non ci bastano, forse addirittura ci fanno male, perché
sembrano segnare la sconfitta di un ciclo di lotte. Volevamo cambiare il mondo –
system change not climate change era lo slogan che animava gli scioperi
climatici tra il 2018 e 2019 – ma il mondo, o meglio chi detiene il potere di
plasmarlo, ci ha superato e forse anche spaesato, trascinandoci nel vortice
della guerra e rendendoci spettatori allibiti della realtà. Non sono mancate
lotte coraggiose e convergenze imprescindibili, come quelle con le lotte del
mondo del lavoro o con la Palestina, eppure il movimento climatico nel suo
complesso e nella sua dimensione di massa ha fatto fatica a ritrovare la
bussola.
Proporre di riaprire il dibattito significa non solo riconoscere la centralità
del cambiamento climatico e del degrado ecologico – nel senso che, a prescindere
dall’importanza che li si voglia dare, questa è già oggi una delle principali
minacce alla nostra vita – ma anche costruire parole e pratiche che sappiano
fare tesoro dei successi e fallimenti di questi anni, ragionare sui punti ciechi
del movimento climatico e tracciare delle proposte radicalmente alternative al
modello esistente, ovvero impossibili da cooptare per il capitale e usare come
arma per dividere la società.
Il climate strike del prossimo 16 ottobre e l’Assemblea nazionale ecosociale che
si terrà il 17 a Firenze segnano due appuntamenti non rituali, che nascono
dall’urgenza di tornare in piazza dopo un’estate che ha fatto 35mila vittime per
il caldo estremo e dalla necessità di dare una spinta propulsiva per (ri)aprire
uno spazio capace di far tesoro del metodo della convergenza delle lotte come
unica risposta all’altezza di una fase storica segnata da un attacco frontale
alla vita in tutte le sue manifestazioni.
Tuttavia, alcune questioni sono centrali per far progredire il movimento
climatico a un nuovo livello di consapevolezza, per renderlo popolare e
incisivo, attraverso un salto di qualità a cui questo spazio di dibattito su
Jacobin Italia spera di poter contribuire.
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DALLE COP AI RAPPORTI DI FORZA NELLA SOCIETÀ
La prima: il movimento climatico nasce e si definisce dentro una dialettica
molto chiara tra le giovani generazioni il cui futuro viene minacciato dal
riscaldamento globale e la governance climatica internazionale, ovvero le
Conferenze internazionali sul clima dell’Onu (le Cop) a cui partecipano i vari
governi statali. La richiesta è di rispettare gli impegni presi per contrastare
l’aumento della temperatura globale, da cui a catena dipendono tutte le altre
condizioni che rendono vivibile il pianeta.
Per tutta risposta, le Cop si blindano, spalancano le porte ai lobbisti del
fossile e le chiudono alla società civile, mancando sistematicamente ogni
impegno preso. Questa dialettica diventa difficile da immaginare oggi, tanto più
che l’intera architettura istituzionale internazionale ha perso ogni credibilità
e autorevolezza davanti al genocidio perpetrato contro la popolazione
palestinese, rivelandosi una impalcatura vuota che conta «fino a un certo
punto».
Dentro questa crisi delle istituzioni democratiche e dello stato di diritto,
cosa conta allora? I rapporti di forza. La prima sfida della lotta climatica
oggi è esercitare la sua riflessione a partire da questa consapevolezza e dalla
costruzione di rapporti di forza, che significa non solo piazze piene ma anche
progetti radicati nei territori, organizzazione stabile e duratura attraverso
proprie «istituzioni» comunitarie, forme di autonomia che diano concretezza alle
alternative, rafforzando al contempo la credibilità delle nostre proposte. Unire
insomma all’azione simbolica di denuncia la costruzione di una soggettività
collettiva con radici ben salde nei territori, capace di accumulare una tale
forza da rendere imprescindibile per le istituzioni ascoltare la società.
L’ECOSOCIALISMO
Il secondo punto chiave riguarda la capacità di tenere il focus sul modo di
produzione capitalistico della merce e in particolare dell’energia. Le frizioni
intorno alla costruzione di impianti rinnovabili ha creato una frattura
fossile/rinnovabile all’interno del composito movimento ambientalista, fatto di
lotte territoriali, gruppi ecologisti, organizzazioni di tutela del paesaggio,
organizzazioni climatiche. Frizioni che hanno diviso la società e favorito le
manovre del capitale.
Dobbiamo riconoscere che ad oggi non c’è nessuna transizione energetica ma solo
un veloce processo di addizione energetica, con lo stesso capitale fossile che
sta investendo nel campo delle rinnovabili diversificando il suo portfolio di
investimenti, e allo stesso tempo che presunti progetti di transizione portati
avanti senza o contro il territorio non sono progetti che incarnano i principi
della giustizia climatica. Se rimuoviamo dal discorso climatico la questione
ecologica in senso più ampio, il legame – materiale ed emotivo – della comunità
dalla terra che abita e la partecipazione democratica, scivoliamo in un
riduzionismo climatico che sa parlare di emissioni ma non riesce a guardare alle
radicate relazioni socio-ambientali. Che si tratti di fossili, rinnovabili o
nucleare, laddove si reitera uno specifico modo di produzione capitalista
dell’energia si riproducono anche le sue contraddizioni e violenze.
Dall’altro lato, per i territori non c’è possibilità di difesa delle proprie
condizioni di vita se non si prende sul serio il riscaldamento climatico e la
fuoriuscita dal fossile. Si può salvare un terreno agricolo da una distesa di
pannelli solari voluta da una compagnia energetica olandese o israeliana, ma
vedere il proprio raccolto ripetutamente devastato da ondate di calore, siccità,
grandinate. Si può salvare il proprio paesaggio, ma vedere intere terre
sommerse, vite devastate, paesaggi cancellati dall’altra parte del mondo – come
successo in Nepal – o a pochi chilometri da casa nostra. E l’ecologismo, essendo
un progetto di difesa della vita per tutte e tutti, non può ignorare quello che
succede fuori dalla propria porta di casa.
La nostra lotta allora non deve articolarsi intorno alla frattura
fossile/rinnovabile ma intorno ad altre domande chiave: quanta energia stiamo
producendo e per cosa? Come la produciamo? Chi lo decide? Chi ne beneficia? Chi
ne paga i costi socio-ambientali?
Queste sono le domande che orientano un progetto ecosocialista. Non si tratta di
produrre una merce green – che sia energia, cibo, auto o altro – mantenendo
invariati i rapporti di sfruttamento esistenti, ma costruire nuove relazioni
socio-ambientali da cui possano provenire nuove forme, pratiche e strategie di
produzione e riproduzione incentrate sulla giustizia climatica.
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LA SCIENZA NON BASTA
La terza questione chiave riguarda il rapporto tra i sistemi di conoscenza e
l’apporto che questi possono dare per far sedimentare una coscienza climatica. I
dati scientifici sul cambiamento climatico, le sue accelerazioni, la sua natura
antropica e gli scenari futuri sono largamente condivisi dalla comunità
scientifica. Non mancano i numeri, i divulgatori, i corsi universitari sul tema.
Eppure, proprio oggi che più che mai abbiamo accesso alle informazioni, dilagano
scetticismo e negazionismo, fatalismo e indifferenza.
La costruzione di false emergenze e la negazione di quelle reali è un tratto
caratteristico del nostro tempo, eppure in tanti tra attivisti, giornalisti,
esperti, ci chiediamo come comunicare meglio il cambiamento climatico. Forse,
però, il punto cruciale non riguarda tanto o solo la buona divulgazione di dati
scientifici, ma la profonda alienazione della società moderna dalla natura da
cui la vita dipende.
Marco Armiero quando racconta la vicenda del Vajont parla di come i saperi
esperti abbiano ignorato e tacciato come antiscientifiche le preoccupazioni che
provenivano da allevatori e abitanti. Questi ultimi si erano accorti che,
durante la costruzione della diga, erano comparse delle crepe nelle pareti delle
case, e che gli animali si comportavano nervosamente e si allontanavano dal
pascolo. Ma la loro parola non ebbe alcun valore di fronte a report ufficiali e
sismografi, e quando la frana precipitò nel bacino del Vajont a morire furono
proprio quegli abitanti, allevatori e contadini rimasti inascoltati.
Riconoscere che l’esperienza diretta e la conoscenza acquisita dal rapporto
quotidiano col territorio siano importanti non significa in alcun modo
abbandonare l’uso dell’argomentazione scientifica sul cambiamento climatico, ma
creare un’ecologia in cui tutti i saperi possano apportare ricchezza alla lotta
e in cui tanto l’esperto quanto il comune cittadino si sentano in diritto di
prendere parola sul mondo che abitiamo e su quello che vorremmo costruire.
La sfida è duplice: mettere la scienza a servizio della giustizia climatica e,
al contempo, rafforzare una cultura ecologica intesa come insieme di visioni e
valori che riconoscano l’interdipendenza tra società e natura, anziché
riprodurre l’alienante visione della società come separata dalla natura, e in
grado persino di dominarla attraverso la tecnica e il sapere scientifico. La
prima condizione per difendere la terra che abitiamo è conoscerla e sentirsene
parte, e una società alienata dalla natura – ovvero dal luogo dove viviamo,
lavoriamo, mangiamo, passeggiamo – non può difendersi.
ECOLOGIA COME LIBERAZIONE NON COME PRIVAZIONE
Infine, un ultimo punto che ci interroga riguarda l’immaginario. La proposta di
transizione ecologica del movimento climatico è stata sussunta, rimasticata e
ridata in pasto all’opinione pubblica in una forma lontana da quella che le
piazze invocavano. Misure antipopolari hanno catalizzato l’odio o l’insofferenza
di molti verso le politiche climatiche, con un malcontento cavalcato dalle
destre per attaccare l’ecologismo, presentato come fenomeno da salotto. In
questo contesto, la risposta del sistema – perché parlare oggi di destre
significa parlare di sistema, data la loro salda posizione in quasi tutti i
posti di comando – è stata quella di negare l’urgenza del problema e costruire
paura attorno alle politiche ambientali.
Oggi sembra normale abbattere interi parchi per costruire supermercati o basi
militari, mentre appare utopistico introdurre un congedo climatico che protegga
lavoratori e lavoratrici in caso di allerta metereologica; sembra possibile
investire miliardi nel riarmo ma non un euro per abbattere i costi dei mezzi
pubblici; risulta plausibile investire denaro pubblico per un ecobonus che ha
rafforzato la distinzione tra case di serie A (con pannelli solari di ultima
generazione, bollette più basse e infissi moderni) e case di serie B (nei
quartieri popolari soffocati dal cemento dove si spera che non crolli il tetto
alla prima pioggia), ma non per un piano di edilizia pubblico, degno e
sostenibile. Questo significa che pur avendo una risposta ai problemi concreti
della gente, non siamo riusciti a costruire nella società un immaginario
desiderabile e credibile, fatta eccezione per pochi preziosi esempi come quello
della riconversione ecologica portata avanti dal Collettivo di Fabbrica Gkn.
L’ecologia e le proposte contro la crisi climatica sono ancora vissute dai più
come un progetto di sottrazione e privazione: non fare più questo, non fare più
quello, non andare a lavoro in macchina, non comprare al supermercato, evita le
cose confezionate nella plastica. Ma l’ecologia, come ci ricorda Fatima Ouassak,
è un progetto di liberazione: dal ricatto lavorativo, dalla violenza ambientale,
da confini e istituzioni totali. Ma anche liberazione del tempo libero e della
possibilità di stare insieme.
L’ecologismo che pratichiamo oggi è imperfetto e contradditorio, e non potrebbe
essere diversamente date le condizioni in cui ci troviamo. Non è la perfezione
dell’ecologismo che dobbiamo ricercare in noi o negli altri, quanto la
possibilità di rendere il progetto ecoclimatico alla portata di tutti e tutte.
Occorre allora far tesoro delle battaglie passate e presenti, guardare al futuro
con le domande giuste da affrontare collettivamente e avere una bussola che ci
orienti nel buio del nostro tempo.
*Paola Imperatore è ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Politiche di
Pisa.
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