Ein al-Auja (Prima parte) : come gli attacchi dei coloni e la sottrazione di risorse idriche hanno cancellato una comunità palestinese
La sorgente che un tempo sosteneva la vita in questo luogo si è prosciugata,
mentre le famiglie beduine fuggono dalla violenza israeliana e dal furto di
risorse.
Majd Jawad, Ramallah, Palestina occupata
13 agosto 2026
Haitham Rashaidh è stato tra gli ultimi ad abbandonare la propria casa vicino a
Ein al-Auja, una sorgente naturale con cascata situata a nord di Gerico, in
Cisgiordania.
La sua famiglia ha smontato le tende, ha caricato tutti i propri averi su un
trattore e ha intrapreso un viaggio di due ore su un terreno impervio verso
al-Balqa, un’area scarsamente popolata della Valle del Giordano, dove si sono
accampati accanto ai vicini, anch’essi sfollati.
Lasciare Ein al-Auja è stato come perdere una parte di sé, ha spiegato Rashaidh
con tristezza. Un tempo qui l’acqua scorreva impetuosa, con una portata stimata
in migliaia di metri cubi al giorno; oggi, invece, il terreno è arido e la
sorgente, che un tempo sosteneva una comunità beduina di oltre cento famiglie,
si è ridotta a un esile rivolo.
I palestinesi consideravano Ein al-Auja un’oasi di pace in una regione sotto
assedio. Tuttavia, la deviazione dell’acqua da parte di Israele e i continui
attacchi dei coloni hanno finito per rendere insostenibile la vita della
comunità.
“Non ce ne siamo andati la prima volta che hanno tentato di cacciarci”, ha
raccontato Rashaidh a Middle East Eye. “Siamo tornati, abbiamo ricostruito ciò
che potevamo e abbiamo cercato di andare avanti con le nostre vite”.
“Ma le cose non sono cambiate”, ha aggiunto. “Ogni volta che tornavamo, la
pressione si faceva più forte: più restrizioni, più attacchi, meno accesso
all’acqua”. Lo scorso gennaio, giunta al limite della sopportazione, la famiglia
di Rashaidh ha dovuto abbandonare la propria casa per trasferirsi a Balqa, un
minuscolo accampamento beduino privo di servizi pubblici. Da lì occorrono più di
due ore per raggiungere il centro abitato più vicino e Rashaidh ammette, con
evidente dolore, che i suoi figli non possono più frequentare la scuola.
La difficile situazione vissuta dalla sua comunità si è aggravata notevolmente
negli ultimi due anni, da quando gli eventi del 7 ottobre 2023 hanno iniziato a
ridefinire la vita dei palestinesi nei territori occupati.
Prima della guerra a Gaza, gli episodi di sfollamento forzato nell’area di Ein
al-Auja erano stati limitati: l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento
degli affari umanitari (OCHA) aveva registrato, tra il 2017 e il 2023, solo due
attacchi da parte di coloni che avessero provocato vittime o danni materiali.
Tuttavia, dall’inizio del 2024, nella zona sono sorti diversi nuovi avamposti
illegali di coloni israeliani e, di conseguenza, gli attacchi si sono
intensificati, raggiungendo quota 38 casi documentati nell’ultimo anno.
“L’accesso all’acqua è stato particolarmente compromesso; coloni,
presumibilmente provenienti da questi avamposti, hanno ripetutamente tagliato o
danneggiato le condutture collegate alla sorgente [di Ein al-Auja], bloccato le
strade di accesso utilizzate per il prelievo e il trasporto dell’acqua, svuotato
i serbatoi domestici e intimidito o aggredito residenti e pastori intenti a
rifornirsi d’acqua, compromettendo gravemente i loro mezzi di sussistenza”, ha
rilevato l’OCHA in un rapporto di gennaio.
In un caso documentato all’inizio di quest’anno, 26 famiglie, per un totale di
124 persone, sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa
delle continue violenze perpetrate da coloni armati e truppe israeliane.
“Sembrava che stessero mettendo alla prova la nostra capacità di resistenza”, ha
raccontato Rashaidh. “Alla fine, non è stato un singolo episodio a costringerci
ad andarcene, ma il ripetersi continuo di tutto quanto, ancora e ancora, finché
restare è diventato impossibile”.
self, Public domain, via Wikimedia Commons
Declino costante
Il drastico e costante calo della portata della sorgente di Ein al-Auja negli
ultimi anni rispecchia la scomparsa della comunità palestinese circostante. La
sua portata, storicamente stimata in oltre 1.000 metri cubi all’ora – e
potenzialmente doppia durante le stagioni delle piogge – è diminuita tra il 50%
e il 70% negli ultimi anni e talvolta si azzera completamente, secondo Ayman Abu
Zaher, un ricercatore ambientale che monitora il sistema idrico locale.
Essendo una delle sorgenti storicamente più significative della regione, Ein
al-Auja è stata sottoposta a una pressione crescente dovuta sia ai cambiamenti
climatici sia ai pozzi scavati nelle vicinanze, ha riferito Abu Zaher a MEE.
Negli anni di siccità, la ridotta ricarica delle falde acquifere, unita a un
pompaggio intensivo, ha limitato la portata della sorgente.
L’assetto idrogeologico della regione comprende due principali falde acquifere,
ha spiegato Abu Zaher: una falda superficiale, solitamente accessibile tramite
pozzi profondi tra i 70 e i 100 metri, e una falda molto più profonda che
alimenta la sorgente di Ein al-Auja.
Storicamente, tre pozzi gestiti dallo Stato nell’area di Ein al-Auja
raggiungevano una profondità di 500-600 metri; tuttavia, negli ultimi tre
decenni, le autorità israeliane li hanno approfonditi fino a quasi 1.000 metri e
ne hanno aggiunto un quarto, ha riferito Abu Zaher.
Secondo le sue stime, complessivamente questi pozzi estraggono ogni anno tra i
quattro e i sei milioni di metri cubi d’acqua dall’acquifero profondo che
alimenta la sorgente di Ein al-Auja. Quest’acqua viene poi convogliata verso gli
insediamenti israeliani, anziché rifornire le vicine comunità palestinesi.
Tale squilibrio è aggravato dalla capacità limitata delle fonti idriche
controllate dai palestinesi nella stessa zona. Abu Zaher stima che vi siano
circa una dozzina di pozzi palestinesi in loco, ma li definisce “poco profondi e
insufficienti”.
“L’acqua che producono non è sufficiente per l’agricoltura ed è sempre meno
adatta all’irrigazione, il che spinge l’area verso la desertificazione”, ha
affermato.
Mentre un tempo frutteti irrigui e campi coltivati coprivano oltre 30.000 dunum
(3.000 ettari) nella zona di Ein al-Auja, oggi rimangono attivamente irrigati
solo circa 3.000 dunum, ha precisato Abu Zaher.
Per le famiglie sfollate dalle proprie abitazioni e ora residenti in tende in
aree limitrofe come Balqa, questa trasformazione non è un concetto astratto,
bensì una realtà profondamente radicata nella loro lotta quotidiana per la
sopravvivenza.
Tra le persone più colpite vi sono le donne, spesso responsabili
dell’approvvigionamento idrico per i propri nuclei familiari. Quando vivevano
vicino a Ein al-Auja, potevano riempire i loro piccoli contenitori di plastica
alla cascata, raccogliendo rapidamente quanto bastava per il fabbisogno
giornaliero.
Ora sono costrette a percorrere diversi chilometri sotto un sole cocente alla
ricerca di autobotti o punti di distribuzione, tornando spesso a casa con i
contenitori vuoti quando le scorte mancano o vengono respinte dalle forze
israeliane. Il razionamento dell’acqua è diventato parte della loro realtà
quotidiana.
“Siamo state costrette ad acquistare grandi quantità d’acqua a causa della
scarsità della sorgente”, ha dichiarato a MEE Naifa Zaied, sfollata a Balqa
all’inizio di quest’anno. “Ma nell’ultimo anno l’esercito ci ha persino impedito
di acquistarla. Alle autocisterne è stato vietato di raggiungerci”.
La carenza d’acqua ha inciso su quasi ogni aspetto della vita, ha spiegato la
donna, costringendo le famiglie a razionare l’acqua destinata a bere, cucinare,
lavarsi e accudire il bestiame.
“Un tempo avevamo l’acqua a portata di mano. Oggi, procurarsi anche solo un
litro è una lotta”, ha affermato. “A volte aspettiamo autocisterne che non
arrivano mai e siamo costretti a conservare l’acqua per bere, dando priorità a
questa necessità rispetto a tutte le altre”.
-continua-
Articolo originale:
https://www.middleeasteye.net/news/ein-al-auja-how-settler-attacks-and-water-diversion-erased-palestinian-community
Traduzione Valentina Valle
Redazione Piemonte Orientale