Un attacco al digitale libero, anonimo e autogestito: sopruso degli Stati Uniti ai danni del collettivo Autistici/Inventati
> «Socializzare saperi senza fondare poteri».
> Primo Moroni
Il 18 settembre scorso il collettivo italiano Autistici/Inventati ha chiuso ogni
sua attività, in seguito all’accusa da parte dell’amministrazione Trump di “aver
fornito infrastruttura digitale a presunti gruppi terroristici”. Questo dopo
che, senza alcuna prova né indagine, il Dipartimento di Stato e del Tesoro degli
Stati Uniti il 26 agosto aveva inserito A/I nella lista dei soggetti sottoposti
a sanzioni per aver fornito servizi quali chat, e-mail, hosting web a gruppi
marxisti, anarchici e ad altre organizzazioni estremiste di sinistra in Europa e
altrove.
Nata nel 2001 dall’area antagonista, A/I era un’associazione formalmente
riconosciuta che offriva servizi digitali gratuiti e sosteneva il software
libero, l’anonimato e l’autogestione. Era un collettivo nato con il G8 di
Genova, nell’alveo del sito web Indymedia Italia, la rete di informazione
indipendente che durante i giorni del G8 genovese raccontò le proteste e gli
eventi di quei giorni attraverso una molteplicità di giornalisti e attivisti.
«Don’t Hate the Media, Be the Media» era il motto del progetto. [tradotto: “Non
odiare i media, sii i media”.]
> «Crediamo che la comunicazione debba essere libera, gratuita e quindi
> universalmente accessibile – scriveva il collettivo tecnologico italiano – Noi
> ci proviamo, offrendo servizi online a individui e progetti in linea con
> queste esigenze; fuori dalla logica commerciale dell’offerta di servizi e di
> spazi a pagamento, accogliamo volentieri chi vive conflittualmente la censura
> culturale, mediatica, globalizzante dell’immaginario che ci viene
> preconfezionato e venduto».
Il collettivo non ha avuto sponsor e ha sempre sostenuto le proprie attività
attraverso contributi volontari, senza un coordinatore né un portavoce,
prendendo collettivamente le proprie decisioni. E così, collettivamente, di
fronte a questo attacco, ha deciso di chiudere.
Subito dopo il 26 agosto, il sito autistici.org è diventato inutilizzabile, in
quanto la no profit che gestiva il dominio .org era statunitense. L’account
PayPal del collettivo è stato bloccato e anche Banca Etica, con sede in Italia,
ha sospeso l’operatività del conto di A/I. I soci di Banca Etica hanno lanciato
una petizione per evitare la chiusura del conto di A/I, ma l’iniziativa non è
servita.
Banca Etica ha chiamato in causa l’Europa per spiegare questa sua decisione: «È
una questione di sovranità digitale: un governo straniero non può decidere quali
organizzazioni europee restano online. Gli strumenti ci sono, dal regolamento
contro le leggi extraterritoriali alla sentenza della Corte di giustizia per cui
una lista di sanzioni americana non basta a chiudere un conto. Vanno usati
adesso. Sovranità digitale significa controllare democraticamente le
infrastrutture critiche da cui dipendiamo».
Così in due giorni sito, email e conto di A/I sono spariti non per la forza del
caso giuridico, che nessun tribunale ha verificato, «ma per dipendenza: il
dominio è gestito da un registro americano, la banca e il circuito di pagamento
temono le sanzioni americane. Può succedere a qualsiasi fornitore europeo di
comunicazioni sicure».
In realtà, come ha spiegato il legale dell’organizzazione sanzionata Fausto
Gianelli, che difende anche Francesca Albanese, «Altri istituti si sono
comportati diversamente. Un altro mio assistito, anch’esso sanzionato e iscritto
nelle liste Ofac, ha comunque potuto beneficiare per scelta della propria banca
americana -e lo sottolineo, non europea ma addirittura statunitense, quindi ben
più soggetta al pugno duro del Tesoro Usa- della finestra temporale per
effettuare pagamenti e liquidare la posizione, nell’ambito del cosiddetto ‘wind
down period’”. Circostanza che Banca Etica non avrebbe invece voluto replicare
(clicca qui per la notizia).
Il collettivo ha intitolato il suo ultimo comunicato “Restare umani” e ha
scritto ai propri utenti di mollare pc, uscire, lottare, abbracciarsi e non
perdere il sorriso. La difesa di uno spazio libero di comunicazione, come quello
che erano riusciti a creare, non può passare solo attraverso l’infrastruttura
tecnica e i server. Come Gene Sharp, studioso della resistenza nonviolenta, ci
ha insegnato, il potere non è una proprietà di chi comanda ma una cooperazione
di molti, che si indebolisce se quella cooperazione viene meno. A/I ci invita a
continuare a ospitare, linkare, mantenere un nodo e moltiplicare i server e
l’autonomia digitale.
Certo, dopo un episodio come questo, resta da capire come costruire nuove forme
di resistenza nonviolenta capaci di proteggere la rete: forse potremo farlo
iniziando a riflettere sul fatto che l’accusa ad A/I non riguarda un atto del
collettivo, ma il senso politico del servizio che offriva e le persone a cui lo
offriva. Tutto sommato, questo caso ha molti punti di contatto con quello di
Francesca Albanese.
Come Francesca Albanese utilizza i mezzi a sua disposizione per amplificare il
più possibile la sua analisi storica e giuridica su quanto sta accadendo a Gaza,
per sovrastare e compensare dialetticamente la propaganda urlata da certi media
sulla validità delle posizioni israeliane contro i palestinesi, così il
collettivo A/I consentiva a gruppi e singoli di fare un uso libero e democratico
della rete, lasciando aperte, senza che potessero essere censurate perché
protette dalla privacy, opzioni di analisi, di pensiero e possibilità di
comunicazione tra attivisti che ora sono di fatto impedite. Questa è censura,
violenza, mancanza di democrazia, impossibilità di incidere sulle proprie realtà
per riprendersi spazi, territori e cura delle stesse.
Come docenti della scuola pubblica, sempre più addestrati all’utilizzo delle
tecnologie digitali nei percorsi formativi a cui siamo sottoposti dal nostro
Ministero (l’offerta della piattaforma Scuola Futura di quest’anno è tutta
rivolta al digitale), dobbiamo porci seriamente ed urgentemente degli
interrogativi sugli strumenti che abbiamo lasciato entrare nelle nostre aule, su
come e se questi facilitino il controllo, la disciplina e la repressione o se
possano essere supporto reale a un processo di apprendimento/insegnamento
libero, critico e democratico.
Claudia Giella, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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