Il riscaldamento dei mari sta dimostrando l’insostenibilità degli allevamenti in mare
Quando Manuel Guidotti arriva con il gommone al suo allevamento di cozze, a tre
miglia dalla costa di Cesenatico, la prima cosa che vede sono le boe. Tutte in
superficie, allineate e leggere sull’acqua salata. «Non è un bel segnale»,
commenta, prima ancora di spegnere il motore. Manuel Guidotti ha 31 anni ed è un
pescatore. L’anno scorso, insieme a due soci, ha rilevato questo impianto, e
quella appena trascorsa doveva essere la sua prima vera stagione da allevatore.
Gli affari, però, non vanno per niente bene. Non per colpa sua né dei soci: il
problema sta tutto sotto la superficie del mare, a una profondità che varia tra
i nove e gli undici metri, dove la temperatura elevata delle acque sta causando
una inesorabile moria degli animali.
Per capire perché le boe a galla siano una cattiva notizia bisogna sapere come
funziona un allevamento come questo. Il sistema si chiama long line: una lunga
corda sostenuta da galleggianti, a cui sono appese le calze di rete dove
crescono le cozze. Man mano che i molluschi ingrassano, il peso trascina giù la
cima e gli allevatori aggiungono boe per tenere l’impianto sospeso, perché una
cozza che tocca il fondo è una cozza morta. Manuel si avvicina a una grande boa
bianca. Fino a poche settimane fa stava per metà sott’acqua. Ora, invece, è
completamente emersa. Significa che dentro la calza non è rimasto niente. Tutte
le cozze si sono staccate e sono morte.
Manuel Guidotti controlla le boe
LA MINACCIA DEL CALDO
Quello di Guidotti non è un caso isolato. Le temperature record dell’acqua,
accompagnate in alcune zone dalla mucillagine, hanno provocato in tutte le
marinerie romagnole una moria che si è portata via in media tra il 60 e il 70%
della produzione, con punte del 100% nel Ferrarese, tra Porto Garibaldi e Goro.
Il meccanismo è semplice e crudele. Superata la soglia dei 27-28 gradi, la cozza
va in sofferenza: smette di crescere, filtra meno acqua e soprattutto smette di
produrre il bisso, la barbetta filamentosa con cui resta aggrappata alla calza.
A quel punto molla la presa e cade. Gli allevatori se ne sono accorti mentre
lavoravano il prodotto maturo, quello pronto per la vendita: a ogni sollevamento
le cozze si staccavano, ben prima che la moria si mostrasse in tutta la sua
portata. «Abbiamo provato a giocare d’anticipo», ha spiegato Guidotti a
L’Indipendente, «lavorando a mano per stressare il meno possibile gli animali e
anticipando la raccolta, un po’ come si fa con la vendemmia quando si teme il
caldo. Ma non è servito a nulla».
Eppure, il raccolto perduto quest’anno è quasi il male minore. A preoccupare
davvero sono le cozze che dovrebbero arrivare sui banchi il prossimo anno. Il
caldo, infatti, ha colpito anche il «novellame», con perdite che in alcuni casi
toccano il 90%. «C’è una produzione 2027 fortemente a rischio, per non dire che
in certi casi, come Comacchio e Goro, è già azzerata», continua Guidotti. Il
ciclo della cozza non concede scorciatoie: se le condizioni lo permetteranno,
tra ottobre e dicembre arriverà una nuova «buttata» di novellame, ma quel
prodotto sarà pronto per la vendita solo nel 2028. In mezzo resta un anno vuoto,
con quello che ne consegue: meno investimenti, meno lavoro, un indotto che
rischia di fermarsi insieme agli impianti.
Non è nemmeno la prima volta che succede. Nell’estate del 2024 era venuto a
mancare tra il 50 e il 60% del seme, e dalla primavera del 2025 il prodotto
disponibile era crollato. Allora si era parlato di annata sfortunata. Due anni
dopo, con perdite molto più pesanti, la parola «sfortuna» comincia a suonare
come un eufemismo. E il colpo arriva su un comparto già provato: le stesse
marinerie che in primavera facevano i conti con il gasolio raddoppiato dalla
crisi di Hormuz, oggi si ritrovano con le calze vuote.
NON SOLO LE COZZE
Oltre che allevatore, Guidotti è anche presidente del Consorzio Gestione
Molluschi (Co.Ge.Mo.) di Ravenna, quindi conosce bene un’altra parte del
problema: la vongola di mare, la Chamelea gallina, che, a differenza della
cozza, non si alleva ma cresce in modo del tutto selvatico. Nel compartimento
marittimo di Ravenna, che va da Tagliata fino a Goro, le morie di vongole sono
ormai un fenomeno ciclico, che si ripresenta ogni anno con intensità variabile.
Quest’estate, il Consorzio aveva disposto a luglio un fermo pesca, per dare
tempo al prodotto di crescere. Alla riapertura, nei primi giorni di agosto, le
vongole di taglia commerciale erano poche e le aree pescabili molto limitate.
Poi, il colpo di grazia: dopo le segnalazioni dei pescatori, il 14 settembre i
tecnici del Consorzio hanno fatto un sopralluogo a nord del porto di Ravenna,
tra Marina Romea, Casal Borsetti e Lido di Spina, trovando le vongole morte.
Nelle lagune e nelle valli, intanto, la vongola verace combatte da anni contro
un altro nemico, il granchio blu, che tra Comacchio, Goro e Chioggia ne ha quasi
azzerato la produzione.
Reti di cozze
IL PROBLEMA DEGLI INDENNIZZI
E gli aiuti? Per le perdite dell’anno scorso la Regione ha stanziato un
indennizzo per la moria di vongole causata dalla mancanza di ossigeno, e
qualcosa è arrivato anche per le cozze. Per quest’anno, ancora niente. Legacoop
Romagna, di cui fanno parte decine di cooperative del settore, ha chiesto alla
Regione e al Governo di intervenire a sostegno dei pescatori, descrivendo un
mare reso fragilissimo dai cambiamenti climatici, tra temperature anomale,
mucillagine che si spinge anche in profondità ed equilibri dell’ecosistema che
saltano uno dopo l’altro. Lo strumento indicato è il Fondo di Solidarietà
Nazionale per la Pesca e l’Acquacoltura, che, secondo Guidotti, andrebbe
adeguatamente finanziato e attivato proprio per fenomeni come questi: danni che
non dipendono in alcun modo dalla gestione dei pescatori e che non possono
ricadere soltanto sulle casse regionali.
Gli indennizzi, però, per quanto necessari, assomigliano a un secchio usato per
svuotare una barca che continua a imbarcare acqua. Il punto è un altro, e
Guidotti lo dice senza giri di parole: «Ci troviamo di fronte a un cambiamento
climatico che sta diventando strutturale, non più emergenziale». Tradotto: se
l’Adriatico continuerà a scaldarsi, gli allevamenti non potranno restare dove
sono. L’ipotesi su cui ragionano gli operatori è la più intuitiva: spostarli più
al largo, dove la profondità è maggiore e le correnti potrebbero mantenere
l’acqua qualche grado più fresca. Un’idea che andrebbe prima verificata dai
ricercatori e che richiede tempo e burocrazia: gli impianti sorgono su
concessioni demaniali, quindi bisognerebbe individuare nuove aree idonee,
ottenere le autorizzazioni, avviare sperimentazioni e solo dopo, eventualmente,
trasferire tutto. Un percorso lungo, per un settore che di tempo ne ha sempre
meno.
L’alternativa è affidarsi al meteo, sperando in un’estate più clemente che
restituisca, almeno per un anno, le condizioni di un tempo. Ma per chi, come
Guidotti, ha appena investito in un allevamento, costruire un’impresa
sull’imprevedibilità del clima significa accettare un rischio fuori misura. Per
ora il piano resta questo: incrociare le dita. Al largo di Cesenatico, intanto,
le boe restano a galla. Più leggere che mai.
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