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Con i disertori russi e ucraini per un mondo senza eserciti e frontiere
Sono passati quattro anni dall’accelerazione violenta della guerra impressa dall’invasione russa dell’Ucraina. Il conflitto è sempre più aspro: i morti sono centinaia di migliaia su entrambi i lati del fronte. Il governo italiano si è schierato in questa guerra inviando armi, arrivando a schierare 3.500 militari nelle missioni in ambito NATO nell’est europeo. Presto aprirà una base militare Italiana in Bulgaria. La guerra in Ucraina ha nel proprio DNA uno scontro inter-imperialistico di enorme portata, che rischia di innescare un conflitto ben più ampio, tra potenze dotate anche di armi atomiche.  Fermarla, incepparla, sabotarla è una necessità imprescindibile. In Ucraina ci sono duecentomila disertori, in Russia decine di migliaia di persone hanno attraversato i confini per sottrarsi alla chiamata alle armi.  In Russia e in Ucraina gli antimilitaristi si battono perché le frontiere siano aperte per chi si oppone alla guerra. Noi facciamo nostra la lotta per spezzare i confini e per l’accoglienza di obiettor*, renitent* e disertor*. Noi non ci arruoliamo né con la NATO, né con la Russia. Rigettiamo i vergognosi giochini di Trump, Putin e dell’UE sulla pelle di popolazioni stremate dalla guerra, messe a tacere da regimi, che reprimono duramente chi vi si oppone concretamente. Il prezzo di questa guerra lo paga la povera gente. Ovunque. Lo pagano oppositori, sabotatori, obiettori e disertori che subiscono pestaggi, processi e carcere. Lo paghiamo noi tutti stretti nella spirale dell’inflazione, tra salari e pensioni da fame e fitti e bollette in costante aumento. Provate a immaginare quante scuole, ospedali, trasporti pubblici di prossimità si potrebbero finanziare se la ricerca e la produzione venissero usate per la vita di noi tutti, per la cura invece che per la guerra. Il decreto riarmo del governo Meloni prevede un miliardo di euro per rendere sempre più mortale l’arsenale a disposizione delle forze armate italiane. L’Italia è impegnata in ben 43 missioni militari all’estero, in buona parte in Africa, dove le truppe tricolori fanno la guerra ai migranti e difendono gli interessi di colossi come l’ENI. Vari progetti di legge puntano al graduale ritorno della leva obbligatoria sospesa nel 2005. Serve carne da cannone per le guerre che vedono l’Italia in prima fila. Le scuole e le università sono divenute terreno di conquista per l’arruolamento dei corpi e delle coscienze. L’industria bellica italiana, in prima fila il colosso Leonardo, fa profitti miliardari. L’Italia vende armi a tutti i Paesi in guerra. Un business di morte. Occorre capovolgere la logica perversa che vede nell’industria bellica il motore che renderà più prospera L’Italia. Un’economia di guerra produce solo altra guerra. La guerra è anche interna. Il governo risponde alla povertà trattando le questioni sociali in termini di ordine pubblico: i militari dell’operazione “strade sicure” li trovate nelle periferie povere, nei CPR, nelle stazioni, sui confini. Ogni forma di opposizione sociale e politica viene criminalizzata con un insieme di norme vecchie e nuove che garantiscono una sempre maggiore impunità alla polizia e trasformano in reati normali pratiche di lotta. Solo un’umanità internazionale potrà gettare le fondamenta di quel mondo di libere e uguali che può porre fine alle guerre. Oggi ci vorrebbero tutti arruolati. Noi disertiamo.  Noi non ci arruoliamo a fianco di questo o quello Stato imperialista. Rifiutiamo la retorica patriottica come elemento di legittimazione degli Stati e delle loro pretese espansionistiche. In ogni dove. Non ci sono nazionalismi buoni. Noi siamo al fianco di chi, in ogni angolo della terra, diserta la guerra. Vogliamo un mondo senza frontiere, eserciti, oppressione, sfruttamento e guerra. Facciamo appello perché tra il 21 e il 24 febbraio si tengano in ogni città iniziative di informazione e lotta. Assemblea Antimilitarista assembleantimilitarista@gmail.com   Redazione Italia
February 10, 2026
Pressenza
In Italia l’aborto clandestino esiste ancora
di Jennifer Guerra (*) Loredana, ha scoperto di essere incinta del compagno che la picchiava e ha deciso di interrompere la gravidanza, ma non sa come giustificare le assenze dal lavoro per le visite necessarie. In Italia bisogna quasi sempre farne almeno quattro: le analisi del sangue per confermare la gestazione, il primo colloquio con il ginecologo per il certificato,
January 27, 2026
La Bottega del Barbieri
Israele, manifestazione di solidarietà degli attivisti di Mesarvot con gli obiettori Yuval Peleg e A’
Oltre 50 attivisti della rete Mesarvot e Yesh Gvul stanno manifestando davanti alla prigione militare n. 10 nel centro di Israele, dove Yuval Peleg è detenuto da 130 giorni e A’ sta scontando una prima condanna di 30 giorni per essersi rifiutati di arruolarsi e prestare servizio nell’esercito israeliano. Gli attivisti intonano cori contro i crimini di Israele a Gaza e in Cisgiordania e sventolano un grande striscione con la scritta “Non esiste una soluzione militare”.   Mesarvot
December 13, 2025
Pressenza
Iddo Elam ed Ella Keidar Greenberg, obiettori di coscienza israeliani: “Non ci sentiremo liberi fino a quando non lo saranno anche i palestinesi”
“In Israele non diventi un cittadino nel vero senso del termine se non dopo aver svolto il servizio militare”. Così risponde a Pressenza Iddo Elam, diciannovenne israeliano attivista, come la coetanea Ella Keidar Greenberg, entrambi dell’organizzazione israeliana Mesarvot che supporta i giovani che si rifiutano di servire nell’esercito o anche solo di essere complici dell’occupazione colonialista nei territori palestinesi, alla nostra domanda: “Cosa rappresenta la militarizzazione per la società israeliana? Come si attua?” Iddo ci spiega ciò che in ambito economico, commerciale o della ricerca, viene ipocritamente definito come “dual-use”. In questo caso, però, ci si riferisce ai ruoli sociali: l’esercito in Israele è un’organizzazione pervasiva che chiede molto all’individuo singolo, ma che al tempo stesso lo ripaga in termini di riconoscimento sociale e di auto-realizzazione. “La propaganda e il peso della sfera  militare inizia fin dai primi anni di scuola” racconta Iddo, entrando più nel dettaglio. “Non solo in ambito economico, ma anche culturale. Se vuoi fare una carriera da musicista, la puoi fare in ambito militare, così come quella di giornalista, di medico, ecc.” Questo aspetto definibile come delle “porte girevoli” tra area civile e militare e viceversa, lo abbiamo illustrato anche in un precedente articolo a proposito di un generale di brigata di un corpo di élite divenuto recentemente A.D. della Checkpoint Technologies Ltd., oppure a proposito della scandalosa onorificenza conferita alla giurista costituzionalista Daphne Barak Erez laureatasi honoris causa il 16 dicembre 2024 presso uno degli atenei più sionisti della capitale, RomaTre, che non si è fatto scrupolo di premiare l’ex-colonnella pur essendo stata artefice di buona parte della “sponda” giuridica al regine di apartheid. L’IDF, insomma, ti fornisce un ruolo e un capitale sociale non indifferente; chi si rifiuta di fare il servizio militare che peraltro, negli ultimi decenni, dura non meno di tre anni per gli uomini e due per le donne, con richiami annuali di addestramento che arrivano fino a 30/40 giorni, oltre a farsi uno o due mesi di galera (ma alle volte fino a qualche anno) viene praticamente emarginato, a partire dall’ambito famigliare. “Io mi posso ritenere fortunato” precisa, infatti Iddo, facendo intendere però di essere un’eccezione “perché i miei genitori, a differenza di altri, non si sono mai vergognati di me, anzi mi hanno sempre appoggiato, anche nel mio attivismo politico decisamente a sinistra, ancora prima dell’età per il servizio militare. In altre famiglie però non sempre è così ed è per questo che deve intervenire Mesarvot a sostenere gli obiettori di coscienza nel loro percorso di dissidenza che prevede, tra le altre sanzioni, il carcere.” I numeri non sono elevati e si contano in poche decine i casi di obiezione “totale”, o quelli che si limitano a circoscrivere il loro campo d’azione escludendo di prestare servizio in zone occupate dall’esercito.  D’altro canto “è difficile stimare quanti siano coloro che in un modo o nell’altro, alla fine risultano inidonei al servizio, i riformati, anche perché si tratta di dati che l’IDF cerca di tenere nascosti” precisa Iddo. Noi sappiamo, tra l’altro che sono migliaia i/le giovani militari in cura presso i servizi di assistenza psicologica e psichiatrica del Ministero della Difesa, mentre i casi “meno gravi” si affidano allo svago post-genocidio offerto dai tour turistici defatiganti . Non mancano poi le rappresaglie aggiuntive al carcere, perché l’ostracismo famigliare, appunto, è all’ordine del giorno, ma anche quello sociale, soprattutto se oltre al rifiuto c’è una buona dose di impegno ed attivismo politico che, come nel caso di Iddo va avanti dall’età di 14 anni. “Il governo è molto infastidito e cerca in tutti i modi di evitare che da “semplici” obiettori si diventi anche personaggi pubblici o mediaticamente in vista e quindi alla fine anche personaggi politici” afferma Ella Keidar Greenberg. “Per molti ragazzi che fin da piccoli hanno conosciuto il mondo militare, le divise, le armi, ecc. il servizio militare è un fatto del tutto naturale. Mesarvot, invece, cerca di convincerli che è possibile dire NO. Chi dice no sceglie una strada alternativa al suicidio, che negli ultimi anni ha riguardato circa una cinquantina di giovani che dopo i tre anni di servizio non hanno retto l’urto sul piano psicologico una volta rientrati alla vita di tutti i giorni, senza peraltro avere un’assistenza adeguata da parte delle istituzioni. La militarizzazione in Israele è sistemica, perché lo Stato punta a una vittimizzazione della popolazione che giustifichi poi il regime di apartheid e oggi anche il genocidio.” “Noi facciamo tutto questo” aggiunge Iddo “senza l’appoggio della comunità internazionale o dei singoli Paesi, per fare pressione sui loro governi affinché il genocidio e il regime di apartheid finiscano. Noi siamo col popolo palestinese, al suo fianco nelle lotte di resistenza sul campo, contro gli attacchi dei coloni e dell’esercito in Cisgiordania perpetrati da Israele con l’appoggio degli USA, di cui Israele è una colonia”. Oltre ad alcuni esponenti della sinistra “radicale”, all’incontro svoltosi presso la pluri-affrescata sala Zuccari del Senato della Repubblica a Palazzo Giustiniani, è intervenuta anche Luisa Morgantini, già Vicepresidente del Parlamento Europeo ed eurodeputata, da sempre in prima linea sul fronte della difesa dei diritti umani, che ha tenuto a precisare, stigmatizzando l’accusa di strumentalizzazione da parte del governo di Netanyahu  degli attivisti obiettori di coscienza “accusati di essere un prodotto della normalizzazione democratica dello Stato ebraico, alla ricerca disperata di mantenere la medaglia dell’unica democrazia in Medio Oriente: “Questi ragazzi, in realtà, sono in prima linea. Prendono le botte al fianco dei palestinesi! Parliamo quindi di co-resistenza e non di normalizzazione!” Proprio per confermare le parole di Luisa Morgantini, Ella ha poi ribadito che anche se questa cosiddetta democrazia oggi li lascia di fatto liberi anche di circolare, loro non si sentono affatto liberi. “Non ci sentiremo liberi” ha concluso Ella “fino a quando non lo saranno anche i palestinesi. Oggi la società israeliana è polarizzata, ma anche quella parte che è contro Netanyahu in realtà non è contraria all’apartheid. Pur non amando Hamas abbiamo ben presente, poco dopo il 7 ottobre, l’offerta che questa ha fatto al governo di Tel Aviv per lo scambio degli ostaggi in cambio dei prigionieri palestinesi: non se ne fece nulla perché al governo serviva una valida scusa per attuare tutto ciò che ha fatto subito dopo e sta continuando a fare anche oggi, dopo oltre due anni”. Stefano Bertoldi
December 12, 2025
Pressenza
La disobbedienza che ripara il mondo
Solo la pressione internazionale può fermare Israele, come ha fermato l’apartheid in Sudafrica. E se i governi sono complici, chi farà pressione su di loro? Io e te, noi, il popolo, a partire da ragazzi come Ella e Iddo di Mesarvot, come Daniel di Tikkun – diaspora ebraica decoloniale, come i nostri figli che si rifiutano di sottostare alle logiche securitarie, alla militarizzazione della società scolastica e civile, alla contraffazione della Storia nei libri di testo, alla censura, alla manipolazione, alla menzogna diffusa con vanto da una classe politica che ostenta strette di mano sporche di sangue. In Israele come qui, dovunque sia il qui. Ella, Iddo e Daniel li ho incontrati ieri sera nel profondo nord Italia, a Morbegno in Valtellina, nell’aula magna di un liceo gremita di gente di ogni età, introdotti da Antonio Scordia, responsabile Nord Africa e Medio Oriente di Amnesty International in un evento organizzato da AssopacePalestina, Amnesty appunto e GIT Bancaetica. Ella e Iddo sono obiettori di coscienza, attivisti anti-colonialisti e comunisti. Iddo è segretario di partito e Ella membro del consiglio, hanno 18 e 19 anni. Non so quanti anni abbia Daniel, probabilmente una ventina appena compiuti, ha lo sguardo lucido e le idee chiare. Nel suo intervento contrappone il DdL Gasparri (recente disegno di legge proposto al Senato italiano in cui si equipara l’antisionismo all’antisemitismo) alla Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo in cui al paragrafo C punto 2 si dichiara: “Non è antisemita sostenere intese che accordino piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare.” E al punto 4: “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sono forme comuni e nonviolente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso di Israele non sono, in sé e per sé, antisemite.” Daniel ricorda il valore della memoria di tutti i genocidi e il valore universale di quel Mai più, che ogni anno ripetiamo. “Israele è un esercito con uno Stato più che uno Stato con un esercito”, dichiara Ella. Una dichiarazione che fa effetto perché non siamo più abituati all’onestà esplicita. È dalla sua fondazione che Israele basa la gran parte delle transazioni di import ed export sul commercio di armi e dispositivi di intelligence militare. E a quanto sembra, è quello a cui l’Unione europea ambisce perché finora, la morte fa più soldi della vita. Iddo racconta cos’è l’educazione scolastica israeliana, intesa come manipolazione cognitiva che innesca vulnerabilità e insicurezza. Sembra di vedere un film: Innocence. De-umanizzare l’altro diventa necessità collettiva, così come armarsi e aggredire, nell’allucinazione distopica, si trasformano in strategia di difesa. E allora l’intera società si struttura sulla carriera militare, presentata come un’opportunità stimolante, viatico di realizzazione di talenti e aspirazioni in qualsiasi ambito, a partire dalla rock-band delle IDF che ti farà diventare una pop star o l’editoriale che ti trasformerà in un giornalista da talk-show. Quanto è bizzarra la società israeliana… Quanto la nostra, dovunque abitiamo. In Italia ad esempio, un liceo a caso: settembre, incontro con le forze di polizia; ottobre, invito a partecipare a un programma di formazione extrascolastica tutorato da Leonardo, la stessa denunciata alla corte penale internazionale per complicità in genocidio; novembre, incontro con i carabinieri per avventurarsi alla scoperta della criminologia; dicembre, la proposta di un campo estivo militare, il corso Audacia 2026. Ella, Iddo e Daniel lo dicono apertamente, l’escalation di violenza, di repressione, l’incedere della struttura della manipolazione, del controllo e della militarizzazione non si fermeranno né in Palestina né altrove finché godranno dell’impunità internazionale e finché ce ne staremo rintanati a guardare in diretta lo sgretolamento    della società di diritto. E allora? Conclude Ella: chiediamo la liberazione di Marwan Barghouthi, l’unico leader palestinese in grado di sostenere la pace tra Israele e Palestina e dialogare costruttivamente con la comunità internazionale. Boicottiamo, denunciamo, manifestiamo, mettiamoci i corpi e la faccia. Si. Facciamo come Ella, Iddo e Daniel, facciamo come i nostri ragazzi, che quando si aprono al mondo e non si riconoscono in quello che trovano si confrontano, si cercano, si informano e si uniscono. Ella e Iddo in Israele, noi e i nostri ragazzi negli Stati alleati e complici. Giada Caracristi
December 7, 2025
Pressenza
Germania: “Obiettiamo perché la pace richiede coraggio”
Nella notte tra giovedì 4 e venerdì 5 dicembre gli attivisti della campagna Wir verweigern! (Obiettiamo!) hanno modificato alcuni manifesti dell’esercito tedesco per richiamare l’attenzione sul diritto all’obiezione di coscienza e contrastare la propaganda a favore della guerra e della violenza. “Per me, che sono giovane, è inquietante vedere ovunque questa pubblicità a favore della guerra, una guerra in cui lo Stato vuole mandarmi con il servizio militare obbligatorio. La mia vita non è una vostra risorsa!”, spiega uno degli attivisti. Wir verweigern! è una campagna di un gruppo giovanile che invita alla disobbedienza civile di massa e oppone resistenza al riarmo e al servizio militare obbligatorio. All’inizio di settembre gli attivisti hanno scritto con lo spray sulla parete esterna dell’asilo nido del Bundestag: «Obbligate anche i vostri figli a uccidere?». Scritte in bianco: Fai quello che conta davvero. 70 motivi per l’esercito tedesco. Perché non possiamo cedere ad altri la responsabilità. Trova i tuoi motivi. 70 anni dell’esercito tedesco. Scritta in rosso su “responsabilità”: uccidere. Scritte in bianco: Perché i diritti fondamentali non si difendono da soli. Trova i tuoi motivi. 70 anni dell’esercito tedesco. Scritta in rosso su “diritti fondamentali”: Capitalisti. La protesta contro il servizio militare obbligatorio sta crescendo. Organizzazioni giovanili e studentesche di tutta la Germania invitano oggi, venerdì, a uno sciopero nazionale contro la visita medica obbligatoria. Uno degli attivisti ha commentato: «Non vogliamo morire per uno Stato che non si prende cura di noi. Le nostre scuole e le nostre università stanno cadendo a pezzi, le nostre pensioni stanno svanendo e stiamo vivendo il pieno impatto della catastrofe climatica. Come se non bastasse, ora dovremmo anche uccidere ed essere uccisi in prima linea per gli interessi di potere di altri. Ma siamo chiari: rifiuteremo il servizio militare». Comunicato stampa widerstands-kollektiv.org del 5 dicembre 2025 Pressenza Berlin
December 5, 2025
Pressenza
Contro il ripristino del servizio militare anche in Italia. Campagna di Obiezione alla guerra
Ci avviciniamo alla fine dell’anno 2025, momento di consuntivo anche per la Campagna di Obiezione alla guerra, sia per quanto riguarda il “fronte italiano” con la raccolta e la consegna delle Dichiarazioni di obiezione di coscienza, sia per quanto riguarda i “fronti di guerra” con le relazioni con i nostri partner in Israele e Palestina (Mesarvot, New Profile, CPT-Palestine), in Ucraina (Movimento Pacifista Ucraino), in Bielorussia/Lituania (Our House), in Russia (Movimento degli Obiettori di Coscienza Russi) e con il lavoro di rete con la War Resisters’ International e l’Ufficio Europeo per l’Obiezione di Coscienza (Ebco-Beoc). Dichiarazioni di obiezione di coscienza Purtroppo soffia forte il vento di guerra. I governi europei vogliono che i popoli si preparino, reintroducendo il servizio militare obbligatorio per i giovani. L’ultima in ordine di tempo a ripristinare la leva è stata la Croazia, che segue la decisione già presa in Norvegia e Svezia. La Francia sta spingendo per allargare il reclutamento per il servizio militare volontario, come sta avvenendo anche nei Paesi Bassi. La Germania ha approvato una legge che facilita il reclutamento, per ora volontario, nelle file dell’esercito e la leva obbligatoria se non bastassero i volontari. E in Italia? Il dibattito è aperto e già si parla di attivare una forza di riserva, per arrivare a un modello autonomo di difesa militare europea che considera la possibilità generalizzata di un servizio militare per donne e uomini come obiettivo di adeguamento numerico delle forze armate. Questo prospettiva è gravissima. La nostra risposta è l’obiezione di coscienza. Il rifiuto, anche preventivo, di partecipare a qualsiasi forma di preparazione della guerra prossima ventura. Rifiuto del servizio militare, rifiuto della militarizzazione nell’informazione, nella cultura, nelle scuole e nelle università, rifiuto delle spese militari, rifiuto della generalizzata “chiamata alle armi”. Tutto questo lo possiamo fare a partire dalla firma della Dichiarazione di obiezione di coscienza. Dal 1° marzo 2022 al 15 dicembre 2023 abbiamo raccolto 2.165 dichiarazioni (947 in cartaceo, 1.218 tramite il modulo) che abbiamo consegnato alla Presidenza del Consiglio a Palazzo Chigi. Dal 1° gennaio 2024 al 18 maggio 2025 abbiamo raccolto altre 5.306 dichiarazioni (2.866 in cartaceo e 2.440 attraverso il modulo telematico) che il 20 maggio 2025 abbiamo inviato al Presidente della Repubblica chiedendo nel contempo un incontro per illustrare i contenuti costituzionali della nostra Campagna. Il 7 novembre dal Quirinale ci è stato comunicato che: -il Presidente è informato della nostra iniziativa; -gli uffici hanno preso atto di quanto da noi inviato; -le firme sono state ricevute e protocollate; ma l’incontro non viene concesso. Ne prendiamo atto, con dispiacere per un’occasione persa dalla massima istituzione della Repubblica. Fino ad oggi abbiamo inviato alle istituzioni un totale di 7.471 dichiarazioni. La raccolta prosegue e il nostro prossimo obiettivo è la consegna di nuove Dichiarazioni direttamente al Ministero della Difesa, sottolineando la richiesta di istituzione di un Albo dove siano elencati tutti gli uomini e tutte le donne che obiettano alla guerra e alla sua preparazione, che non potranno essere arruolati per servizi militari e armati. Dai fronti di guerra  Israele/Palestina La distruzione di Gaza ha determinato una crescita senza precedenti nel numero degli obiettori israeliani e un cambiamento radicale nella loro identità politica. Prima della guerra, gli obiettori alla leva costituivano un piccolo gruppo etichettato come “traditore” dall’opinione pubblica dominante. Oggi il rifiuto non è più un fenomeno marginale. Molti giovani si rivolgono alla rete Mesarvot, in cerca di aiuto per evitare una complicità in crimini di guerra, così come un numero crescente di soldati attivi, anche di reparti da combattimento, chiedono assistenza per rifiutare la destinazione a Gaza. La crisi è visibile anche all’interno dell’esercito con l’aumento di disertori, riservisti e nuovi obiettori haredi (ultra-ortodossi) che scelgono il carcere piuttosto che la partecipazione alle stragi. La rete Mesarvot sostiene sia gli obiettori totali (ne segue circa 200), sia gli obiettori selettivi, che si oppongono esclusivamente ai crimini di guerra o all’occupazione di Gaza, come coloro che hanno prestato servizio finora ma la cui coscienza impone un’immediata interruzione e anche gli ortodossi haredi, che ritengono religiosamente proibita la partecipazione alla guerra. Il sostegno legale, politico ed emotivo che Mesarvot fornisce è essenziale per la sopravvivenza del movimento per l’obiezione di coscienza in Israele, Cisgiordania e Gaza. Ucraina, Russia e Bielorussia In Ucraina aumenta il numero degli obiettori di coscienza perseguitati, specialmente tra i maschi arruolati con la forza. Caso esemplare quello dell’avventista del settimo giorno e obiettore di coscienza Andrii Skliar, che è stato sottoposto a tortura da parte dei reclutatori militari e arruolato con la forza nel novembre 2024. Gli hanno rotto il naso, torto il mignolo, lo hanno strangolato fino a fargli perdere conoscenza. Attualmente è ancora detenuto presso il centro di addestramento militare di Desna, nonostante le ripetute richieste di rilascio da parte della Conferenza di Kyiv della Chiesa Avventista. Andrii continua a rifiutare di portare armi, prestare giuramento militare, indossare l’uniforme, nonostante la pressione e le violenze continue. E come lui molti altri che il Movimento Pacifista Ucraino e in particolare il suo segretario Yurii Sheliazenko, anche lui sotto processo, continuano a difendere sia con dichiarazioni pubbliche sia sul piano legale. In Russia migliaia di ragazzi si rifiutano di prestare servizio e andare al fronte in Ucraina, affrontando persecuzioni, prigionia o esilio. Il Movimento degli Obiettori di Coscienza Russi (StopArmy) fornisce loro assistenza legale. Sostenere gli obiettori di coscienza in Russia significa sfidare il militarismo. Ci chiedono aiuto per continuare il lavoro in esilio e rafforzare la capacità di comunicazione e advocacy con le istituzioni nazionali ed europee. In Lituania il lavoro di Our House e di Olga Karach a favore degli obiettori bielorussi continua quotidianamente. Dopo la nostra missione estiva a Vilnius, stiamo supportando la diffusione delle storie e la difesa legale di alcuni casi critici, tra cui quello di Hleb Smirnou, obiettore di coscienza e programmatore. Dopo aver assistito e partecipato alle proteste e alla repressione del 2020 in Bielorussia, è fuggito in Lituania, che lo ha classificato come “minaccia alla sicurezza nazionale”. Per tre anni il sistema lo ha torturato: ha perso la Carta Blu e quindi il diritto di lavorare, è stato minacciato di espulsione in Bielorussia — cosa estremamente pericolosa per lui, avendo partecipato alle proteste — e ha trascorso questi anni senza documenti, senza casa, senza assistenza medica, cercando di sopravvivere con piccoli lavori illegali. Da una condizione professionale privilegiata è stato spinto ai margini estremi della società. È attesa molto presto una decisione sulla sua domanda di asilo. Temiamo che le possibilità di successo siano quasi zero. Abbiamo analizzato altri 101 casi simili e dobbiamo fare pressione sulla Lituania affinché conceda uno status legale, o almeno l’asilo, che permetta loro di vivere normalmente e poi trasferirsi in altri Paesi UE quando sarà possibile. Raccolta e utilizzo fondi in Italia Fino ad oggi la Campagna ha raccolto 106.562,73 € donati da singoli e gruppi, arrivati con donazioni volontarie tramite bonifici, oppure raccolti durante iniziative o ai tavoli per le raccolte firme. Una parte di questi fondi è stata così utilizzata: 5.023,00 € in Ucraina per sostegno alla difesa legale degli obiettori e per aiuti umanitari; 4.000,00 € a sostegno degli obiettori russi; 7.840,00 € a Our House, in Lituania, a sostegno delle spese legali degli obiettori bielorussi; 3.070,00 € sono stati destinati a Mesarvot e a CPT-Palestine; 5.000,00 € per le spese legali degli obiettori israeliani sono in corso di trasferimento; 25.213,25 € sono stati utilizzati per le due missioni di pace in Ucraina nel 2022 (Carovana di pace e missione legale dell’avvocato Canestrini), per i due tour in Italia realizzati nel 2023 (tre rappresentanti degli obiettori russi, ucraini, bielorussi) e 2024 (con 4 esponenti degli obiettori israeliani e resistenti palestinesi), per la missione di pace in Lituania (incontro con Our House e gli obiettori bielorussi), e per l’organizzazione di iniziative di conoscenza e aggiornamento della situazione degli obiettori nei diversi paesi, con testimonianze dirette. 5.725,22 € sono stati utilizzati per strumenti comunicativi e di diffusione della Campagna stessa, e 6.000,00 € sono stati necessari, in tre anni, per lavoro di coordinamento, segreteria, organizzazione. Nel fondo di solidarietà della Campagna restano 47.328,00 €, non sufficienti per coprire i progetti per il 2026, che sommano a 100.000,00 €, richiestici dai nostri partner nonviolenti in Israele/Palestina e Ucraina/Bielorussia/Russia anche a sostegno delle loro organizzazioni (stampa, spostamenti, affitto sedi, strumenti e comunicazione, ecc.) che spesso lavorano in condizioni estreme. La nonviolenza costa, anche se immensamente meno della guerra. Contribuisci con un versamento su IBAN IT35 U 07601 117000000 18745455, intestato al Movimento Nonviolento, causale “Campagna Obiezione alla guerra”. Grazie. Dobbiamo raccogliere altri 50.000,00 €, che saranno utilizzati per finanziare i movimenti nonviolenti di Russia, Bielorussia, Ucraina, Israele e Palestina nelle loro attività, per garantire la difesa legale agli obiettori e disertori dei Paesi coinvolti, per organizzare le missioni di pace e solidarietà con le vittime della guerra, per ospitare in Italia esponenti nonviolenti coinvolti nel conflitto e per il lavoro di testimonianza e informazione.   Movimento Nonviolento
November 24, 2025
Pressenza
Daniel Schultz, obiettrice di coscienza israeliana: “Rifiuto di arruolarmi perché è la cosa più umana da fare”
Mi chiamo Daniel Schultz, ho 19 anni e sono cresciuta in una famiglia liberale a Tel Aviv. Durante la maggior parte della mia adolescenza, la mia attività politica si è sviluppata nell’organizzazione giovanile Yesh Atid, dove ho adottato la convinzione fondamentale che l’IDF sia l’esercito più morale del mondo e che tutte le sue azioni siano giustificate. A 16 anni ho iniziato a studiare in una scuola mista israeliana e palestinese. L’oppressione subita dai miei compagni di classe palestinesi mi ha rivelato la falsità della visione del mondo in cui ero cresciuta e mi ha fatto capire che l’uniforme che credevo proteggesse tutti, dal fiume al mare, era in realtà la più grande minaccia per i miei compagni di classe e un simbolo della loro continua oppressione. Pertanto, ho deciso di rifiutare l’arruolamento. Il mio rifiuto non è un atto eroico. Non mi rifiuto perché credo che la mia azione individuale cambierà la realtà, e non penso che le mie scelte come israeliana meritino un’attenzione centrale nella discussione sulla liberazione palestinese. Mi rifiuto perché è la cosa più umana da fare. Di fronte a bambini morti di fame, interi villaggi sradicati con la violenza e civili mandati nei campi di tortura, non c’è altra scelta. La società israeliana nel suo complesso ha un ruolo nel plasmare l’orribile realtà del popolo palestinese. Non è “complicato”, non ci sono “eccezioni alla regola” e i discorsi sull’innocenza o la moralità degli individui in una società la cui essenza è lo spargimento di sangue e la supremazia razziale sono irrilevanti. Il discorso intra-israeliano ha sempre condizionato la libertà del popolo palestinese, persino il suo diritto all’esistenza, in base al suo effetto sulla sicurezza israeliana. La destra dichiara che solo l’occupazione e la costruzione di insediamenti garantiranno la sicurezza e la retorica della sinistra sionista proclama che “solo la pace porterà la sicurezza!” La resistenza dei palestinesi alla loro oppressione e al loro status di colonizzati è sempre vista come una sfida a tale sicurezza ed è seguita da atti di vendetta, commessi dallo Stato di Israele e sostenuti ciecamente dalla società israeliana. A Gaza, in Cisgiordania e nei 48 territori interni, lo Stato di Israele e i suoi cittadini impongono un regime da incubo al popolo palestinese, mentre l’opinione pubblica israeliana dominante ritiene che ogni misura di questo tipo sia una “necessità di sicurezza”. Un Paese la cui sicurezza richiede lo sterminio di un altro popolo non ha diritto alla sicurezza. Un popolo che decide di commettere un olocausto su un altro popolo non ha diritto all’autodeterminazione. Un collettivo politico che sceglie di cancellare un altro popolo non ha diritto di esistere. Gli israeliani che portano le armi non sono gli unici responsabili dell’oppressione del popolo palestinese. È vero, sono loro che massacrano, affamano, giustiziano, colonizzano, reprimono, ripuliscono e cancellano interi quartieri, città, popolazioni. È vero, senza di loro l’Olocausto di Gaza non sarebbe potuto accadere e sono direttamente colpevoli di crimini contro l’umanità. Ma quelli in uniforme non sarebbero in grado di commettere crimini così gravi senza il sostegno inequivocabile della società civile israeliana. Dopo 77 anni di occupazione e due anni di genocidio a Gaza, la società israeliana continua a incoronare i suoi soldati come eroi. Invece di ostracizzare gli assassini, li celebriamo, li salutiamo e diamo il via libera al loro ritorno alla vita come civili apparentemente normali. Il genocidio di Gaza ha avuto un impatto anche sulla società israeliana, ma invece di ribellarsi, le ONG civili hanno fatto di tutto per adattarsi alla situazione. Il sostegno alle famiglie dei riservisti, la ristrutturazione dei rifugi, le sale operatorie civili, tutto questo per ridurre al minimo il prezzo che gli israeliani pagano per il genocidio. Invece della disobbedienza civile, abbiamo creato un sostegno civile. Invece di resistere al genocidio, i critici del governo si lamentano dell’efficienza nella gestione della “guerra”. Invece di rifiutare l’arruolamento, competono nel numero di giorni di servizio da riservisti. L’opposizione e i gruppi di protesta dichiarano “non in nostro nome” e contemporaneamente salutano l’IDF e i suoi combattenti. Da quando è stato firmato l’accordo di cessate il fuoco, Israele lo ha violato decine di volte. Anche se la diminuzione delle uccisioni quotidiane mi dà un enorme sollievo, le immagini di bambini morti di fame, interi villaggi sradicati con la violenza e civili mandati nei campi di tortura non sono cessate. Lo stesso accordo, concepito fin dall’inizio per placare Israele e gli Stati Uniti – i diretti responsabili del genocidio – viene violato all’infinito. Questo accordo non aveva lo scopo di migliorare la situazione dei gazawi e nel suo nucleo ha un unico obiettivo: mantenere la superiorità di Israele al prezzo del sangue della Palestina. Una società capace di questi atti è malata. In tutto il mondo vediamo superpotenze che “difendono” i loro confini inventati con una forza sproporzionata ed eserciti assassini. Il militarismo e la normalizzazione dell’integrazione dell’esercito nella società civile rendono queste società più violente e causano danni irreparabili al loro tessuto umano. La loro nazionalità serve come scusa per opprimere e annientare altre nazioni e come causa di guerre sanguinose. Lo Stato di Israele e l’idea sionista alla sua base sono un esempio di quello stesso sadico sciovinismo nazionale. Tutte le sue istituzioni, dall’IDF all’Autorità per la natura e i parchi, sono afflitte da omicidi e sete di sangue. Questa piaga non deriva dal genocidio di Gaza, ma da 77 anni di occupazione e apartheid e dalla loro ideologia dominante. La società israeliana non ha alcuna possibilità di riabilitazione fintanto che il sionismo rimarrà il suo principio di base. Daniel Schultz si è presentata domenica mattina all’ufficio di reclutamento di Tel Hashomer e ha annunciato il suo rifiuto di prestare servizio nell’esercito per protestare contro il genocidio e l’occupazione. Ha agito legalmente ed è stata condannata a 20 giorni di prigione. Con una mossa insolita, dopo il processo, Schultz è stata mandata a casa in attesa della riunione del comitato che si occupa dell’obiezione di coscienza. Mesarvot
October 29, 2025
Pressenza
Gli obiettori di coscienza israeliani Roman Levin e Itamar Greenberg arrestati per la loro protesta al confine con Gaza
Gli obiettori di coscienza israeliani Roman Levin e Itamar Greenberg sono ancora in arresto insieme a un altro compagno per la protesta di due giorni fa al confine con Gaza e per il loro tentativo di rompere l’assedio. “Itamar e Roman, insieme a decine di altri attivisti – molti dei quali membri di Mesarvot – stavano compiendo il loro dovere umano fondamentale di lottare contro il genocidio. Hanno marciato lungo i confini di Gaza mentre intorno a loro si sentivano i bombardamenti, nel disperato tentativo di porre fine alla distruzione. Ora devono affrontare gravi accuse da parte di un regime vendicativo” ha dichiarato la rete di obiettori di coscienza Mesarvot.   Mesarvot
October 5, 2025
Pressenza
L’obiettrice di coscienza israeliana Yona Rosemann condannata a 30 giorni di prigione militare
Ieri, 17 agosto, Yona Rosemann (19 anni, di Haifa) è stata condannata a 30 giorni di prigione militare per il suo rifiuto di arruolarsi nell’esercito israeliano, che sta commettendo un genocidio a Gaza. La polizia israeliana ha disperso brutalmente la manifestazione di sostegno a Yona, organizzata dalla Rete Mesarvot davanti al campo di reclutamento di Haifa, arrestando 10 attivisti, che sono stati poi rilasciati. Mesarvot
August 18, 2025
Pressenza