Villaggio delle Rose, lettera aperta degli abitanti a Beppe Sala, sindaco di Milano
Siamo i Rom italiani del “campo di via Chiesa Rossa” che noi chiamiamo Villaggio
delle Rose perché per noi non è un campo. Siamo Rom di origini croate – 70
famiglie, 250 persone dai fascisti durante la Seconda Guerra Mondiale nei campi
di internamento in Sardegna. Tra i nostri nonni e genitori ci sono partigiani
come Tzigari della brigata Osoppo. Abbiamo avuto internati nei campi di
sterminio di Dachau e altri.
Siamo arrivati a Milano negli anni ’60 e abbiamo lavorato alla costruzione della
montagnetta di San Siro. Dopo diversi spostamenti in città nel 2000 il Sindaco
Albertini decise di assegnarci questo spazio con un regolamento a tempo
indeterminato. Ci sembrava un sogno: a ogni famiglia è stata data una piazzola e
un bagno dicendoci che potevamo posizionare roulotte, case mobili o case
prefabbricate. Abbiamo pensato: “Finalmente un posto per il nostro futuro dove
far crescere i figli!”
Sono passati 26 anni, le cose sono andate un po’ bene, un po’ male. Non neghiamo
che ci siano stati problemi, ma ci sono state anche cose belle. Abbiamo
costruito un monumento al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti durante la
seconda guerra mondiale, il primo in Italia. Ogni 27 gennaio le associazioni di
zona, come l’ANPI, depongono una corona di fiori sul monumento il preside della
scuola vicina partecipa con più di 100 bambini alla cerimonia.
Da Pisapia in poi abbiamo preso una posizione politica chiara, abbiamo scelto e
votiamo a ogni elezione il centro sinistra perché lo credevamo più attento a
rispettare le identità e le differenze. Abbiamo ospitato dibattiti politici nel
nostro villaggio con figure come Emanuele Fiano e Cecilia Strada, oltre a
candidati sindaci, presidenti di zona e consiglieri.
Non vogliamo idealizzare il Villaggio. Ci sono stati problemi, anche gravi, ma
le responsabilità individuali non possono diventare una condanna collettiva.
Disperdere le famiglie in diversi quartieri non risolve quei problemi, ma ne
crea altri più gravi: a parte la reazione ostile degli altri abitanti –
“arrivano gli zingari” – si rompono i legami familiari, i rapporti con la scuola
e perderemo la nostra lingua, patrimonio della nostra minoranza.
Non comprendiamo perché una comunità che chiede di assumersi responsabilità
anziché dipendere dall’assistenza pubblica debba essere dispersa proprio in nome
dell’inclusione.
Quando la Giunta ha deciso di “superare” il campo nel dicembre 2024, abbiamo
proposto un’alternativa concreta: una cooperativa di abitanti a proprietà
indivisa, con un progetto urbanistico per trasformare il Villaggio, adeguare le
strutture e assumere direttamente la responsabilità della gestione. Il Comune ha
aperto un tavolo ufficiale e riconosciuto il valore della proposta, ci siamo
organizzati, abbiamo costruito il progetto con lo studio La Varra, preparato lo
statuto, raccolto fondi.
Intanto il Comune proponeva alle famiglie degli alloggi provvisori (case SAT).
Molti hanno firmato per paura di finire in mezzo una strada e comunque hanno
mantenuto l’adesione alla cooperativa.
Nel 2025 in previsione dell’uso residenziale del terreno il Comune ha fatto una
verifica parziale sull’inquinamento, in base alla quale ha poi chiesto ad Arpa
un esame completo, dicendoci che dovevamo allontanarci e che dopo la bonifica
saremmo potuti tornare. Noi abbiamo chiesto di fare la verifica, la
caratterizzazione del terreno, senza espulsione delle famiglie che non vanno
nelle case SAT e in base ai risultati si sarebbe saputo che fare.
Gli assessori ci hanno detto che in base alle prescrizioni di ARPA era
“imprescindibile” sgomberare completamente l’area per effettuare la
caratterizzazione del terreno e che dopo i sondaggi non sarebbe stato possibile
rientrare.
Abbiamo chiesto chiarimenti direttamente ad ARPA, che ci ha detto che loro
eseguono le caratterizzazioni senza allontanare nessuno, purché siano garantite
le condizioni di sicurezza degli operatori e il terreno sia sgombero dai
“rifiuti”, non dai rom. ARPA non ha prescritto lo sgombero generalizzato che ci
è stato presentato come tecnicamente obbligatorio.
Abbiamo chiesto un incontro di chiarimento con gli assessori, ma non abbiamo
avuto risposta. Abbiamo incontrato consiglieri e capi gruppo, per spiegare la
situazione e trovare una soluzione di buon senso. Ci fanno sapere che è stata
chiesto al prefetto di Milano lo sgombero delle nostre famiglie.
Noi siamo sempre stati in buona fede nel lungo percorso della trattativa,
abbiamo creduto alla condivisione del progetto di cooperativa come una soluzione
innovativa e positiva per la nostra comunità e per l’amministrazione. Perché
dirci cose non vere? Lo sgombero significa che due anni di discussione sulla
cooperativa coprivano solo la volontà di chiudere il “campo”?
Quando si parla di Rom, basta dire criminalità, sicurezza, bambini che non vanno
a scuola e tutti fanno un passo indietro. Siamo abituati a essere tutti
colpevoli degli errori dei singoli, ma non siamo tutti uguali e vogliamo
rispetto per quello che ciascuno di noi è. E poi, se fossimo tutti criminali è
meglio tenerci in un posto controllabile o disperderci nelle periferie milanesi?
Signor sindaco, se è ancora valida la soluzione cooperativa, perché non si fa la
caratterizzazione del terreno senza sgomberare nessuno e dopo, in base a
risultati certi, si decide cosa fare di noi e del nostro progetto?
Milano vive una gravissima emergenza abitativa. Perché destinare 70 alloggi SAT
a famiglie che hanno già una casa regolare e hanno proposto di realizzare
autonomamente la propria soluzione abitativa, mentre tante altre famiglie
aspettano un alloggio? Quale vantaggio ne ricava la città?
Infine ci sono le nostre case. Sono abitazioni mobili e prefabbricate,
acquistate e migliorate negli anni, sulle piazzole assegnate dal Comune.
Rappresentano il principale patrimonio economico costruito in una vita.
Nell’ordinanza si prevede che i beni lasciati nell’area siano considerati
abbandonati e smaltiti. Ma come si può considerare abbandonato un bene che il
proprietario è costretto a lasciare?
Signor Sindaco, non chiediamo privilegi e non ci opponiamo al cambiamento.
Chiediamo che venga riconosciuta la nostra capacità di scegliere e costruire il
nostro futuro, senza dover rinunciare alla nostra identità e alla vita
comunitaria.
Le chiediamo di aiutarci, di sospendere lo sgombero e, se può, di incontrarci
per verificare concretamente le alternative, la tutela della nostra comunità,
delle nostre abitazioni e la possibilità di realizzare la cooperativa non con
soluzioni violente, ma di buon senso.
Gli abitanti del Villaggio delle Rose
Redazione Milano