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Iran, Russia e non solo: l’architettura della repressione digitale
Immagine in evidenza rielaborata con AI Mentre il conflitto si estende in Iran, dal 28 febbraio le autorità della nazione mediorientale hanno attuato una nuova chiusura di internet, che segue quella avvenuta durante le proteste di gennaio e che sta lasciando circa 90 milioni di persone senza accesso alle comunicazioni. Secondo quanto riporta l’associazione di giornalismo investigativo Netblocks, il giorno in cui è scoppiata la guerra la connettività Internet in Iran è scesa al 4%, segnando l’inizio di un blackout che persiste tuttora e che ha ormai superato le 100 ore. Situazione blackout internet in Iran fino al 5 marzo: fonte Netblocks.org Questo blocco si sta verificando nel bel mezzo di un conflitto armato, rendendo estremamente difficoltosa la raccolta di informazioni da parte dei giornalisti all’estero e delle organizzazioni per i diritti umani. Ad oggi i dati mostrano che l’Iran sta attraversando una sospensione totale di Internet, con la connettività che si aggira intorno all’1%. Il blocco digitale di gennaio rimane però, al momento, il più sofisticato e devastante nella storia dell’Iran, superando anche quello del 2019, che all’epoca era stato descritto dagli esperti come il più grave mai affrontato dal paese. L’8 gennaio le persone si sono ritrovate nel giro di pochi minuti impossibilitate a chiamare o inviare messaggi, sia all’interno che all’esterno dell’Iran, con Internet e le linee telefoniche completamente interrotte. Questa misura è stata adottata dalle autorità iraniane per impedire la diffusione delle notizie sul massacro compiuto dalle forze di sicurezza in risposta alle numerose proteste contro il regime e per bloccare la possibilità di coordinamento delle rivolte (secondo il Time, solo tra l’8 e il 9 gennaio potrebbe essere state uccise dalle forze di sicurezza oltre 30mila persone). Questo shutdown ha segnato una svolta radicale nel livello di censura imposto dal governo iraniano. Secondo il report IRAN: 2026 Shutdown Technical Analysis, pubblicato da FilterWach, la disconnessione di gennaio non si è limitata a bloccare l’accesso ai siti stranieri e ai social media – com’era invece successo durante la sospensione digitale del 2022, nel corso delle manifestazioni di “Donna – Vita – Libertà” – ma ha interessato anche l’intranet nazionale iraniana NIN (National Information Network: una intranet statale ispirata al Great Firewall cinese e al RuNet russo, progettata per separare l’internet nazionale dalla rete globale), le SIM bianche (linee di telecomunicazione che eludono il sistema di filtraggio nazionale) e le linee telefoniche fisse.  Ciò ha impedito l’accesso a servizi essenziali come pagamenti, trasferimenti di denaro, piattaforme di lavoro, logistica e coordinamento sanitario, che erano invece rimasti attivi nel 2022. Questo blackout dunque è stato totale e ha interessato anche Starlink, colpito dal tentativo delle autorità iraniane di disabilitarlo, utilizzando disturbi di tipo militare diretti contro i satelliti. L’innalzamento di questo muro di censura riflette la paranoia e il timore del regime, convinto che il sistema della Repubblica islamica possa essere minacciato dalle comunicazioni tra i cittadini; di conseguenza persino delle semplici app di ridesharing o di shopping vengono considerate una potenziale minaccia.  Questa misura non è però stata priva di conseguenze per l’economia iraniana. Il 26 gennaio, il ministro delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, Sattar Hashemi, ha comunicato che il blackout totale è costato all’economia nazionale circa 5mila miliardi di Toman al giorno. Per questo motivo, informa FilterWatch, verso metà gennaio le autorità iraniane hanno optato per l’attuazione del sistema di whitelist. DAL BLACKOUT ALLA WHITELIST Prima del blackout, i cittadini iraniani avevano bisogno di una VPN per accedere ad alcune piattaforme, siti web e app vietati e inseriti in una lista nera. Ora, con le “liste bianche”, l’approccio alla censura sembra capovolgersi, limitando ulteriormente ciò che può essere visibile e fruibile.  La whitelist è infatti un ambiente digitale restrittivo in cui l’accesso è consentito esclusivamente a un elenco predefinito e approvato di siti web, indirizzi IP o applicazioni. Tutto ciò che non è esplicitamente incluso nella lista viene bloccato. Tra le piattaforme e servizi internazionali che a metà gennaio sono stati “whitelisted”, ossia ripristinati, figurano: Google, Bing, Google Meet, Gmail, Outlook, Play Store, App Store, Apple, ChatGPT, GitHub e Google Maps. È bene però precisare che il segnale Internet non è uniforme in tutto il territorio iraniano e varia a seconda del fornitore. Per quanto riguarda i social media e le piattaforme di messaggistica, invece, Instagram, Telegram, YouTube, WhatsApp e X erano accessibili solo attraverso strumenti di elusione, presentando comunque caratteri di instabilità. L’eventualità di passare alle whitelist non è stata una decisione improvvisa, ma, al contrario, una scelta calcolata e annunciata con diverse ore di anticipo. Le analisi degli esperti di Kentik hanno dimostrato che già dalla mattina dell’8 gennaio le nuove rotte IPv6 – ovvero le informazioni che permettono a Internet di raggiungere gli indirizzi di rete – sono state ritirate, mentre la maggior parte delle vecchie rotte IPv4 è rimasta visibile all’esterno. Il mantenimento delle rotte IPv4 indica un cambiamento strategico, volto a esercitare un controllo più preciso. Questo potrebbe essere stato fatto, appunto, per limitare l’accesso esclusivamente a determinati servizi governativi selezionati attraverso whitelisting. Lo shutdown di gennaio però presenta un’altra caratteristica particolare. Oltre aver attivato le whitelist, il governo iraniano ha selezionato una serie di utenti autorizzati (media filogovernativi, università, centri di ricerca e aziende specifiche) consentendo loro una connettività limitata. A spiegare come funziona questo modello “di permessi” è stato il report di Zoomit, che ha preso come riferimento il suo uso all’interno della Camera di Commercio di Teheran.  In pratica, i commercianti sono stati obbligati a registrare fisicamente i loro biglietti da visita e gli indirizzi IP dei dispositivi, generando una “traccia digitale” che legava ogni attività a un’identità certificata. Questo processo consentiva alle autorità di sorvegliare e monitorare continuamente le azioni online dei commercianti, assicurando la tracciabilità delle operazioni per evitare attività non autorizzate o illegali. Tuttavia l’accesso a Internet risultava limitato a determinate aree fisiche dell’edificio. L’identificazione e il tracciamento presenti in questa pratica rientrano in una forma di autoritarismo digitale, confermando la natura repressiva del regime iraniano. OLTRE LA WHITELIST: IL CASO DELLA RUSSIA Il modello whitelist è diventato un potente strumento in mano ai regimi. Un altro paese che applica severe restrizioni per l’accesso a internet e dove sono state introdotte le “liste bianche” è la Russia. Esattamente come in Iran, anche in Russia le whitelist sono state adottate per limitare perdite economiche, oltre che per evitare reazioni negative da parte dei cittadini, permettendo alle persone di continuare ad accedere a piattaforme di shopping e social media.  Tuttavia, il 20 febbraio, il regime russo ha fatto un ulteriore passo in avanti in termini di censura: è stata infatti approvata una nuova misura legislativa che consentirebbe al Servizio di sicurezza federale (FSB) di bloccare Internet all’interno del paese. In pratica questa legge conferisce al presidente Vladimir Putin il potere di decidere personalmente quando le comunicazioni online dovrebbero essere interrotte, sia a livello nazionale che in specifiche regioni, comprese le zone occupate dell’Ucraina, senza dover fornire alcuna motivazione.  La legge elimina inoltre ogni responsabilità per i fornitori di servizi Internet. Questa è solo l’ultima di una serie di misure che hanno progressivamente limitato la libertà di informazione e rafforzato il controllo statale sui contenuti online. Sempre a febbraio, le autorità russe hanno infatti tentato di bloccare completamente WhatsApp, con l’obiettivo di promuovere il servizio di messaggistica Max, controllato e sostenuto dallo Stato. In Russia, come in Iran, per attuare tali provvedimenti si usa la giustificazione che rientrano all’interno di “misure per garantire la sicurezza nazionale” dovute a conflitti o minacce esterne. In realtà, dietro questa censura si cela, in maniera nemmeno troppo implicita, la volontà di eliminare e contenere il dissenso e allargare il controllo statale. INTERNET A 2 LIVELLI E APARTHEID DIGITALE  In Iran con il blackout di gennaio l’uso delle whitelist è diventato preponderante, quasi una via preferenziale. Questo modello è però incluso in un progetto statale iraniano ben più ampio e complesso, che affonda le sue radici in politiche di controllo digitale già in atto da tempo: “l’internet a 2 livelli”. Conosciuto con il nome di Internet-e-Tabaqati, appunto “internet a 2 livelli” o internet “basato su classi”, è stato ideato nel 2009, ma istituzionalizzato lo scorso luglio, quando il Consiglio Supremo del Cyberspazio dell’Iran lo ha approvato attraverso un regolamento.  In un paese come l’Iran, dove i diritti umani sono frequentemente violati, non sorprende che l’accesso a Internet sia stato quindi organizzato su base gerarchica, con il privilegio di connettersi riservato a chi appartiene a determinate classi sociali e/o professionali. Mentre la maggioranza dei cittadini viene confinata in una intranet controllata, la già citata NIN, l’accesso alla rete globale viene riservata esclusivamente a un’élite ristretta.  Senza mezzi termini si può dire che in Iran l’accesso a Internet non sia più considerato un diritto, ma un privilegio concesso dal governo. È all’interno di questa struttura che, da alcuni anni, agenzie di intelligence, operatori dei media statali, funzionari governativi, forze di sicurezza e un gruppo selezionato di individui favoriti dal regime, possono utilizzare le cosiddette “SIM bianche”, aggirando così la censura statale e accedendo a piattaforme altrimenti bloccate, quali Instagram, Telegram o WhatsApp. Questo meccanismo non solo amplifica la disuguaglianza, ma crea anche un sistema a due livelli di cittadinanza digitale, o per meglio dire di apartheid digitale. UGANDA E AFGHANISTAN, GLI ALTRI SHUTDOWN DIGITALI Mentre in Iran era in corso uno tra i più drammatici shutdown della storia, i cittadini ugandesi, pochi giorni dopo, il 13 gennaio, hanno iniziato a vivere un’esperienza simile di isolamento digitale. L’Uganda è un paese in cui, esattamente come in Iran, vige una forte repressione del dissenso; non stupisce quindi che, in concomitanza con le elezioni generali del 15 gennaio, la Commissione per le comunicazioni del governo ugandese abbia ordinato a tutti gli operatori di rete mobile e ai fornitori di servizi Internet di interrompere l’accesso pubblico alla rete nazionale, oltre che di disattivare le VPN, bloccare le chiamate internazionali in uscita dal paese e impedire l’attivazione di nuove SIM card.  Le autorità ugandesi hanno giustificato la censura citando il rischio di “disinformazione online”, “frodi elettorali” e la necessità di salvaguardare la stabilità nazionale.  Oltre alla militarizzazione dei seggi, i cittadini ugandesi sono stati impossibilitati a informarsi, comunicare e a lavorare. Il blocco digitale ha interrotto l’accesso a social media, navigazione web, streaming video, email e messaggistica, ma a differenza del blackout in Iran, i servizi essenziali come quelli sanitari, bancari, fiscali, pubblici e il portale elettorale sono rimasti attivi. Sul piano pratico questa misura ha causato enormi disagi, colpendo in particolare venditori e commercianti che utilizzano i social per promuoversi; ma anche giornalisti e insegnanti hanno subito danni: i primi non hanno potuto svolgere il loro lavoro, mentre i secondi non sono nemmeno riusciti a inviare appunti o compiti agli studenti, i quali a loro volta non hanno potuto partecipare alle lezioni online. Il blocco inoltre ha comportato un cambiamento radicale nello stile di vita di molte famiglie, che sono tornate a guardare la televisione per passare il tempo, seguendo programmi in diretta o acquistando vecchi film nei negozi. Lo shutdown è durato 5 giorni, nonostante ciò le metriche diffuse da Netblocks il 18 gennaio mostravano che l’accesso a numerose piattaforme di social media e messaggistica apparivano ancora inaccessibili.   Da quando i talebani sono ritornati al potere in Afghanistan, alle bambine con più di 12 anni è vietato ricevere qualsiasi tipo di istruzione e le lezioni online risultano perciò indispensabili. Per questo, il blackout di internet del 29 settembre 2025, e terminato il 1° ottobre, ha suscitato gravi preoccupazioni, poiché per le donne e le ragazze afghane ha comportato un ulteriore e drammatico isolamento. Già costrette a vivere ai margini della vita pubblica, con questa misura le donne e bambine hanno subito una doppia esclusione, sia fisica che digitale. I talebani non hanno spiegato ufficialmente la loro decisione, ma la chiusura è avvenuta poche settimane dopo che il gruppo islamista estremista aveva bloccato l’accesso alla rete in fibra ottica in diverse province, giustificando la misura con timori riguardo “all’immoralità”. Mentre dunque il paese cercava di risollevarsi da un devastante terremoto di magnitudo 6, il regime dei talebani ha deciso di attuare un blocco di internet: le conseguenze sono state devastanti con le comunicazioni di emergenza  interrotte, i voli bloccati, il sistema bancario paralizzato e l’impossibilità di accedere a siti di e-commerce e d’istruzione online, creando enormi difficoltà per tutta la popolazione. L'articolo Iran, Russia e non solo: l’architettura della repressione digitale proviene da Guerre di Rete.
March 5, 2026
Guerre di Rete
BOYCOTT EUROVISION!
26 febbraio: Presidio davanti alla sede RAI di Bologna Mobilitiamoci per: chiedere l’espulsione di Israele da Eurovision Condannare la RAI per la sua decisione di partecipare e per la censura imposta ai cantanti fare appello ai concorrenti di Sanremo di rifiutare l’invito ad Eurovision nel caso vincessero il festival Saremo davanti alle sedi RAI durante il festival di Sanremo per
February 26, 2026
La Bottega del Barbieri
Anna’s Archive: Robin Hood ruba, Meta incassa
di jolek78 256 milioni di canzoni Ore 03:00. Era una (un’altra…) di quelle notti, una di quelle in cui il cervello decide che dormire è un argomento sopravvalutato. Dopo la solita passeggiata notturno/mattutina per le strade di una remota cittadina scozzese – dove anche un volpino mi ha osservato con l’aria di “gli umani son tutti strani” – mi son
Sorveglianza in Iran: fuori e dentro la rete
Immagine in evidenza: proteste ad Ottawa da Wikimedia Iran: il 15 marzo, durante una cerimonia a cui ha partecipato il vicepresidente iraniano per la Scienza e la Tecnologia, Hossein Afshin, la Repubblica islamica ha presentato la sua prima piattaforma nazionale di intelligenza artificiale. Una piattaforma, la cui versione finale dovrebbe essere lanciata nel marzo 2026, basata su una tecnologia open source e su un’infrastruttura nazionale che ne garantisce l’operatività anche durante le interruzioni di internet. La piattaforma include funzionalità di base come la visione artificiale, l’elaborazione del linguaggio naturale e il riconoscimento vocale e facciale. Partner chiave della nuova piattaforma è l’Università Sharif, ente sanzionato dall’Unione Europea e da altri Paesi per il suo coinvolgimento in progetti militari e missilistici, e per intrattenere rapporti con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), o pasdaran. Il lancio di questa piattaforma giunge esattamente il giorno dopo la pubblicazione del documento delle Nazioni Unite intitolato Report of the independent international fact-finding mission on the Islamic Republic of Iran, presentato al Consiglio dei diritti umani a Ginevra il 18 marzo scorso. Il rapporto, pubblicato dopo due anni di indagini indipendenti che hanno incluso interviste a circa 285 vittime e testimoni e l’analisi di oltre 38.000 prove, rivela come le autorità iraniane, dalla fine del 2022 a oggi, abbiano intensificato l’utilizzo di sistemi di videosorveglianza, droni aerei, applicazioni informatiche e software di riconoscimento facciale per monitorare la condotta dei cittadini, in particolare delle donne e il loro uso dello hijab.  Una “condotta persecutoria verso le donne”, così viene definita nel testo, la cui fase cruciale è coincisa con l’approvazione del piano Noor, lanciato nell’aprile 2024 dal Comando di Polizia della Repubblica Islamica dell’Iran (FARAJA), teso a inasprire ulteriormente le pene per chi violava la legge sull’obbligo di indossare lo hijab. E proprio in questa occasione la Repubblica islamica ha fatto ricorso all’uso dell’applicazione mobile Nazer. NAZER, “L’HIJAB MONITOR” DELLA REPUBBLICA ISLAMICA Nazer è una parola persiana che significa “supervisore” o “sorvegliante”. L’applicazione, riferisce uno studio di Filter Watch (progetto del Gruppo Miaan, organizzazione che lavora per sostenere la libertà di internet e il libero flusso di informazioni in Iran e nel Medio Oriente), funziona esclusivamente sulla National Information Network (NIN), una intranet controllata dallo Stato modellata sul Great Firewall cinese e sul RuNet russo, che mira a isolare l’internet nazionale dalla rete globale. Nazer è accessibile sul sito web della polizia e sul canale Eitaa, un’app di messaggistica domestica. Prima di poter utilizzare Nazer, i potenziali utenti e il loro dispositivo devono essere approvati dalla polizia FARAJA. Lo scopo di questa app è quello di segnalare alla polizia le donne che all’interno delle auto non indossano lo hijab in modo appropriato. La trasgressione può essere comunicata inserendo nell’app la posizione del veicolo, la data, l’ora e il numero di targa, dopodiché partirà in tempo reale un messaggio di testo alla polizia, segnalando così il veicolo. “In Nazer non è presente una tecnologia di riconoscimento facciale, e l’app non è progettata per scattare foto di volti. È possibile però scattare foto delle targhe”, riporta lo studio di Filter Watch. A settembre 2024, riferisce un nuovo report di Filter Watch, Nazer è stata aggiornata per consentire il monitoraggio delle donne presenti in ambulanza, sui mezzi pubblici o sui taxi, suggerendo come per i funzionari governativi l’applicazione delle leggi sull’hijab siano una priorità rispetto a un’emergenza medica. L’app è inoltre dotata di nuove funzioni che in futuro potrebbero essere usate per segnalare altri tipi di violazioni, come persone che protestano, che consumano alcolici, che mangiano o bevono in pubblico durante il Ramadan, e comportamenti considerati contrari alla “moralità pubblica”. Una volta che l’auto viene segnalata, la polizia procede inviando un SMS di avvertimento al proprietario. Qualora la violazione venisse ripetuta una seconda volta, l’auto verrà sequestrata elettronicamente. Alla terza infrazione sarà sequestrata sul posto e successivamente, alla quarta infrazione, sequestrata nei parcheggi designati dalla polizia.  Ottenere dati precisi sul numero delle auto confiscate non è semplice, a causa della pesante censura che vige nella Repubblica Islamica. Si parla comunque di migliaia di veicoli sequestrati in questi mesi. A riferirlo è un recentissimo articolo apparso su Etemad, giornale riformista. L’avvocato Mohsen Borhani, sentito da Etemad, ha denunciato come questi sequestri siano illegali. Borhani ha ribadito che non ci sono statistiche esatte sul numero di sanzioni effettuate, ma sulla base delle dichiarazioni di alcuni funzionari e delle indagini sul campo afferma che a migliaia di cittadini sia stata sequestrata l’auto.  LA VIDEOSORVEGLIANZA, UN’ARMA DI REPRESSIONE Oltre l’uso di applicazioni informatiche, la Repubblica islamica ha in questi ultimi mesi inasprito l’utilizzo dei sistemi di videosorveglianza. In ottobre, sulla scia dell’approvazione della Legge a sostegno della famiglia attraverso la promozione della cultura dell’hijab e della castità, legge pubblicata il 30 novembre ma poi sospesa, è stato lanciato un nuovo sistema di videosorveglianza chiamato Saptam. La funzione di Saptam è monitorare gli spazi pubblici, in particolare gli esercizi commerciali.  Questo sistema, creato in collaborazione con la polizia locale, collega le telecamere installate nei negozi ai server cloud gestiti dal sistema nazionale di telecomunicazioni, consentendo alla polizia locale di accedere ai filmati registrati. L’implementazione del sistema Saptam, riferisce Iran News Update, ha coinvolto inizialmente 39 aziende e circa 280 gruppi commerciali. Sebbene l’introduzione di questo nuovo sistema sia stata giustificata per contrastare reati, per esempio le rapine, molti temono che questa installazione venga utilizzata anche per reprimere il dissenso e monitorare l’abbigliamento delle donne.  Alireza, direttore di una piccola azienda, ha riferito a Iran International: “Non passerà molto tempo prima che installino tali sistemi di sicurezza, o meglio strumenti di controllo statale, in tutte le aziende per far rispettare l’uso dello hijab. Le mie dipendenti non sono tenute a indossare l’hijab nei nostri uffici, ma questo non sarà più possibile se consentiremo alla polizia di accedere alle nostre telecamere, perché potrebbero chiuderci”. Mentre Saeed Souzangar, attivista per i diritti digitali, in un post su X ha denunciato: “Il prossimo passo del regime sarà installare telecamere nelle nostre case. Le aziende devono resistere a questi piani abominevoli invece di arrendersi”.  La repressione attraverso apparati tecnologici non si è arrestata: tutt’altro. A dicembre, Nader Yar Ahmadi – consigliere del ministro dell’Interno e capo del Centro per gli Affari degli Stranieri e degli Immigrati del ministero dell’Interno – ha dichiarato a l’Irna, agenzia di stampa statale, che il ministero dell’Interno utilizzerà test biometrici per individuare i cittadini illegali. Questo metodo è stato adoperato dalle autorità iraniane soprattutto per contrastare l’immigrazione proveniente dall’Afghanistan. Quanto finora esposto conferma che nonostante il cambio di governo avvenuto a seguito della morte del presidente Raisi, il nuovo presidente, Masoud Pezeshkian, eletto a luglio, ha continuato ad attuare una pesante e sistematica repressione verso i cittadini e le cittadine, oltre che un vigilantismo informatico e tecnologico sponsorizzato dallo Stato. IL CONTROLLO NELLO SPAZIO DIGITALE E L’USO DELLE VPN La repressione perpetuata dalla Repubblica islamica non si limita agli spazi fisici, ma include anche un controllo sistematico dello spazio digitale. “Dopo aver imposto blocchi a internet durante le proteste e aver sviluppato la propria National Internet Network, lo Stato ha continuato a limitare l’uso di applicazioni mobili impegnandosi in una sorveglianza diffusa. Questi strumenti non sono stati utilizzati solo per restringere la libertà di opinione ed espressione, ma anche per monitorare e prendere di mira i cittadini, tra cui attivisti e giornalisti, oltre che per intimidire, soffocare il dissenso e mettere a tacere le opinioni critiche”, informa il report UN.  Le autorità iraniane hanno varato specifiche misure per impedire ai cittadini di comunicare liberamente e poter accedere a contenuti non sottoposti a censura. Nel febbraio 2024, il Consiglio supremo del cyberspazio ha per esempio vietato l’uso senza un permesso legale delle VPN (reti private virtuali). Una mossa che è servita al governo per aumentare la propria sorveglianza interna, consentendogli di raccogliere informazioni sugli utenti, nonché di tracciare le loro comunicazioni via internet e le loro attività online. Ciò è stato reso possibile anche perché, al posto delle VPN, gli utenti iraniani sono stati costretti, se volevano usufruire di piattaforme straniere, a usare proxy nazionali approvati dallo Stato, riferisce sempre il report. Per servizi essenziali, come quelli bancari, ai cittadini è stato imposto di adoperare solo app locali. Le VPN in Iran sono diventate necessarie per poter accedere ai social e a contenuti bloccati. Senza le VPN, i cittadini e le cittadine iraniane non avrebbero potuto divulgare le immagini delle proteste connesse al movimento rivoluzionario “Donna, Vita, Libertà”, denunciando così gli attacchi violenti della polizia e delle guardie rivoluzionarie contro i manifestanti, e nemmeno esprimere dissenso e coordinare le proteste. A voler aggirare il filtraggio attuato dal regime sono però anche i proprietari di piccole imprese, letteralmente paralizzate dalle riduzioni quotidiane della velocità di internet e dai contenuti bloccati.  Nonostante il 24 dicembre scorso il Consiglio Supremo del Cyberspazio abbia revocato le restrizioni per WhatsApp e Google Play, l’Iran è tra i paesi meno liberi al mondo per quanto riguarda i diritti digitali, e la rincorsa a sistemi alternativi lo conferma. Oltre alle VPN, in Iran un altro metodo per aggirare la censura è Starlink. STARLINK: UN ALTRO METODO PER AGGIRARE LA CENSURA Starlink, sviluppato da SpaceX e di proprietà del miliardario Elon Musk, è vietato in Iran. Da quando però, sul finire del 2022, gli Stati Uniti hanno revocato alcune restrizioni all’esportazione di servizi internet satellitari, Starlink è stato disponibile per migliaia di persone nella Repubblica islamica. Lunedì 6 gennaio 2025, riporta l’agenzia di stampa ILNA, Pouya Pirhoseinlou, capo del Comitato Internet dell’E-Commerce Association, ha dichiarato che in Iran sono oltre 30.000 gli utenti che utilizzano Starlink. Ciò significa che molto probabilmente si assisterà a un’ulteriore crescita dell’uso di questa tecnologia in futuro. L’accesso illimitato e ad alta velocità (qualità perlopiù assenti nell’internet nazionale iraniano) ha incrementato l’uso sottobanco di Starlink, scriveva Newsweek a gennaio. L’internet satellitare, non necessitando di server nazionali e di transitare per la rete iraniana, funziona in modo indipendente, consentendo agli utenti di accedere ai contenuti e ai siti web oscurati, impedendo inoltre alle autorità di tracciare gli utenti e di monitorare le loro azioni nel cyberspazio. Parlando dell’uso di Starlink in Iran non si può non menzionare l’ordine di acquisto da parte dell’Unità di Crisi italiana – struttura del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale – di 2 antenne e 10 abbonamenti da 50 giga di Starlink da destinare all’ambasciata italiana a Teheran. A comunicarlo è un’inchiesta dell’Espresso pubblicata il 14 Gennaio 2025. Nel documento, riportato nell’inchiesta, si legge che l’acquisto è avvenuto “al fine di assicurare la possibilità alla nostra ambasciata di mantenere attivi i collegamenti internet nel caso di interruzione delle comunicazioni terrestri” .  “La procedura prevede che le antenne vengano attivate solo per testarne il funzionamento e siano poi sospese con l’obiettivo di riattivarle solo ove si rendesse necessario”, ha riferito il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, rispondendo a un’interrogazione in Senato sul sistema satellitare Starlink. Nella medesima interrogazione del 13 marzo, Ciriani ha inoltre comunicato: “Sono state avviate alcune sperimentazioni con i sistemi satellitari Starlink presso le sedi diplomatiche in Burkina Faso, in Bangladesh, in Libano e in Iran, che dunque sono state dotate di antenne Starlink, anche se nessuna a oggi è attiva”. L'articolo Sorveglianza in Iran: fuori e dentro la rete proviene da Guerre di Rete.
April 23, 2025
Guerre di Rete
E’ tornata la censura di facebook
Facebook Censura? Buongiorno! Ad ottobre 2019 la pagina del CSOA La Strada e tutte le pagine che promuovevano contenuti a favore della resistenza curda sono state chiuse da Facebook, in alcuni casi, come nel nostro, definitivamente. Pochi giorni fa, per motivazioni simili, la pagina del CSOA La Strada è stata richiusa. Pensiamo che sia arrivato […] L'articolo E’ tornata la censura di facebook proviene da CSOA LA Strada.
March 28, 2021
CSOA LA Strada