Nessun porto per il genocidio: la nuova campagna “Block the boat” di BDS
L’embargo militare nei confronti di Israele è la prima e più importante sanzione
che la società civile palestinese, raccolta sotto la sigla BDS, richiede da
anni. Il movimento si muove intervenendo sulla logistica, individuando i carichi
di morte verso Israele e bloccandoli.
È quello che è successo negli scorsi mesi in due porti italiani: Gioia Tauro e
Cagliari. L’allarme è partito il 13 marzo scorso quando BDS Italia a nome della
campagna Block the Boat, ha allertato sul transito di container dal porto di
Gioia Tauro sospettati di contenere acciaio balistico per l’industria militare
israeliana.
La segnalazione, arrivata dalla campagna internazionale No Harbour for Genocide,
indicava che questi container erano parte di una spedizione di materiale
d’armamento prodotto dall’azienda indiana RL Steels & Energy Ltd di Aurangabad e
destinato all’azienda bellica IMI Systems, in Israele. Il vettore è
la Mediterranean Shipping Company (MSC), leader mondiale del trasporto marittimo
e delle crociere accusato di avere un ruolo chiave nel rifornire il sistema
bellico israeliano. Diverse navi della MSC hanno caricato i container al porto
di Nhava Sheva in India, per fare scalo nei porti di diversi Paesi e raggiungere
la destinazione finale in Israele.
La catena di approvvigionamento dell’industria bellica israeliana è stata però
interrotta grazie alla mobilitazione del movimento BDS in tutto il Mediterraneo,
dalla Spagna alla Turchia, e da gruppi e movimenti locali uniti da un messaggio
forte e chiaro: «Fermiamo il transito di armi dai porti». Il primo fermo per
ispezione è avvenuto il 14 marzo, quando, su segnalazione del BDS, l’agenzia
delle dogane e la guardia di finanza di Gioia Tauro hanno fatto sbarcare i primi
5 container dalla MSC Lucy; a questi si sono poi aggiunti altri 3 container
fatti scendere dalla MSC Siena, giunta al porto pochi giorni dopo, e già oggetto
di interrogazioni parlamentari in Portogallo. Eppure, di questi fermi si è
saputo solo dopo che la deputata del M5S Anna Laura Orrico si è recata di
persona al porto il 18 marzo.
L’ispezione ha confermato la presenza nei container di acciaio dual-use (doppio
uso civile e militare) e la mancanza della dovuta richiesta di autorizzazione
all’UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento) che è stata
oggetto dell’interrogazione parlamentare presentata dalla deputata Stefania
Ascari, sempre del M5S. Stessa sorte è toccata il 26 marzo ad altri 11
container, parte della stessa spedizione internazionale, giunti nel porto di
Cagliari con la nave MSC Vega dopo che a questa era stato negato il permesso di
trasbordare in Pireo, Grecia. La richiesta di ispezione avanzata da BDS insieme
ai movimenti attivi sul territorio e supportata dal sindaco di Cagliari, Massimo
Zedda, ha portato anche in questo caso al blocco dei container.
I container sono ora fermi in attesa della richiesta di autorizzazione UAMA.
Questo primo importante risultato è stato possibile grazie alla pressione di BDS
di concerto con le realtà solidali con la Palestina attivatesi immediatamente
sul territorio, tra cui i lavoratori portuali, i comitati locali e le
delegazioni territoriali di alcuni partiti e sindacati – che hanno
permesso anche di bloccare nuovamente il carico del materiale bellico, alla fine
del maggio scorso.
Dalla risposta del Sottosegretario ai Trasporti Tullio Ferrante di Forza Italia
a un’interrogazione parlamentare del deputato Antonino Iaria (M5S) presentata il
primo aprile, emerge che i container sono in custodia in area portuale, in
ammissione temporanea, in attesa delle determinazioni dell’UAMA. Ma secondo il
governo «l’effettiva natura di tali beni e il loro utilizzatore finale potranno
essere determinati soltanto quando il responsabile legale dell’operazione di
transito presenterà una specifica istanza all’UAMA».
BDS Italia e i legali di ELSC (European Legal Support Centre) hanno però fornito
la prova che la destinazione finale di questi carichi è proprio l’industria
bellica israeliana, in violazione della legge 185/90, che vieta anche il
transito di materiale d’armamento verso Paesi in conflitto responsabili di gravi
violazioni dei diritti umani. Come spiegato in un comunicato pubblicato il 2
aprile: «Abbiamo inoltrato all’Ufficio doganale e all’UAMA la prova documentale
della destinazione finale del carico. Non c’è più bisogno di “determinare la
natura di tali beni”: sappiamo dove erano diretti. La legge 185/90 è stata
violata. Ora è necessario il sequestro.»
La destinazione finale, riportata sui documenti di carico ottenuti, è proprio
la IMI Systems, principale produttrice di munizioni israeliana di proprietà
della Elbit Systems, colosso bellico di Tel Aviv, che non tratta produzioni per
uso civile. L’avvocato Luca Saltalamacchia del GAP (Giuristi e Avvocati per la
Palestina) ribadisce: «Una volta chiarita la vera destinazione finale, è
evidente che la tipologia di acciaio rientri nel materiale di armamento ai sensi
della legge 185/90». Non solo. Il movimento denuncia anche le «contraddizioni
del governo»: la nave MSC Vega ha ottenuto l’autorizzazione a salpare da
Cagliari il 27 marzo, nonostante la richiesta di sequestro e con le indagini
ancora in corso. Inoltre, nella risposta parlamentare si ipotizza che il vettore
«possa decidere di sospendere le operazioni e di rimandare le merci al Paese di
origine». Secondo gli attivisti «permettere alla merce di lasciare il porto
nonostante la flagrante violazione della legge sarebbe una beffa».
È essenziale che vengano adottate misure in conformità alla legge 185/90 e al
diritto internazionale. Gli Stati che facilitano il trasferimento di armi verso
Israele agiscono in violazione dei loro obblighi ai sensi delle Convenzioni di
Ginevra, del Trattato sul commercio delle armi, e della Convenzione per la
prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. L’Italia in quanto
firmataria di questi strumenti ha l’obbligo di prevenire il trasferimento di
materiali che possano contribuire alla commissione di gravi violazioni del
diritto internazionale.
Per BDS Italia, il blocco dei 19 container è «un risultato storico della
mobilitazione popolare» che ha costretto l’UAMA a intervenire dopo anni di
transiti simili avvenuti in silenzio. Ma la battaglia non è finita. «Cagliari e
Gioia Tauro, come Genova, Ravenna, Salerno, Venezia, Livorno – conclude il
movimento – i nostri porti non siano porti di guerra. Nessun porto per il
genocidio».
Le richieste della campagna Block the Boat sono chiare:
* Sequestro immediato dei 19 container fermati a Gioia Tauro e Cagliari.
* Controlli sistematici e trasparenza sulle autorizzazioni rilasciate su tutti
i carichi diretti a Israele.
* Sanzioni per le compagnie coinvolte in quanto complici del genocidio in
corso.
* Embargo militare verso Israele: blocco definitivo di tutte le spedizioni
verso Israele in applicazione della legge.
L'Indipendente