Nessuno capisce perché su TikTok si balli sui Wilco, nemmeno i Wilco
Voi vi dovete immaginare la disperazione che regnava nella miserabile città di
Strasburgo nell’anno 1518. Una carestia che va avanti da tre anni. Gente che
muore di fame, inverni gelidi, raccolti andati a male, immondizia in ogni strada
e malattie di ogni genere. L’anno prima, a qualche centinaio di chilometri, un
monaco di nome Lutero aveva affisso novantacinque tesi sulla porta di una
chiesa. A Strasburgo la Riforma non era ancora arrivata. In compenso era
arrivata la sifilide.
In questo clima spensierato, una mattina di metà luglio, una donna, Frau
Troffea, esce di casa per andare a fare le commissioni di giornata. Solo che non
va a fare le commissioni di giornata. Si mette in mezzo alla strada e comincia a
ballare. Apparentemente senza motivo. Senza una festa, senza la musica, senza
neanche le pile del walkman. Frau Troffea balla sul niente. Il marito cerca di
farla smettere, ma lei continua. Va avanti fino a sera. Poi crolla esausta,
dorme, si sveglia e ricomincia a ballare in mezzo alla strada. Un fenomeno
inspiegabile.
Gli altri abitanti cominciano a seguire la vicenda. In una città in cui la cosa
più vivace degli ultimi anni era stato il vaiolo, il fatto riscuote un certo
interesse. Ben oltre i limiti della normale curiosità, tanto che qualcuno
comincia a unirsi a lei. Prima di tutto il marito, poi i vicini di casa, poi la
gente che passa per strada. Tutti si mettono a ballare. Dopo una settimana sono
una trentina, nel giro di venti giorni diventano quattrocento. Il fenomeno,
insomma, è diventato virale. Proprio come il vaiolo.
Ora, se una tal cosa accadesse in Italia nel 2026 non ci sarebbero grandi
problemi. Il fatto sarebbe immediatamente configurato come reato e Frau Troffea
verrebbe arrestata nel giro di un pomeriggio in quanto organizzatrice di un rave
illegale. Da tre a sei anni di carcere più una multa fino a diecimila euro. Il
ministro dell’Interno si congratulerebbe con gli agenti per l’importante lavoro
svolto. Qualcuno proporrebbe di estendere il reato anche ai trenini di Capodanno
e la cosa finirebbe lì.
Nel 1518 a Strasburgo, tuttavia, i decreti legge, così come le pile dei walkman,
non li hanno ancora inventati. Così, invece di arrestare i ballerini, cercano di
aiutarli. Il consiglio cittadino convoca i medici, che nel giro di poche ore
danno il loro responso: sangue surriscaldato. La cura? Devono continuare a
ballare fino a sfogarsi. La diagnosi viene presa sul serio e affrontata con
organizzazione tedesca. Si ordina di sgomberare le sale di lavoro e di
trasformarle in piste da ballo. Si montano palchi e si ingaggiano decine di
musicisti per suonare a tutte le ore del giorno e della notte. Si ingaggia
addirittura qualche ballerino professionista in buona salute per unirsi al
gruppo e dirigere le danze. È, a tutti gli effetti, il primo festival europeo
della storia a essere organizzato con fondi pubblici. Solo che non risolve il
problema.
Le persone in preda alla furia del ballo aumentano e qualcuno comincia a
lasciarci le penne. Le cronache parlano di quindici decessi al giorno. A quel
punto il consiglio cittadino cambia idea. Si smontano i palchi, si mandano via i
suonatori e si vieta la musica fino a settembre. I casi più gravi vengono
mandati fuori città, a chiedere la grazia al santuario di San Vito, protettore
dei ballerini. Altri, semplicemente, vengono fatti sparire. Pare che funzioni. A
settembre la crisi è risolta. La follia collettiva è passata e Strasburgo può
tornare alla sua tiepida disperazione ordinaria.
Cosa sia successo davvero in quel mese nessuno lo sa con certezza. Per secoli si
è data la colpa alla segale cornuta, un fungo del grano che provoca
allucinazioni. Gli studiosi hanno però smentito questa ipotesi. Chi è
intossicato dalla segale non riesce a stare in piedi, figuriamoci ballare per un
mese. L’ipotesi più accreditata è un’altra e riguarda quello che abbiamo scritto
nelle prime righe di questo articolo.
La piaga del ballo di Strasburgo
Lo storico britannico John Waller, che alla piaga del ballo ha dedicato un libro
intero, la mette così: i ballerini di Strasburgo non erano avvelenati. Erano
disperati. Tre anni di fame, il gelo, la sifilide, i debiti, i funerali. E in
mezzo a tutto questo, una fede cieca in un santo permaloso. Lungo il Reno si
raccontava che San Vito, quando qualcuno lo faceva arrabbiare, lo condannasse a
ballare fino allo sfinimento. Quando la paura e la fame superano il livello di
guardia, basta che una persona cominci perché tutti gli altri si convincano che
la maledizione è arrivata anche per loro. Il corpo fa il resto. Waller la chiama
isteria di massa. A Strasburgo, probabilmente, la chiamavano castigo divino.
San Vito, tra l’altro, non era tedesco. Era un ragazzino siciliano di Mazara del
Vallo. Ma se in Germania il ballo era una malattia, nel Sud Italia era una cura.
Ogni estate in Puglia, per almeno quattro secoli, capitava che la Frau Troffea
di turno venisse morsa da un ragno velenoso: la taranta. Allora cadeva a terra,
smetteva di mangiare, di parlare, di riconoscere i familiari. Immobile, per
giorni interi. Quasi avesse smarrito le pile del walkman. A quel punto si
chiamavano i suonatori. Tamburello, violino e organetto. Suonavano in casa per
giorni al cospetto della malata, che si dimenava fino a espellere il veleno che
l’aveva intossicata. Era un fenomeno particolarmente diffuso. Virale tanto
quanto il vaiolo.
Nel 1959 l’antropologo Ernesto de Martino scese in Salento per studiare il
fenomeno e scoprì che in realtà il ragno non c’entrava nulla. La paralisi aveva
altri nomi: un lutto, un matrimonio sbagliato, l’oppressione di una società
patriarcale, la disperazione di una vita intera passata con la schiena piegata
sui campi. La musica non toglieva il veleno. Dava un ritmo alla disperazione.
Nel 1996 un cantautore italiano nato in Germania rimette insieme il santo e la
taranta in un disco che si intitola Il ballo di San Vito. Si chiama Vinicio
Capossela. Suo padre si chiama Vito. La canzone che apre l’album è una
tarantella elettrica e ossessiva: «Dentro al cerchio del voodoo mi scaravento /
e lì vedo che la vita è in quel momento / scaccia il male che c’ho dentro e non
sto fermo». La storia di un uomo che non riesce a sfuggire alla sua
disperazione. E allora balla, fino all’alba.
Trent’anni dopo, il ballo di San Vito ha cambiato piattaforma. Quest’estate su
TikTok è scoppiata un’epidemia che ha colpito una canzone su cui, in
ventiquattro anni, nessuno aveva mai pensato di ballare. Jesus, Etc. è uno dei
brani più famosi dei Wilco. Una ballata lenta e malinconica, con gli archi in
sottofondo, pubblicata pochi mesi dopo l’11 settembre del 2001. Non esattamente
un pezzo da discoteca.
E invece, a quanto pare, un sacco di gente ci ha ballato sopra. Il brano è
diventato virale su TikTok e moltissimi giovani si sono cimentati in una
coreografia che prevede di sfoggiare un bel sorriso smagliante ondeggiando
avanti e indietro, imitando gli alti edifici che tremano cantati dalla voce di
Jeff Tweedy.
Un ballo inaspettato
«I Wilco stanno spopolando su TikTok grazie a un balletto inaspettato» ha
titolato una pagina Instagram che si è accorta del fenomeno. I commenti sono
pieni di utenti quanto meno sconcertati. I Wilco stessi sono sembrati tra il
sorpreso e lo sconfortato. Un po’ come il marito di Frau Troffea che osserva la
moglie mettersi a ballare in strada a Strasburgo.
Ballano in camera, al parco, davanti a un telefono, su una canzone triste, e
nessuno capisce bene perché. Non è una novità. Nel 1996 i Wilco aprivano il loro
secondo disco con la storia di un ragazzo che nessuno prendeva sul serio. Il
titolo lo spiega già chiaro.
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