Rural Women’s Assembly: le contadine africane che custodiscono semi e riconquistano la terra
La banca genetica dello Zimbabwe conserva a 21 gradi sotto zero oltre 63mila
campioni registrati, appartenenti a ventitré colture diverse. Eppure, quando nel
maggio 2021 una piccola delegazione di contadine ha bussato alla sua porta, i
funzionari hanno ammesso di non avere l’arachide bianca “bob white”, una delle
varietà più ricercate nei villaggi. Ce l’aveva una di loro: 6 mesi prima l’aveva
portata a un incontro della Rural Women’s Assembly e l’aveva divisa con le
compagne perché la moltiplicassero. È da storie come questa che passa il Right
Livelihood Award, il cosiddetto “Nobel alternativo”, che il 30 settembre scorso
la fondazione di Stoccolma ha assegnato al movimento che riunisce le piccole
agricoltrici dell’Africa australe, «per aver organizzato le donne rurali della
regione in una forza unita a difesa della terra, dei semi e dell’autonomia del
corpo contro l’esproprio delle multinazionali e del patriarcato». La cerimonia
si terrà il primo dicembre nella capitale svedese.
Secondo la fondazione, l’Assemblea conta oggi oltre 178mila socie in undici
Paesi, dal Sudafrica alla Tanzania, dal Madagascar allo Zimbabwe. È nata nel
2009, quando 250 donne arrivate da tutta la regione si incontrarono nella
provincia sudafricana del Limpopo per superare i problemi lasciati in eredità
dal colonialismo e dall’apartheid. Oggi ha sede a Città del Capo, rifiuta il
modello delle ONG e si è strutturata in maniera orizzontale, portata avanti
dalle volontarie, con 3 rappresentanti per ciascun Paese. La coordinatrice
regionale, Mercia Andrews, preferisce definire la loro voce più «chiassosa» che
radicale e lo dimostra un episodio che lei stessa ha raccontato. Nel Limpopo
un’autorità tradizionale negava a una vedova la terra per seppellire il marito,
e allora trenta socie caricarono la bara su un carro funebre e la portarono
nell’ufficio del capo: «Visto che non vuoi che quest’uomo riposi, lo portiamo da
te, così sarai inquieto quanto lui». Entro un’ora la terra fu concessa.
IL PARADOSSO DEL CIBO LOCALE
Il lavoro sui semi è iniziato a Lusaka, in Zambia, nel 2018; durante una delle
scuole femministe che il movimento organizza ogni anno, le partecipanti fecero
l’inventario di ciò che finiva nei loro piatti e scoprirono un paradosso:
producevano cibo per i mercati locali, ma gran parte di quello che compravano
per sé arrivava dall’estero. Da quell’illuminazione nacque un censimento dei
semi, condotto tra il 2020 e il 2022 in sette Paesi – Lesotho, Malawi,
Mozambico, Sudafrica, Eswatini, Zambia e Zimbabwe – da ricercatrici scelte tra
le socie, quasi tutte contadine. Hanno raggiunto decine di villaggi remoti,
intervistato centinaia di contadine locali e messo nero su bianco i nomi di
varietà tramandate da generazioni.
In Zimbabwe le donne hanno contato undici varietà di arachidi e altrettante di
fagiolo dall’occhio e di arachide bambara; in Malawi si coltiva un’arachide
chiamata Musandionekuda, che significa «non sottovalutarmi perché sono nera»; in
Zambia le custodi ricordano i genitori che, in fuga dalle guerre o in cerca
d’acqua, viaggiavano con i semi nascosti tra i capelli. L’età è eterogenea,
anche se la maggior parte sono donne anziane: in Lesotho l’84 per cento delle
intervistate ha tra 50 e 76 anni; in Sudafrica la più giovane ne ha 21, la più
anziana 98, e la maggioranza ha superato i 60.
COLTURE DEGLI UOMINI, CIBO DELLE DONNE
La prima minaccia, denunciano le socie dell’associazione, sono gli ibridi
distribuiti con i sussidi pubblici, che in Lesotho sono gli unici semi previsti.
La seconda sono le leggi sementiere modellate sulla convenzione UPOV del 1991,
che tutela la proprietà intellettuale dei costitutori e limita la possibilità di
riseminare e scambiare le varietà protette. Su quel modello la Comunità di
sviluppo dell’Africa australe ha adottato nel 2017 un protocollo regionale che,
secondo l’African Centre for Biodiversity, è inadatto a un’area dove nove Stati
membri rientrano tra i Paesi meno sviluppati. «Gli ibridi sono considerati
colture degli uomini», scrivono le socie zimbabwesi. «Gran parte del cibo che
mangiamo lo coltivano le donne, mentre gli uomini seminano per fare affari».
Zvidzai Magunde lo sa bene: dal 2018 il mais ibrido l’ha lasciata a mani vuote
tre volte, mentre miglio, sorgo, zucca e fagiolo dall’occhio, nonostante le
piogge irregolari, non l’hanno mai tradita.
Alcune socie della Rural Women’s Assembly in Malawi
I risultati elencati nella documentazione del premio sono diversi:
dall’avviamento di ventiquattro siti di moltiplicazione dei semi tradizionali, a
una nuova ricerca lanciata nel 2025, con 720 donne in 7 Paesi, che ha
documentato 160 varietà tra cereali, legumi, frutti e tuberi. Nello stesso anno
la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini è stata tradotta
nelle lingue locali, in un percorso che ha coinvolto oltre 18mila donne. Anche
la svolta agroecologica è nata dal basso, con una scuola di agroecologia che,
sempre secondo la fondazione, ha permesso di sostituire i fertilizzanti chimici
con risorse naturali e di abbassare i costi di produzione.
IL VERTICE NEL PAESE DELLE CONTADINE SENZA TERRA
Resta poi il nodo della terra, perché, come scrivono le socie dell’Eswatini, nel
loro Paese le contadine non possiedono i campi che lavorano, nemmeno quando sono
vedove e capofamiglia. Proprio in Eswatini, a Ezulwini, tra il 5 e il 7 ottobre
si è svolto il primo vertice dell’Unione africana dedicato ai semi e l’Assemblea
ci è arrivata con un documento dal titolo eloquente, “The Seeds Are Ours”, in
cui chiede che i sistemi sementieri contadini restino nelle mani delle comunità
invece di essere piegati alle regole del seme commerciale.
La bozza di dichiarazione finale, che dovrà ancora passare al vaglio dell’Unione
africana, prevede di riconoscere ai contadini il diritto di conservare, usare e
scambiare le sementi e di non criminalizzarli. È la stessa partita che si gioca
nel resto del mondo, dove poche multinazionali controllano insieme il mercato
dei semi e quello dei pesticidi. In Europa e negli Stati Uniti la contesa passa
anche dai brevetti: «Se è riconosciuta la brevettabilità del vivente significa
che possono essere brevettate le piante, le loro componenti, comprese le
sementi», ha spiegato a L’Indipendente Simone Vezzani, docente di diritto
internazionale all’Università di Perugia. Da un lato l’esclusiva di chi registra
una varietà, dall’altro il diritto di chi la coltiva da generazioni.
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