Studenti in piazza, manifestazioni in tutta la Francia
In Francia l’alleanza tra studenti e lavoratori in vista della manifestazione
nazionale del 17 ottobre è più un desiderio che un dato obiettivo. I sindacati
dei lavoratori la fan da pompieri e la sinistra che si indigna per la
repressione e la brutale repressione delle forze dell’ordine è la stessa che
diceva che le proteste si fanno col voto. Quel voto che i sondaggi e le
aggregazioni continuano a indicare come orientato saldamente a destra. Che
evidentemente stride con l’evidenza di un protagonismo di piazza, che non
coincide affatto con la tendenza delle urne.
Perché In Francia come in Spagna le piazze sembrano orientarsi su contenuti
radicali di opposizione alle derive neoliberiste che ripropongono pratiche e
slogan di sinistra, mentre l’appuntamento con le urne traduce quella stessa
insofferenza in una apparentemente inarrestabile avanzata delle destre. La
piazza attiva (studenti, movimenti sociali, sindacati di settore, attivisti per
il clima e per la casa) incarna la reazione diretta alle politiche di austerity,
al carovita e alla precarizzazione. I suoi codici comunicativi usano il
linguaggio classico o rinnovato della sinistra anticapitalista o sociale.
Tuttavia, queste piazze rappresentano una quota mobilitata ma minoritaria della
popolazione complessiva.
La classe lavoratrice tradizionale e le fasce impoverite della periferia non
partecipano ai cortei, vivono in una condizione di isolamento e frammentazione
sociale e avvertono come estranea la politicizzazione o il collettivo da
piazza. Va ricordato pure che in Italia come in Francia o in Spagna, le forze
di centro-sinistra o di sinistra progressista che hanno governato o governano
hanno spesso adottato o avallato vincoli di bilancio e riforme di stampo
neoliberista. Questa connivenza delle sinistre con le élite o le politiche
d’austerità, ha permesso alla destra radicale di presentarsi come l’unica reale
forza di rottura anti-establishment, intercettando il voto di protesta degli
scontenti che rifiutano il status quo.
Questo finora è un dato di fatto, ma è contingente, potrebbe non essere e andare
fuori dagli schemi.
E a proposito di schemi semplificati torniamo al punto di partenza: la grande
manifestazione indetta in Francia per il 17 di ottobre ripropone un’alleanza tra
studenti e lavoratori uniti nella lotta che potrebbe essere l’inizio di una
nuova stagione di lotte, un nuovo autunno caldo o un maggio. Ebbene su questa
prospettiva mi permetto di esprimere qualche dubbio, avendola sentita e
risentita nel corso degli anni decine di volte, ogni volta con la convinzione
che fosse la volta buona, e che l’inverno fosse finalmente finito.
Oggi trovo solo superstiziosa, infondata e consolatoria, la credenza di un
monopolio della sinistra buona sulla “risorsa” – intellettuale e politica –
dell’anticapitalismo. Una sorta di rendita di posizione che starebbe sempre lì a
garantirci una presunzione di egemonia senza le mani sporche.
Per curiosità intellettuale avevo in un recente lavoro provato ad accostare (un
accostamento blasfemo) i tratti dionisiaci presenti nella produzione di Toni
Negri a quelli dello Julius Evola di Cavalcare la tigre. Notando una
imbarazzante prossimità su alcuni passaggi cruciali mi chiedevo se ci fosse una
qualche analogia morfologica tra la libertà di quell’estrema destra e
l’autonomia del postoperaismo. Ebbene la risposta, scomoda e bastarda, era
affermativa. Sia in Cavalcare la tigre (Evola) sia nei testi dell’operaismo e
della biopolitica (Negri e Hardt), l’autonomia si manifesta dentro la crisi. Per
Evola è il declino del mondo moderno (Kali Yuga); per Negri è la crisi dello
Stato-chiave e del taylorismo/fordismo. Entrambi vedono il caos non come un
semplice vuoto, ma come il terreno in cui l’agente autonomo deve operare. Per
Evola, l’autonomia è apofatica e difensiva: è un’inviolabilità interiore. L’uomo
differenziato “cavalca la tigre” per non farsi sbranare, mantenendo un distacco
impassibile mentre il mondo crolla. Per Negri, l’autonomia è attiva e offensiva:
è l’affermazione di una potenza costitutiva che rifiuta il lavoro salariato e il
comando capitalistico per inventare nuove forme di vita e di cooperazione.
Mentre l’autonomia evoliana è un’isola d’essere nell’Oceano del caos,
l’autonomia operaista è una forza d’urto nel cuore del processo produttivo. Una
rivoluzione infinita.
Ovviamente sono consapevole del limite di una lettura tutta filosofica di un
tema che ha incrociato movimenti e storie, la strategia della tensione e il
terrorismo neofascista con le sue appendici dentro lo Stato del capitale.
Ciononostante non si può politicamente campare sempre di rendita e pensare di
essere sempre dalla parte della Storia, ignorando che la talpa di Marx scavava
invece il sottosuolo e attraversava i purgatori, non le inaugurazioni dei musei
o le commemorazioni.
Ma questo tema di ontologia politica, che mi limito a proporre come suggestione
necessitante di approfondimenti, potrebbe spingere ad una sommaria conclusione
speculare a quella dello slogan “studenti e operai uniti nella lotta”. Una
conclusione che butta acqua sporca e bambino, quella che liquida il populismo
delle piazze bastarde e senza fedi, come lo erano quelle dei no vax ai tempi del
Covid o quelle dei forconi e dei gilet gialli.
O che si affida alla sacrosanta lotta contro il genocidio di Gaza per trovare un
filo rosso identitario che, miracolosamente, funzioni da contraddizione
determinante.
Nessuna unità di studenti e operai mi pare all’orizzonte, e questa sarebbe la
cattiva notizia. Che però è anche la buona, perché gli studenti francesi stanno
ponendo l’attenzione su un problema più vasto che colpisce tutta l’Europa oggi e
non ieri, qualcosa di tremendamente determinato e concreto, rappresentato ancora
dalle politiche di austerità e di taglio a quel che resta dei fondi allo stato
sociale, a fronte di un piano di riarmo e di investimenti nell’industria bellica
paragonabile solo al periodo della Guerra Fredda o agli anni che precedettero la
Prima Guerra Mondiale.
Questo tratto rende la protesta indigesta, non riconducibile, almeno non in
prima battuta, ad una qualche rendita elettorale e completamente contro
tendenza. Perché di dritto o di rovescio dice un semplice ed elementare no alle
spese militari e alla guerra. A tutte le guerre e ad ogni logica che anteponga
il profitto ai bisogni collettivi. Troppo poco o generico? Di sicuro, ma è da
qualcosa di semplice e condiviso che qualcosa di inedito può non ripetersi.
Fuori dagli schemi o dalle semplificazioni, compresa quella che la vorrebbe come
una cover del maggio francese, perché questo è il suo tempo, la sua storia.
Simile ad altre ma unica nella sua resistenza allo schema preconfezionato,
eccentrica rispetto alla predizione che si avvererebbe indicando come
inesorabile la vittoria prossima delle destre. A me pare che sia proprio quella
semplificazione, questa semplificazione che ha consegnato alle destre il
populismo che spaventa il palazzo, quella semplificazione che mette insieme
guerra, alloggi, scuole, sanità. Una semplificazione che le destre le spiazza e
potrebbe spazzarle via, compromesse come sono di fatto con il sistema. Oggi, e
lo cito senza amarne l’autore, potrebbero appunto non essere più loro a
“cavalcare la tigre”.
Michele Ambrogio