Servizio Sanitario Nazionale: in quattro anni circa 19 miliardi di “tagli invisibili”
Negli ultimi quattro anni il SSN ha subito € 18,8 miliardi di “tagli
invisibili”, mentre nel triennio 2027-2029 si profila un divario cumulativo di €
32,3 miliardi tra finanziamento e previsioni di spesa. Nel 2025 le famiglie
hanno sostenuto direttamente € 42,4 miliardi di spesa sanitaria; persistono
profonde diseguaglianze territoriali nell’accesso ai LEA e alla mobilità
sanitaria e la crisi del personale continua a indebolire la capacità del
servizio pubblico di garantire cure tempestive ed eque. Un medico su quattro e
un infermiere su cinque censiti dall’OCSE non lavorano nel SSN, mentre per il
personale sanitario si stima una minore spesa cumulativa di € 36,8 miliardi
rispetto a uno scenario con quota di spesa invariata ai livelli del 2012.
E’ quanto evidenzia il 9° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN) della
Fondazione GIMBE, documentando come il diritto alla tutela della salute sia
sempre più condizionato dal luogo di residenza e dalle disponibilità economiche
dei cittadini. Il confronto internazionale per quanto riguarda la sanità è poi
particolarmente impietoso: l’Italia è ultima nel G7 per spesa sanitaria pubblica
pro-capite. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta al 6,2% del
PIL, contro il 7,1% della media OCSE. La spesa pubblica pro-capite è pari a $
3.952 a parità di potere d’acquisto: $ 909 in meno della media OCSE e $ 1.013 in
meno della media europea. “Un divario che, rapportato ai quasi 59 milioni di
residenti supera, i € 36 miliardi. Una voragine scavata negli ultimi 15 anni da
governi di ogni colore, che anno dopo anno ha allontanato l’Italia dal resto
d’Europa” sottolinea il presidente di GIMBE, Nino Cartabellotta. Tra i Paesi
del G7, l’Italia è fanalino di coda per spesa sanitaria pubblica pro-capite. La
spesa diretta pro-capite delle famiglie supera invece la media OCSE del 12,3%,
mentre quella intermediata è inferiore del 43,7%: al minore investimento
pubblico corrisponde una minore protezione finanziaria delle famiglie, più
esposte al pagamento diretto delle cure.
“Nel 2025” si legge nel Rapporto “la spesa sanitaria totale è di € 190,1
miliardi: € 140,8 miliardi di spesa pubblica, € 42,4 miliardi a carico delle
famiglie e quasi € 7 miliardi intermediati da fondi sanitari, assicurazioni e
altri soggetti. Rispetto al 2024, la spesa out-of-pocket diminuisce dell’1% (- €
434 milioni), mentre quella intermediata cresce del 10,1% (+ € 642 milioni). In
particolare, quella per assicurazioni sanitarie volontarie aumenta del 12,7%,
passando da € 4,69 a € 5,29 miliardi”.
Intanto, Il DPFP 2026, approvato il 2 ottobre, prevede una spesa sanitaria in
aumento in termini nominali, ma in calo dal 6,4% del PIL nel 2026 al 6,3% nel
2027-2029. Le stime confermano che non c’è alcuna inversione di tendenza: al
contrario, la quota di ricchezza del Paese destinata alla sanità si riduce.
Inoltre, nel triennio 2027-2029 si amplia ulteriormente la forbice tra
previsioni di spesa ed entità del Fondo Sanitario Nazionale, lo strumento
finanziario statale destinato a garantire i Livelli Essenziali di Assistenza
(LEA) e il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale: € 7,6 miliardi nel
2027, € 10,7 miliardi nel 2028 e € 14 miliardi nel 2029, per un divario
cumulativo di € 32,3 miliardi.
Tutto ciò spinge sempre più persone a rinunciare a visite ed esami: nel 2024
oltre 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato
di aver rinunciato a una o più visite o esami, rispetto al 7,6% del 2023: circa
4 milioni hanno rinunciato per i lunghi tempi d’attesa e 3,1 milioni per motivi
economici, potendo indicare entrambe le cause. “Quando tempi d’attesa,
disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle
prestazioni sanitarie”, commenta amaramente Cartabellotta, “è in gioco la tenuta
del patto sociale. Una prestazione garantita sulla carta, ma inaccessibile nella
realtà, lascia il cittadino da solo di fronte al proprio bisogno di salute”.
E se sui LEA le Regioni “promosse” sono aumentate, restano però i divari. Nel
2024 18 Regioni e Province autonome su 21 risultano adempienti ai LEA, contro le
13 del 2023. Tuttavia, 6 delle 18 Regioni “promosse” presentano almeno una
macro-area con un punteggio compreso tra 60 e 69 e, nello stesso anno, aumenta
la quota di popolazione che rinuncia a visite o esami. “Finalmente,” sottolinea
Cartabellotta, “dal 30 ottobre 2026 saranno in vigore i LEA aggiornati, dopo
un’attesa di quasi 10 anni. Tuttavia, inserire una nuova prestazione nei LEA non
equivale a renderla accessibile a tutti: bisogna garantire che le Regioni siano
effettivamente in grado di erogarla in modo tempestivo e uniforme”.
Il quadro che emerge dal Rapporto conferma che il problema non è soltanto
aumentare nominalmente le risorse, ma garantire che siano adeguate ai bisogni di
salute e accompagnate da riforme capaci di rafforzare il servizio pubblico.
Senza un’inversione di rotta, il rischio è che il SSN continui progressivamente
a perdere la capacità di assicurare universalità, uguaglianza ed equità,
ampliando il divario tra chi può pagare e chi è costretto ad attendere o
rinunciare alle cure.
Qui per scaricare il Rapporto:
https://salviamo-ssn.it/attivita/rapporto/9-rapporto-gimbe.it-IT.html.
Giovanni Caprio