Spagna, la mossa di Sánchez: approvati di forza i decreti per la casa
Dopo lo scioglimento delle Camere, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha
meno di due mesi per provare a risalire la china del consenso e presentarsi alle
urne del 29 novembre con una maggioranza ancora competitiva. Il premier ha
deciso di ripartire dalla questione più urgente: il diritto alla casa. Il
Consiglio dei ministri ha approvato due decreti quasi del tutto identici a
quelli bocciati la scorsa settimana dall’opposizione e da Junts, partito esterno
all’esecutivo che ne sostiene la maggioranza parlamentare. I provvedimenti
dispongono uno stop parziale agli sfratti, detrazioni sui canoni e limiti alle
speculazioni dei fondi immobiliari. Con le Camere sciolte, i decreti dovranno
essere sottoposti alla Diputación Permanente, una sorta di Parlamento ristretto
che resta in carica durante le crisi, la cui maggioranza dei seggi è in mano ai
partiti di governo. Nel frattempo, la mobilitazione continua: i manifestanti
hanno ottenuto dai principali sindacati del Paese la proclamazione di uno
sciopero generale, la cui data sarà ufficializzata nei prossimi giorni.
I due decreti approvati da Sánchez non differiscono molto da quelli varati alla
fine di settembre. Il primo proroga di due anni i contratti in scadenza entro il
2028 e vieta fino al 2030 gli sfratti di persone vulnerabili senza alternativa
abitativa; il secondo introduce nuove misure per la stabilità degli affitti, tra
cui un meccanismo di rinnovo automatico dei contratti. Con le nuove
disposizioni, inoltre, le entità speculative e i grandi proprietari immobiliari
avranno limiti nell’acquisto di immobili residenziali. In aggiunta ai precedenti
decreti, i nuovi provvedimenti stanziano 280 milioni per la costruzione di nuovi
edifici e ulteriori 400 milioni per l’edilizia popolare.
I primi decreti erano stati bocciati dal Congresso spagnolo con i voti decisivi
del Partito Popolare e di Vox, all’opposizione, e dei sette deputati di Junts
per Catalunya, partito indipendentista catalano che, pur non facendo parte del
governo, ne sostiene la maggioranza parlamentare. Davanti alle ampie
mobilitazioni cittadine, innescate dallo sfratto dell’87enne Maricarmen, la
sconfitta in aula ha spinto Sánchez a sciogliere le Camere e indire elezioni
anticipate. La tornata elettorale si terrà il 29 novembre, in un contesto
segnato dall’ascesa delle destre all’opposizione. Davanti a tale quadro,
l’approvazione di due decreti già bocciati dal Parlamento assume un valore
strategico: con lo scioglimento delle Camere, i provvedimenti dovranno infatti
essere sottoposti alla Diputación Permanente, l’organo del Congresso che rimane
in funzione durante il periodo di scioglimento per garantire la continuità
parlamentare e che può convalidare o respingere i decreti-legge adottati dal
governo. Sebbene la sua composizione rifletta proporzionalmente i numeri del
Congresso, la dimensione ridotta ridisegna il peso dei singoli partiti. Dei 69
seggi totali, la maggioranza di governo composta da socialisti e Sumar ne occupa
35, uno in più dell’alleanza tra Vox, PP e Junts: un margine risicato, che
tuttavia potrebbe risultare decisivo per le prossime elezioni.
Nel frattempo non si fermano le contestazioni. Ieri, i manifestanti di Puerta
del Sol, la piazza madrilena occupata da giorni da centinaia di tende come forma
di protesta contro la crisi abitativa, hanno spinto i principali sindacati del
Paese a convocare uno sciopero generale di 24 ore, che dovrebbe tenersi a
novembre. Nonostante i nuovi decreti di Sánchez, lo sciopero non è stato
ritirato e le organizzazioni per il diritto alla casa, pur accogliendo le misure
del governo spagnolo, hanno rilanciato la protesta. «Chiediamo che le misure
annunciate si trasformino in diritti effettivi, senza tagli», si legge in un
comunicato del Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. «I nostri diritti
non possono dipendere da calcoli elettorali».
L'Indipendente