Accesso alle terapie psichedeliche in Italia: la prima guida per ottenerne il diritto
La strada che un paziente italiano deve percorrere per essere curato con la
psilocibina, il principio attivo dei funghi allucinogeni, inizia da un medico
specialista disposto a presentare la richiesta, passa da un comitato etico che
dia il via libera e termina con una farmacia ospedaliera che importi il farmaco.
L’Associazione Luca Coscioni ha messo in fila i passi necessari in un vademecum
curato dall’avvocata Claudia Moretti e dalla dottoressa Caterina Bartoli, che è
una guida pratica divisa in due parti, una per i pazienti e una per i medici,
che spiega come percorrere l’unica strada legale oggi aperta fuori dalla
sperimentazione: l’uso compassionevole previsto dal decreto ministeriale del 7
settembre 2017.
In Italia la terapia con psilocibina – sostanza iscritta nella Tabella I del
Testo unico sugli stupefacenti – non è un trattamento standard e il Servizio
sanitario nazionale non la rimborsa. I percorsi per l’accesso sono due: il primo
è la partecipazione a una sperimentazione, come lo studio clinico autorizzato
dall’AIFA e coordinato dall’Istituto superiore di sanità con fondi del PNRR, il
primo che sia mai stato avviato nel nostro Paese. «Lo studio coinvolge pazienti
con depressione resistente e confronta due trattamenti attivi: la psilocibina,
somministrata in ambiente clinico controllato, e la neuromodulazione accelerata
(rTMS). Vogliamo capire quanto e per chi ciascun trattamento funzioni meglio e
attraverso quali circuiti cerebrali. Ogni partecipante viene valutato prima del
trattamento, assegnato in modo casuale a uno dei due bracci e seguito per circa
due mesi con visite cliniche e misure strumentali (EEG e risonanza magnetica
funzionale). L’obiettivo finale è personalizzare la cura, identificando
biomarcatori che orientino la scelta terapeutica», ha raccontato Francesca
Zoratto, ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità e Principal Investigator
del progetto, a L’Indipendente. Lo studio è iniziato a luglio del 2025 e la
sperimentazione sta avvenendo con sessantotto posti in tutto e conclusione
prevista a luglio 2027. La prima paziente, una donna di sessantatré anni, è
stata trattata il 4 febbraio scorso all’ospedale Santissima Annunziata di
Chieti.
Per tutti gli altri resta il decreto del 2017, che consente di usare un
medicinale ancora in sperimentazione quando ricorrono insieme quattro
condizioni: una patologia grave o che mette in pericolo la vita, l’assenza di
alternative terapeutiche valide, l’impossibilità di entrare in uno studio in
corso e l’esistenza di dati preliminari su sicurezza ed efficacia.
Le patologie indicate dalla guida per essere ammessi al trattamento sono la
depressione resistente, per chi ha già provato almeno due antidepressivi
diversi, per sei-otto settimane ciascuno, senza una risposta adeguata, e il
distress psicologico nella malattia oncologica grave, cioè l’ansia, la
depressione e l’angoscia esistenziale di chi ha ricevuto una diagnosi infausta.
È il medico specialista a presentare la richiesta al comitato etico della
propria struttura, che prenderà la propria decisione e trasmetterà il parere
all’AIFA. Una volta ottenuto il via libera, la farmacia ospedaliera avvia la
richiesta di importazione della sostanza. Il compito del paziente è quello di
raccogliere la propria storia clinica e portarla allo psichiatra: lettere di
dimissione, relazioni specialistiche, l’elenco di tutti i farmaci provati con
dosi, durata e risposta. Meglio se insieme alla guida, perché, fanno notare gli
autori, per la maggior parte dei medici italiani si tratta di un territorio
ancora inesplorato.
Ai medici resta il compito di effettuare interviste diagnostiche, strutturare
una scala per il rischio suicidario, effettuare lo screening per il disturbo
bipolare, esami del sangue e un elettrocardiogramma, e infine test di gravidanza
per le donne in età fertile.
Le esclusioni assolute riguardano chi ha o ha avuto una diagnosi di
schizofrenia, di altri disturbi psicotici o di disturbi di personalità, chi
soffre di disturbo bipolare di tipo I, di epilessia o di gravi malattie
cardiovascolari non controllate, le donne in gravidanza o in allattamento, i
minorenni e chi non è in grado di prestare un consenso informato. Durante la
sessione devono essere presenti almeno due professionisti: un medico con
funzione di supervisione e uno psicologo o psicoterapeuta formato nella terapia
assistita con psichedelici. Vengono date anche indicazioni di base per il
setting, l’ambiente che modella la natura dell’esperienza psichedelica e ne
garantisce la sicurezza terapeutica: «Struttura sanitaria autorizzata,
possibilmente stanza silenziosa e confortevole e kit di emergenza disponibile».
Le autrici sottolineano che è «un percorso complesso, che richiede tempo e non
sempre va a buon fine», spiegando che i medici formati sono pochissimi. Nel
frattempo, altrove, ci si è mossi implementando nuove leggi: l’Australia è stato
il primo Paese al mondo a consentire agli psichiatri di prescrivere psilocibina
dal luglio 2023, la Germania ha avviato un programma di uso compassionevole
nell’estate 2025 e in Repubblica Ceca, da gennaio, la psilocibina è legale in
contesti medici controllati.
L’Italia detiene il primato mondiale del Novecento per numero di studi clinici
con psilocibina condotti su pazienti, secondo una ricostruzione storica
pubblicata nel 2023 da Adriana D’Arienzo e Giorgio Samorini sulla rivista Drug
Science, Policy and Law. Poi è arrivato il proibizionismo, e la ricerca si è
fermata per decenni: il tentativo è quello di riallacciare il filo, senza
aspettare il legislatore. Del resto, la posizione portata avanti
dall’Associazione Coscioni è chiara: «Non serve una nuova legge. Serve applicare
quelle che ci sono già».
The post Accesso alle terapie psichedeliche in Italia: la prima guida per
ottenerne il diritto appeared first on L'INDIPENDENTE.