La Sicilia fa scuola? No, fa vetrina. La passerella agli Stati Generali dell’Istruzione a Palermo
Ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, il 14 e 15 ottobre, vanno in scena
gli Stati Generali dell’Istruzione con l’atto finale di un percorso che è
iniziato nel 2025, con otto incontri provinciali, rimasti in realtà mere tappe
istituzionali non aperte ai territori. La presentazione ufficiale parla di
grande ascolto dal basso per rilanciare la scuola siciliana, con INDIRE a
garantire il supporto scientifico.
Parole d’ordine: innovazione didattica, inclusione, legalità, intelligenza
artificiale, contrasto alla dispersione, orientamento, sistema 0-6, filiera 4+2.
Basta leggere le carte per capire che la ragione dell’evento è un’altra. Gli
stessi documenti dell’Assessorato dicono che gli otto incontri, giunti al
secondo anno consecutivo nel 2026, servono a «tracciare un bilancio delle
iniziative avviate negli ultimi quattro anni dal governo Schifani». L’obiettivo,
scritto nero su bianco, non è decidere insieme il futuro, ma illustrare gli
interventi già attuati, quelli in fase di realizzazione, e quelli programmati, e
comunicare quanto è stato realizzato finora. Non è una rifondazione, è una
rendicontazione di fine mandato.
E, infatti, la vetrina è già pronta: 700 milioni di euro annunciati e presentati
come investimento in edilizia, nuove tecnologie, aule immersive e laboratori,
progetti di educazione alla legalità e di contrasto al disagio. La scuola viene
raccontata come cantiere, non come luogo dove si discute su cosa insegnare, come
insegnare e perché in Sicilia quasi un ragazzo su cinque abbandona prima di
finire il percorso scolastico o formativo.
È qui il primo ribaltamento: si mette al centro l’hardware, non il software. Si
contano i banchi, le LIM, i climatizzatori, non le ore di tempo pieno che
mancano, non le cattedre di sostegno coperte al 70% da precari.
La forma della partecipazione smentisce da sola la retorica dell’ascolto.
L’invito formale è riservato ai dirigenti scolastici, con modulo da compilare e
scadenza. Restano fuori tutti gli altri soggetti che la scuola la vivono ogni
giorno: studenti e studentesse, genitori, personale ATA, docenti precari,
educatrici dei nidi, il terzo settore che ogni giorno argina la povertà
educativa nei quartieri.
I docenti possono entrare nei workshop solo se iscritti dal dirigente. Questa
non è un’assemblea di tutti gli ordini di scuola, è una platea selezionata
dall’alto per avallare indirizzi già definiti. E le decisioni già prese hanno
due nomi precisi: 0-6 e 4+2. Lo 0-6, sulla carta, dovrebbe essere la nostra
frontiera più avanzata: il sistema integrato che tiene insieme nido 0-3 e scuola
dell’infanzia 3-6, con pari dignità educativa e continuità pedagogica. È un
principio sacrosanto, che viene dal miglior pensiero pedagogico italiano.
In Sicilia significa, però, fare i conti con il vuoto. In oltre trecento comuni
il nido non esiste proprio. A mancare non è il coordinamento pedagogico, mancano
gli edifici, il personale, il servizio. Abbiamo una regione dove il diritto
all’educazione nei primi mille giorni di vita è geograficamente negato. Parlare
di sistema integrato senza partire da questi dati significa trasformare un
diritto negato in una procedura da rendicontare. L’integrazione smette di essere
una conquista materiale per bambine e bambini e famiglie e si riduce a un
timbro, un attestato finale INDIRE che certifica l’integrazione di un servizio
che nei fatti non esiste.
Il 4+2 rende ancora più evidente la sua funzione ideologica.
Oggi la secondaria di secondo grado dura cinque anni. Con la nuova filiera
tecnologico-professionale diventa quattro anni a scuola più due anni di ITS
Academy, l’alta formazione tecnica post-diploma. L’obiettivo dichiarato è
accelerare il passaggio al lavoro e consentire l’allineamento ai modelli
europei. In realtà è una biforcazione precoce e classista. A quattordici anni,
in territori dove la dispersione sfiora il 19%, proporre un diploma quadriennale
abbreviato e depotenziato significa creare un canale a basso valore legale fuori
dal circuito prestabilito, cucito sui fabbisogni del tessuto produttivo locale.
Per chi può permetterselo resta il quinquennio liceale e l’università, il tempo
lungo dello studio, la possibilità di cambiare idea. Per gli altri, per i
ragazzi delle periferie, delle aree interne, la filiera rapida rischia di
diventare destinazione obbligata, la scorciatoia per poveri spacciata per
modernità. A rendere tutto più moderno, il programma della due giorni propone
come metodologie di supporto e orientamento le Thinking Routine di Harvard, nate
per rendere visibile il pensiero critico, per insegnare a sostare nel dubbio.
Qui, però, tali strategie educative vengono usate al contrario: come percorso di
addestramento morbido per confermare la vocazione tecnica già scelta. Non
servono a mettere in discussione, servono a razionalizzare.
Messi in fila, 0-6 e 4+2 disegnano una linea retta senza interruzioni: al nido
impari a conoscerti, a quattordici anni a progettarti, a diciotto a produrre. È
lo slogan stesso del modulo di orientamento: “Dal conoscersi al progettarsi”.
Sembra empowerment, in realtà è un binario unico in cui ogni tappa conferma la
precedente, canalizza senza orientare. L’orientamento vero prevede crisi,
ripensamenti, deviazioni, la possibilità di cambiare idea, anche quando costa
tempo e fatica.
E in questo quadro c’è un rimosso enorme, che rivela più di ogni altra cosa la
natura di vetrina dell’evento: i CPIA, i centri provinciali per l’istruzione
degli adulti, creati per decreto nel 2012 e a regime dal 2015. Eredi delle
vecchie scuole serali, oggi tengono in piedi, in tutta Italia, il percorso di
circa 185 mila persone straniere che chiedono alfabetizzazione e titoli di
studio; oggi i CPIA vengono indicati dallo stesso governo, nell’ultimo decreto
scuola, come il perno per la formazione linguistica dei genitori stranieri. In
tutto il paese sono 130 centri con 692 sedi associate.
Il problema è rappresentato dalle carenze strutturali che i CPIA materialmente
vivono: non dispongono di una sede propria e sono ospitati in locali di altre
scuole, al pomeriggio, quando finiscono le lezioni regolari; non hanno organici
stabili e sono penalizzati dall’assenza di insegnanti non specificamente
formati. Ci sono, soprattutto nelle grandi città come Palermo e Catania, liste
d’attesa consistenti.
Risulta, così, evidente il paradosso: come si può organizzare un confronto,
sull’integrazione, sull’inclusione, sullo 0-6, sul rapporto tra scuola e
famiglie, lasciando fuori la rete che ogni giorno costruisce il ponte
linguistico con quelle famiglie. La loro assenza ai Cantieri culturali non è una
dimenticanza, è una scelta politica: i CPIA raccontano una scuola povera, senza
sede, precaria, che non si può mettere in vetrina.
A chiudere il cerchio arrivano due interventi simbolo che, più di ogni altro,
rivelano l’ideologia di fondo nella preparazione dei lavori. Il primo è Geopop,
un progetto editoriale di divulgazione scientifica che utilizza il format e il
linguaggio dei social. Portare il modello dei milioni di views dentro la scuola
significa suggerire velatamente che se la scuola non funziona è perché i docenti
non sanno comunicare in modo abbastanza accattivante. È una scorciatoia
pericolosa. Mafia e povertà educativa non diventano più comprensibili se rese
“semplici, ingaggianti, memorabili”. Si trasformano in altro: si riducono a
intrattenimento.
Il secondo intervento è rappresentato dal modulo su competenze e valori come
leva per la competitività europea. Qui il lessico tradisce tutto. La scuola
smette di essere luogo di emancipazione, spazio di formazione delle cittadine e
dei cittadini, e diventa leva, ingranaggio e strumento utile a competere con USA
e Cina. L’alunna/o non è più persona, è capitale umano. Tutto questo rende finto
il titolo stesso poiché la scuola smette di essere comunità che apprende e
diventa brand regionale.
Da un lato si dice “il sapere cresce quando le voci si incontrano“, dall’altro
si celebra la presenza delle “voci più autorevoli“. Ma se il sapere ha bisogno
di tutte le voci, una platea di soli autorevoli è la sua negazione. Un vero
momento costituente farebbe l’esatto opposto. Partirebbe dai nodi rimossi: dai
nidi comunali che mancano, dai Cpia senza sede e con le liste d’attesa, dal
sostegno precario al 70%, dal tempo pieno ridotto a privilegio per pochi, da
quel 4+2 che rischia di trasformarsi in scorciatoia per poveri. Un vero momento
costituente restituirebbe potere vincolante, non consultivo, a chi la scuola la
vive ogni giorno.
AI CANTIERI ALLA ZISA NON SERVE UNA VETRINA. SERVE UN’ASSEMBLEA VERA.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università, Palermo
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