Oltre il buco nero: i numeri e le contraddizioni nelle sottrazioni di minori in Italia
“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.
Bertolt Brecht
Come emerge da UTOPÍA — la campagna di sensibilizzazione ideata e promossa da me
per portare all’attenzione pubblica il tema delle sottrazioni di minori — la
vicenda dei tre meravigliosi bambini di Palmoli ha acceso i riflettori su ciò
che accade nel buco nero delle istituzioni: un vuoto che ingoia legami
familiari, ricordi, appartenenza e identità. L’obiettivo che perseguo da oltre
quindici anni, occupandomi di questi temi, non è colpire ciecamente le
istituzioni, ma fare in modo che tornino a rappresentarci, avviando un
necessario processo trasformativo.
Dallo studio e dall’esperienza sul campo, emergono con forza le numerose
storture esistenti in questo ambito. Per fare un esempio su tutti, nonostante la
normativa (Legge n. 184 del 1983 e successive modifiche) preveda l’affido come
misura temporanea della durata massima di ventiquattro mesi, prorogabili solo
con motivazioni specifiche, – nei fatti – il 23% dei minori in comunità vi
rimane oltre i due anni. Ciò determina l’impossibilità concreta di tornare nella
famiglia d’origine e recide progressivamente il legame genitori-figli.
Ma non è tutto: non di rado, ai genitori viene negato persino di sapere dove
siano stati condotti i figli o di incontrarli, per anni; talvolta, per
fronteggiare le normali ed inevitabili crisi isteriche dei bambini, si arriva a
dire loro che i genitori sono morti, impedendo loro una seppur minima
frequentazione. La rescissione del legame viene spesso decisa in Appello, dopo
un tortuoso e costosissimo cammino processuale; la decisione fa seguito a
relazioni di educatori e assistenti sociali da cui si evince che i bambini sono
più nervosi dopo aver rivisto i genitori e sono invece più sereni quando non li
vedono.
Per chiunque conosca la psicologia infantile queste non possono non apparire
come delle oscenità. Non esiste bambino che non soffra dopo essere stato
allontanato dai suoi genitori, evento che più è piccolo e più verrà inteso come
conseguenza delle proprie colpe (“sono stato cattivo”, “ho rotto il giocattolo”,
“ho pianto troppo”); esiste però il bambino che dinanzi a un trauma ingestibile
e difficile da elaborare, come è sicuramente la sparizione definitiva dei suoi
genitori, sprofonda in uno stato depressivo o dissociativo talmente gravi da
“sospendere” l’elaborazione del lutto e da tenere le emozioni provate sotto
strati di pelle, perché poi riemergano con brutalità nella crescita e nell’età
adulta, sotto forma di sintomo, ritardi nella crescita e nell’apprendimento,
violenza auto ed etero inflitta, comportamenti disfunzionali, e quant’altro.
Giova ricordare che gli adulti di riferimento sono chiamati a contenere,
supportare, lasciar emergere, il dolore provato dal bambino, creando un ambiente
sicuro, sincero, amorevole: spesso invece dagli operatori il dolore viene
minimizzato (“perché piangi?”), colpevolizzato (“non stai bene qui con noi?”) e
ridicolizzato (“non ti volevano più bene, hai visto che non venivano più alle
visite?”) da parte di persone in quel momento fondamentali per la sopravvivenza
del bambino. Personalmente rifletterei anche sull’inevitabile corto circuito: mi
resta difficile comprendere come si possa aiutare qualcuno ad elaborare un lutto
causato da dagli operatori stessi (mi riferisco sempre ai casi in cui la
sottrazione avviene per futili motivi). La grave mancanza di empatia che ha
portato a supportare la rescissione del legame si ripresenterà anche nei momenti
successivi dell’accudimento e dell’affiancamento nella crescita del bambino.
Trovo raccapricciante che persone destinate a prendersi cura del benessere dei
minori, a cui viene riconosciuto dalle nostre istituzioni un potere così grande,
possano sistematicamente sostenere questa linea della deprivazione genitoriale
come strada per il raggiungimento della serenità del bambino: in altre parole,
l’affezione, l’amore, l’attaccamento, oggetto di studio della psicologia dello
sviluppo e della psicologia in generale, vengono ignorati, a favore di una
visione chirurgica e asettica della questione. Madre e padre sono allora il
problema, come fossero corpi estranei che creano turbamento dentro l’organismo
del bambino, che viene percepito e rappresentato come un automa, un burattino
privo di profondità, che necessita solamente di non provare emozioni, che deve
mantenere ad ogni costo un equilibrio rigido e che non deve soffrire neppure
dinanzi a una tragedia in corso delle peggiori. La psicologia, che io sappia, è
il contrario: è il cammino grazie al quale impariamo a comprendere il ruolo
delle emozioni e della sofferenza. Esistono emozioni fisiologiche, normali,
adattive; esiste un dolore necessario per mantenere un equilibrio psicologico
sano.
O forse la realtà è che bambini che piangono, soffrono, gridano, hanno crisi
isteriche, domandano, ossia bambini assolutamente normali, sono più difficili da
gestire dentro strutture piene di protocolli e necessità spicciole? E allora
chiedo: davvero il bambino è al centro?
Ho aiutato diverse famiglie che hanno subito la sottrazione dei loro figli. In
tutte le relazioni emergono le stesse diciture, gli stessi nessi causali, le
stesse giustificazioni. Come è possibile che tutte le madri siano “ostative” e
disturbino la quiete delle comunità ospitanti? Come è possibile che una madre
che vuole stringere a sé il suo bambino quando grida, venga considerata non
adatta e venga estromessa brutalmente dalla vita del figlio come un tumore? Come
possono le regole di una struttura superare le logiche della relazione?
Sarebbe come dire che se una madre non va d’accordo con il personale della
scuola frequentata dal figlio, la soluzione non sia cambiare scuola ma eliminare
la madre. Certamente i conflitti finirebbero… Di cosa parliamo esattamente?
Con tutto il rispetto per le realtà e le persone che lavorano bene, e ne ho
incontrate, qui non si tratta di qualche eccezione; il caso di Palmoli funge da
detonatore di una situazione che a mio avviso è assolutamente fuori controllo.
Secondo i dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, si parla di
circa 35.000 bambini coinvolti. Il dato più aggiornato, basato sul sistema
SIOSS, riguarda i minori “in carico” ai servizi sociali (una categoria più ampia
rispetto ai soli allontanamenti): la media nazionale si attesta a 43,5 bambini
ogni mille residenti tra 0 e 17 anni, con un divario enorme che va dal 74,8 per
mille dell’Emilia-Romagna al 19,7 per mille della Calabria.
In parole semplici, non esiste uno standard nazionale uniforme: la sorte di una
famiglia dipende da dove abita e da quale dottrina politico-economica prevale
nello specifico comune e da quale “cultura” istituzionale nella specifica Corte
d’Appello, confermando una disomogeneità strutturale denunciata da anni da
diverse associazioni e professionisti. Come possiamo parlare di un sistema equo
e basato su evidenze – legali e psicopedagogiche che siano?
Eppure una tendenza che possiamo considerare trasversale è questa: i minori
accolti in comunità residenziali sono il doppio di quelli in affido familiare.
Da cosa dipende? Probabilmente dal fatto che mentre l’affido a una famiglia
terza richiede una rete di disponibilità private che spesso stenta a decollare,
l’inserimento in casa famiglia o struttura residenziale risponde a una risposta
istituzionale standardizzata.
In termini di affido familiare i valori più alti (pari o superiori a 2 casi ogni
mille residenti) si registrano in Liguria, Piemonte e Molise. I valori più bassi
(pari o inferiori a 1 ogni mille) si registrano in Abruzzo, Campania e
Basilicata (l’Abruzzo si attesta intorno a 1,1 minori ogni 1.000 residenti). In
termini assoluti, il 18,1% dell’affido è concentrato in Piemonte, il 16,7% in
Lombardia, mentre Emilia-Romagna e Sicilia si attestano al 7,7%, e Veneto e
Toscana intorno al 7%.
In termini di strutture residenziali (comunità educative e case famiglia), i
tassi oscillano notevolmente: dai valori più elevati della Liguria (superiori al
3,6 per mille) e del Piemonte (tra i 2,5 e i 3,5 per mille, con migliaia di
ragazzi accolti in centinaia di strutture diffuse capillarmente), fino ai
livelli minimi di regioni come la Toscana e l’Abruzzo (poco più dell’1 per
mille, pari a poche centinaia di casi all’anno).
Il caso particolare dell’Abruzzo: è davvero una delle regioni peggiori in questo
fenomeno?
L’Abruzzo, regione finita sui riflettori per via di quella che a livello
mediatico è stata irresponsabilmente definita “la famiglia del bosco”, registra
storicamente tra i tassi più bassi in Italia per quanto riguarda l’affidamento
familiare e mantiene un’incidenza complessiva dei minori fuori famiglia
relativamente contenuta rispetto ad altre aree. Tuttavia, laddove si rende
necessario un allontanamento, il sistema abruzzese si sbilancia in modo netto:
sul totale dei minori fuori dalla famiglia d’origine, solo circa il 23% è
accolto in affido familiare, mentre ben il 77% trova collocamento nei servizi
residenziali. Questo squilibrio marcato è accentuato soprattutto nelle aree
interne e montane, dove la desertificazione demografica e la cronicizzata
carenza di famiglie affidatarie formate rendono impervio l’affido domestico,
costringendo i servizi sociali a ripiegare quasi unicamente sulle comunità
territoriali, spesso collocate a grande distanza dal contesto d’origine del
minore.
Ma la vera criticità è sistemica e legata alla trasparenza: il Tribunale per i
Minorenni — come quello dell’Aquila — lavora in camera di consiglio, senza
pubblicità delle udienze né l’obbligo di pubblicare statistiche sistematiche sui
propri provvedimenti. I dati emergono solo frammentariamente tramite indagini
campionarie del Ministero o dell’ISTAT, lasciando un vuoto che impedisce a
genitori e ricercatori di verificare differenze locali o tendenze interventiste.
Chiedo: come può una famiglia essere smembrata sulla base di logiche
territoriali opache, legate alle possibilità economiche di quella regione, alla
rete di strutture più o meno proficua, alla diversa interpretazione di dinamiche
familiari secondo lenti via via diversificate?
Denuncio, infine, come professionista del settore, il clima omertoso e violento
che si respira troppo spesso e ringrazio quelle realtà e quei professionisti che
tengono alta la scintilla del dubbio, che accolgono il confronto, che non fanno
ostruzionismo né negano la parola a chi pone questioni, nel bene del Paese e dei
bambini.
Che non debba mai più accadere, in un Paese civile, che si venga segnalati
subendo la rimozione di pagine divulgative o che si subiscano ritorsioni per
aver portato avanti con correttezza e trasparenza tematiche urgenti come queste.
Svolgere in coscienza il proprio dovere di professionisti e di cittadini, non
dovrebbe richiedere alcuna dose di coraggio.
Auspico, infine, la nascita di luoghi condivisi, luoghi di riflessione,
conoscenza, ricerca e consapevolezza. Con le mie iniziative intendo sollecitare
una maggiore partecipazione popolare e un conseguente ridimensionamento del
potere di alcune categorie, che considero ormai autoreferenziale e assolutamente
al di là di ogni limite e confine.
Auspico e sento vicino un cambio di rotta, una rinascita, una rivelazione, con
tutta la sua portata apocalittica e salvifica.
Rosanna Pierleoni