Psicopatologie delle ultradestre. Trump, Milei e la follia al potere di Yago Franco. Un estrattoIl successo di Flávio Bolsonaro al primo turno delle presidenziali brasiliane
riporta al centro una domanda che attraversa tutta la politica contemporanea:
che cosa rende desiderabile il potere delle ultradestre? Yago Franco,
psicoanalista argentino, la affronta in Psicopatologie delle ultradestre. Trump,
Milei e la follia al potere (DeriveApprodi), con un saggio introduttivo di
Franco Berardi Bifo. Partendo dal caso argentino, indaga il rapporto fra
sofferenza individuale, trasformazioni sociali e consenso autoritario. Nel brano
che pubblichiamo, la promessa di una vita senza limiti rivela il suo rovescio:
la frustrazione diventa aggressività contro l’altro, mentre i leader che si
proclamano nemici del sistema ne incarnano gli imperativi più profondi.
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DALLA POLITICA DELLA PULSIONE ALLA PULSIONE COME POLITICA
Trump ha minacciato di governare senza riconoscere limiti al suo potere, come se
fosse il padrone di un’impresa. Milei governa come fosse l’amministratore
delegato del suo paese. Entrambi incarnano alla perfezione il significato
centrale del capitalismo: l’illimitato, che porta agli estremi l’imperativo
dell’Altro del neoliberalismo, lanciando gli individui in una corsa senza fine.
Che consumino quanto possono e provino una fugace felicità, questa rapidamente
decade perché. non è sufficiente, dal momento che c’è. sempre qualcosa di più,
di migliore, di più nuovo, c’è sempre un’esperienza superiore: la cosiddetta
obsolescenza pianificata non riguarda solamente gli oggetti.
È chiaro che ci sono quelli che non possono consumare neppure l’elementare e il
necessario, però l’astuzia di questo Altro consiste nel far sì che costoro si
trovino sotto gli effetti di una tirannia nascosta. Perciò si deprimono e si
rassegnano, invece che ribellarsi contro questa tirannia. Essi aspirano dunque a
essere ciò che mai potranno essere: stanchi di uno stile di vita di cui vedono
soltanto l’apparenza esteriore, votano per l’estrema destra, che istituisce una
politica della pulsione.
Negli animali tali impulsi sono chiamati istinti e si soddisfano in maniera
assolutamente prefissata, mentre negli esseri umani si trasformano in pulsioni:
impulsi modulati dalla vita sociale che per rendere possibile la loro
soddisfazione offrono finalità dirette o sublimate – l’arte, l’amore, il
pensiero ecc. A questo scopo, la società si serve di modelli identificatori e di
oggetti privilegiati per la sublimazione, così come di oggetti e modalità di
soddisfacimento del mondo pulsionale. Pertanto, ogni società deve istituire una
politica per le pulsioni, e lo fa nei modi più diversi. Questa politica della
pulsione (le cui varie versioni possiamo chiaramente osservare nell’antica
Grecia, nell’Impero Inca, nelle tribù di cacciatori di teste, nel mondo
capitalista) sembra culminare negli ultimi decenni in una politica che fa,
appunto, della pulsione la sua politica.
La pulsione come politica, dunque. Perché lo diciamo? Perché, come scrivevo in
precedenza, nel mondo in cui viviamo si è istituita una illusione/promessa di
vivere senza limiti. La pubblicità lo afferma continuamente. Un potere
illimitato va di pari passo con questo modello di società.
È necessario approfondire il punto. La chiamata all’illimitato è un invito a
scaricare le pulsioni istintuali: questo è il desiderio che si trova nelle
profondità dell’inconscio, il desiderio del Nirvana.
Questo continuo scarico segue quindi il percorso della pulsione di morte: è uno
stile di vita, un disinvestimento del mondo nel regno del narcisismo e
dell’autoerotismo. Vale a dire: il consumismo come qualcosa legato a ciò che sta
al di là del principio di piacere.
Ciò si manifesta anche negli imperativi dell’incessante attività lavorativa,
della giovinezza e della salute, di superare qualsiasi ostacolo si presenti
giorno dopo giorno, di ottenere successo, del piacere sessuale, e via di questo
passo.
ECCITAZIONE PULSIONALE
Possiamo dire che questo insieme di obblighi psicologici mantiene il mondo
pulsionale degli individui in uno stato di agitazione costante. La novità è il
contenuto che si aggiunge allo stato di agitazione: xenofobia, misoginia,
razzismo ecc. Così ci si appella a quel che vi è di peggio nella soggettività
umana, ai cosiddetti bassi istinti: il rifiuto e il disprezzo, fino ad arrivare
alla sua distruzione, perché l’altro è percepito come un’esteriorità assoluta e
pericolosa.
L’altro è qualcosa la cui sola esistenza mette in questione l’identità, che è
qualcosa di assolutamente necessario, purché non si metta in crisi ciò che è
istituito. Questo altro è un pericolo per la soddisfazione illimitata.
Se diciamo che questa condizione fa appello al peggio della soggettività umana,
ai suoi istinti più bassi, è perché si tratta con evidenza di un appello alla
radicale asocialità che regna nell’inconscio e che la socializzazione tenta di
limitare in ogni contesto sociale. Con l’espressione bassi istinti ci riferiamo
alla pulsione di morte come distruzione dell’altro e al ritiro dal mondo come
forma di narcisismo.
Lo psichismo umano, nelle sue origini, abita in un mondo chiuso in se stesso,
che nulla sa a proposito di quel che esiste al di fuori di sé, e nulla vuole
saperne. Questo nucleo asociale, autistico, dominato dall’autoerotismo, abita
nel fondo dello psichismo di ogni individuo, e viene spodestato e gettato alla
mercé della socializzazione ogni qual volta la psiche è costretta all’incontro
con il mondo. In questo senso il modello proposto dall’ultradestra è quello di
una società abitata in larga misura da individui anti-sociali. Un vero e proprio
ossimoro, anche piuttosto assurdo.
È facile vedere come sia un gioco impossibile. L’Altro del capitalismo attuale
si sganascia dalle risate, come ridono Trump e Milei.
Come ha riso Bolsonaro. Una risata sarcastica e sardonica di coloro che si
credono i padroni del mondo, anche se spesso sono solo fantocci di qualcun
altro. Quel riso è imitazione della risata dell’Altro che gode dell’inutile
sforzo dei servi, di coloro che si mettono in posizione subalterna e cercano di
soddisfare un inconscio che non conosce limiti, spinti dal bisogno di essere
accettati, di appartenere, e dal timore di non essere più accettati e di non
appartenere più, di essere affogati nel mare dell’inesistenza.
Lungi dall’essere anti-establishment, come generalmente si presentano, i leader
dell’ultradestra incarnano l’establishment meglio di tutti i loro oppositori e
predecessori. Lo fanno senza eufemismi, senza utilizzare parole politicamente
corrette, come fanno i loro avversari.
Forse è suonata l’ora della verità per le nostre società: tutto è più chiaro che
mai. Manca solo che si prenda coscienza di quel che pure è del tutto manifesto,
in bella vista sopra la tavola. Che la forma di vita imperante venga
riconosciuta come qualcosa che aggredisce la libertà degli individui mentre
finge di esaltarla. La libertà. annullata dal negazionismo climatico, dallo
sfruttamento, dalla precarizzazione forzata della maggior parte dell’umanità,
dall’abolizione dei diritti acquisiti. Perdita di libertà per mano di un sistema
che riduce tutti a numeri. È praticamente l’unico argomento di cui parla Javier
Gerardo Milei, oltre alla sua cosiddetta «battaglia culturale» contro tutto ciò
che minaccia il suo devastante progetto.
L'articolo Psicopatologie delle ultradestre. Trump, Milei e la follia al potere
di Yago Franco. Un estratto proviene da Pulp Magazine.