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Quella capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita
DI FRONTE ALLA RISPOSTA AUTORITARIA E CENTRALIZZATA DEL GOVERNO FEDERALE, A MINNEAPOLIS DECINE DI MIGLIAIA DI PERSONE SONO SCESE IN PIAZZA, ORGANIZZANDO INASPETTATE FORME DIFFUSE DI AUTODIFESA COLLETTIVA. DOPO IL PASSAGGIO DEL CICLONE HARRY, COME GIÀ ACCADUTO IN ALTRE EMERGENZE, RETI DI SOLIDARIETÀ LOCALI SI SONO ATTIVATE LONTANO DAI RIFLETTORI DEI GRANDI MEDIA PER SOSTENERE LE PERSONE ISOLATE. POCHI MESI FA LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA IN POCO TEMPO HA COINVOLTO CENTINAIA DI IMBARCAZIONI E DECINE DI MIGLIAIA DI PARTECIPANTI DA DIVERSI PAESI, TRASFORMANDO UNA PROTESTA SIMBOLICA IN UN’AZIONE TRANSNAZIONALE DI SOLIDARIETÀ CONCRETA. SECONDO MASSIMO DE ANGELIS, QUESTE ESPERIENZE MOSTRANO COME, DI FRONTE A CRISI CHE LE ISTITUZIONI TRADIZIONALI NON RIESCONO O NON VOGLIONO GOVERNARE, EMERGANO DAL BASSO RETI DI DECISIONE COLLETTIVA: I COMMONS. NON UN “TERZO SETTORE” ACCANTO A STATO E MERCATO, MA UN’ALTRA FORMA DI COOPERAZIONE SOCIALE CHE NASCE NEI PUNTI DI FRATTURA, NE RIVELA I LIMITI E APRE SPAZI DI PARTECIPAZIONE. ANCHE LA COSIDDETTA AMMINISTRAZIONE CONDIVISA, PIÙ CHE UNA TECNICA GIURIDICA, DIVENTA COSÌ UN PROCESSO POLITICO. NON È CERTO UN CASO, OSSERVA DE ANGELIS, SE LE ISTITUZIONI RISPONDONO SEMPRE PIÙ SPESSO CON SGOMBERI E RICHIAMI ALLA “LEGALITÀ” CONTRO CHI PROVA AD APRIRE NUOVI SPAZI DI PARTECIPAZIONE Nella Riserva di Monte Bonifato di Alcamo (Trapani) è nato da un servizio autogestito di guardiania antincendio che ha contribuito a far sì che, dopo molti anni, nessun incendio abbia devastato quell’angolo della Sicilia. Nella foto un cerchio maieutico del gruppo Muschio Ribelle di Alcamo: si tratta di uno strumento di indagine popolare, ispirato alle esperienze promosse da Danilo Dolci, che utilizza il confronto e l’ascolto per far emergere l’intelligenza collettiva e sviluppare consapevolezza, saperi e organizzazione dal basso -------------------------------------------------------------------------------- Policrisi e danza macabra dei contrari Prendiamo il grandangolo per mappare la nostra situazione nel mondo. Viviamo in tempi di policrisi croniche: crisi ecologica, guerre, instabilità geopolitica ed energetica, crisi della riproduzione sociale. Croniche non perché immobili, ma perché auto-riprodotte. I grandi apparati, le istituzioni e i sistemi che regolano la vita collettiva e le forme della cooperazione sociale – in particolare quelli che strutturano l’azione dello Stato e del mercato – non solo non sembrano equipaggiati per affrontare queste crisi, ma sono parte integrante del vortice, della danza macabra dei contrari che le produce e le intensifica. Uragani, alluvioni e incendi si susseguono con crescente intensità, mentre le emissioni globali continuano ad aumentare e, nello stesso tempo, si moltiplicano le dichiarazioni di emergenza climatica. Si parla di transizione ecologica mentre si espandono le trivellazioni, si cercano nuovi giacimenti di gas e petrolio, e si riaprono centrali a carbone in nome della sicurezza energetica. Si moltiplicano i conflitti armati e le spese militari crescono a ritmi record, mentre si invocano la pace e la stabilità come obiettivi astratti; si rafforzano confini, muri e dispositivi di respingimento, mentre le migrazioni forzate aumentano proprio a causa delle guerre, delle crisi climatiche e della devastazione economica. Si proclama la centralità della cura, del welfare e della coesione sociale, mentre si precarizzano il lavoro, la sanità e l’istruzione, e si scaricano i costi della riproduzione sociale su famiglie, comunità e territori già sotto pressione. Si invoca la sicurezza, mentre si restringono gli spazi democratici, si criminalizza il dissenso e gli Stati assumono tratti sempre più autoritari, spesso proprio in nome della gestione dell’emergenza. In questo scenario, ogni risposta sembra produrre il suo contrario: più crisi genera più controllo; più instabilità legittima più concentrazione di potere; più disordine giustifica più comando. È questa la danza macabra dei contrari in cui siamo immersi: un movimento incessante che non risolve le crisi, ma le usa come carburante per la loro stessa riproduzione. In questo vortice noi, soggetti singoli o collettivi, sperimentiamo un senso diffuso di impotenza. La scala dei problemi sembra eccedere continuamente la direzione e il senso della nostra prassi di intervento. Siamo come ipnotizzati dal vortice, dalla danza macabra di contrari. Tra questi contrari, ce n’è uno particolarmente pervasivo e ingannevole: Stato e mercato, e nelle sue altre declinazioni, diritto ed economia, pubblico e privato, sovranità e proprietà. Questa dicotomia viene presentata come naturale e inevitabile, come se l’alternativa fosse sempre e solo scegliere da che parte stare dei due poli. Ricchezza, oligopoli, sovranità Nel lungo ciclo neoliberale, Stato e mercato sono stati narrati come opposti a somma zero: più mercato significava meno Stato; più proprietà privata significava meno sovranità pubblica. Ma questa narrazione non ha mai corrisposto alla realtà. Al contrario, l’intervento dello Stato è stato essenziale all’espansione del mercato: privatizzazioni, deregolamentazione, sostegno finanziario, gestione autoritaria delle crisi, repressione dei conflitti sociali. Lo Stato non è arretrato: si è sempre più riconfigurato come dispositivo funzionale alla concentrazione della proprietà. Oggi il risultato di questo processo è reso evidente da alcune statistiche ormai note (si veda l’ultimo rapporto di Oxfam), ma che vale la pena ricordare perché dicono molto più di quanto sembri. Circa 3.000 miliardari detengono oggi una ricchezza equivalente a quella di metà della popolazione mondiale, circa 4 miliardi di persone. Solo nel 2025 la loro ricchezza è aumentata del 16%, di circa 2.500 miliardi di dollari, una cifra che sarebbe sufficiente a eradicare la povertà estrema globale per decine di volte (Oxfam, 2025). E non si tratta solo di ricchezza: lo 0,1% più ricco del pianeta ha emissioni pro capite così elevate che in un solo giorno produce più CO₂ di quanta ne emetta in un anno una persona appartenente al 50% più povero della popolazione mondiale. L’1% più ricco, in diversi studi, produce una quota complessiva di emissioni paragonabile o superiore a quella di metà – o più – dell’umanità. Ma questa divaricazione di ricchezza è solo la punta dell’iceberg. Essa riflette un dominio strutturale di pochi grandi oligopoli sulla cooperazione sociale, cioè sulla capacità collettiva di produrre, riprodurre e organizzare la vita. Piattaforme digitali che controllano infrastrutture comunicative e dati; multinazionali dell’energia e dell’agroindustria che decidono cosa estrarre, coltivare e distruggere; complessi militari-industriali che orientano spesa pubblica e priorità politiche; grandi gruppi finanziari che disciplinano Stati e territori attraverso debito, rating e flussi di capitale. In tutti questi casi, la concentrazione della ricchezza è l’effetto visibile di una concentrazione molto più profonda del potere di decisione. Questi dati, dunque, non descrivono solo una disuguaglianza economica o un’ingiustizia ambientale. Descrivono una concentrazione estrema di potere decisionale sul presente e sul futuro. Concentrazione di ricchezza, dominio oligopolistico e concentrazione delle emissioni corrispondono a regimi di proprietà che consentono a pochissimi di decidere come produrre, cosa estrarre, quanto inquinare e quali costi scaricare su altri. Ma questa concentrazione non sarebbe possibile senza una parallela concentrazione di sovranità, cioè della capacità di definire le regole, sospenderle in nome dell’emergenza, proteggere alcuni interessi e sacrificarne altri. Governare il futuro forzando il presente Oggi, con l’accelerazione delle policrisi, questa dinamica ci porta a un’impasse ulteriore. Le grandi crisi della riproduzione sociale – ecologica, della cura, delle migrazioni, delle guerre – non vengono più riconosciute come problemi da risolvere, ma come condizioni da governare in modo emergenziale e sempre più autoritario. Dal punto di vista funzionale al governo del capitalismo contemporaneo nelle crescenti policrisi, proprietà e sovranità non appaiono più come opposti, ma marciano all’unisono. Si presentano nel loro carattere nudo come due declinazioni di una stessa funzione fondamentale: ciò che possiamo chiamare la presa. La presa è il tentativo di governare il futuro orientando forzatamente il presente. In quale direzione? Nella direzione di preservare – e se possibile rafforzare – l’egemonia del capitalismo sulla cooperazione sociale a fronte delle policrisi create dal capitalismo stesso nel suo complesso. In questo senso, la presa non mira a risolvere le contraddizioni che attraversano le policrisi della riproduzione sociale, ma al contrario tende a mantenerle, ricomporle e ridistribuirle, e accentuarle, rendendole funzionali alla continuità dei rapporti di proprietà, alle gerarchie di comando e ai processi di accumulazione. Le crisi non vengono superate, ma amministrate, trasformate in dispositivi di selezione, esclusione e disciplinamento. Il futuro non è aperto come spazio di possibilità collettive, ma interiorizzato come riserva di decisione strategica per pochi. La lezione della Groenlandia Per capire immediatamente cosa significhi questa idea di presa, prendiamo un esempio concreto: il caso della Groenlandia. In un intervista al New York Times del 10 gennaio, Donald Trump dice che la sovranità statunitense sulla Groenlandia – quella che lui identifica con la proprietà, ownership – sarebbe “psicologicamente necessaria”, perché darebbe cose che un trattato non può dare. Eppure gli Stati Uniti dispongono già di basi militari, accordi e accesso strategico. Perché allora voler “possedere” la Groenlandia? Perché, nella logica della proprietà intesa come bundle of rights, la proprietà non assegna solo diritti specifici di uso o di accesso, ma concentra il diritto residuo, cioè il potere di decidere su ciò che non è ancora stato previsto o regolato. È questo residuo – usi futuri, soglie, eccezioni – che un trattato non può garantire. In un mondo attraversato da crisi croniche della riproduzione sociale che si intensificano, poter determinare gli usi futuri diventa decisivo. Trump non è un’anomalia, ma un sintomo della fase: nella policrisi, il comando non si accontenta più di accordi e mediazioni, ma cerca una presa diretta sul futuro, a fronte delle turbolenze sociali che le grandi crisi possono innescare (e che stanno già provocando in maniera crescente a livello mondiale). A questo punto possiamo tornare alla definizione più precisa di presa. La presa non è semplicemente il controllo funzionale di qualcosa, né un atto puntuale di appropriazione. È la capacità o volontà di stabilizzare un rapporto asimmetrico di disponibilità ed esclusione su un dominio di realtà e di cooperazione sociale: trattenerlo, renderlo disponibile a decisione propria, sottrarlo alla contingenza delle relazioni negoziali. La presa è ciò che permette a un soggetto o a un dispositivo di potere di “tenere” un campo, di farlo valere come proprio spazio operativo e costituente. Ma soprattutto, la presa non riguarda solo ciò che è già dato. Essa consiste nella capacità di catturare il residuo, cioè di trasformare l’indeterminazione futura in uno spazio interno di decisione. Per residuo non si intende semplicemente ciò che resta non assegnato dopo una distribuzione di diritti, ma il campo strutturale dell’indeterminazione: l’insieme delle possibilità future, degli usi non previsti, delle crisi, delle trasformazioni e delle soglie non ancora formalizzate. Controllare il residuo equivale a controllare la capacità di decidere su ciò che non è ancora definito. Riletto in questa chiave, l’enunciato di Trump perde parte della sua eccentricità e acquista una coerenza più profonda. Ciò che è in gioco non è semplicemente l’efficienza militare o l’accesso a risorse, ma il passaggio da una presa mediata, relazionale e negoziata – quella dei trattati – a una presa diretta, residuale e costituente – quella dell’ownership. In una fase di crisi egemonica e di instabilità dell’ordine internazionale, la tentazione non è tanto di aumentare le capacità operative, quanto di rafforzare la presa sulle condizioni stesse della possibilità di comando. In questo senso, proprietà sempre più accentrata e sovranità sempre più autoritaria condividono una stessa funzione di fondo. La proprietà è una forma di presa sugli oggetti e sugli usi: decide non solo chi può usare una risorsa oggi, ma chi potrà trasformarla, estrarla o riconvertirla domani. La sovranità è una forma di presa sull’ordine normativo e territoriale: decide quando le regole valgono, quando possono essere sospese, ricalibrate o ridefinite. Entrambe sono modalità storiche e istituzionali di una stessa funzione: la costruzione di un dominio relativamente chiuso di decisione, capace di ridurre la dipendenza dall’esterno e di incorporare il futuro come risorsa interna. Commons: oltre pubblico/privato, contro la presa sul residuo Ė da queste considerazioni sulla presa nel contesto delle policrisi che dobbiamo partire per ripensare la questione dei beni comuni: non come una tecnica di gestione, ma come un’alternativa politica alla presa della proprietà centralizzata e della sovranità di tipo autoritario sulle sorti presenti e future della cooperazione sociale, della vita collettiva. È per questo che la questione dei beni comuni acquista oggi una centralità politica nuova. Quando parliamo di beni comuni, il primo equivoco da sciogliere è pensare che si tratti semplicemente di “beni” particolari, da affiancare a quelli pubblici e privati. Nel mio libro Omnia Sunt Communia (recensito in questo articolo di Peter Linebaugh) il punto di partenza è diverso e più radicale: un bene comune non è una cosa, ma un elemento di un commons; e il commons non è un oggetto, bensì un sistema sociale. Un commons esiste solo quando tre elementi sono tenuti insieme: una risorsa, una comunità che dipende da quella risorsa, e un insieme di pratiche, regole e relazioni – ciò che chiamiamo commoning – che ne rendono possibile l’uso e la riproduzione nel tempo. Senza queste pratiche, una risorsa non è un bene comune: è semplicemente una risorsa disponibile alla privatizzazione, alla mercificazione o alla gestione statale. In questo senso, il bene comune non preesiste alle relazioni sociali, ma emerge da esse, come esito di un processo storico e politico. Altrimenti una risorsa è bene comune solo nelle aspirazioni di chi la rivendica come tale. L’acqua, ad esempio, è un bene comune solo se esistono forme di gestione dell’acqua aperte alla partecipazione e alla negoziazione della comunità di utenti. Questo modo di intendere i beni comuni è profondamente diverso da quello dell’economia neoclassica. Nell’economia standard, i beni vengono classificati in base a caratteristiche considerate “oggettive”: rivalità, escludibilità, scarsità. Da qui derivano le note categorie di beni privati, pubblici o common-pool resources. Ma questa tassonomia presuppone che i beni abbiano proprietà intrinseche, quasi naturali. L’approccio dei commons come sistema sociale ribalta questa prospettiva: un bene non è definito da ciò che è, ma da come è socialmente organizzato. Rivalità ed escludibilità non sono dati naturali, ma il risultato di decisioni politiche, giuridiche e istituzionali. La domanda centrale non è quindi “che tipo di bene è questo?”, ma quali rapporti sociali lo producono, lo governano e ne decidono il futuro. Questa impostazione ci porta a riconsiderare in modo critico la distinzione tra privato, pubblico e commons. Nel regime privato, il bene è separato dalla comunità che ne dipende: è controllato tramite diritti esclusivi ed è orientato alla valorizzazione e allo scambio. Nel regime pubblico, il bene è formalmente sottratto al mercato, ma viene gestito in modo verticale, attraverso apparati amministrativi che spesso mantengono una distanza strutturale tra decisori e comunità. In entrambi i casi, il potere decisionale tende a concentrarsi, sia pure in forme diverse. Il commons introduce una logica differente. Qui il bene non è né semplicemente posseduto né soltanto amministrato: è governato attraverso pratiche collettive e situate, che distribuiscono la capacità di decidere sugli usi, sulle regole e sulle trasformazioni future. Il commons non elimina le regole; al contrario, le produce come parte integrante della riproduzione sociale, dei bisogni dei co-partecipanti e delle loro soggettività. E soprattutto, se il commons si vuole fare strumento di cambiamento sociale, non concentra la presa sul residuo, ma tende a mantenerlo aperto, condiviso e negoziabile, entro i limiti posti dal mantenimento delle condizioni per la vita. Per questo il commons non è un “terzo settore” accanto a Stato e mercato, ma un’altra forma di organizzazione della cooperazione sociale, orientata a mettere la risoluzione delle policrisi della riproduzione sociale al centro, anche quando ciò entra in tensione con la preservazione dell’egemonia capitalistica. L’impasse di diritto ed economia e la nuova centralità dei commons È qui che emerge con chiarezza l’impasse del diritto e dell’economia. Il diritto moderno, costruito attorno alla dicotomia pubblico/privato, fatica a riconoscere forme di governo che non rientrino stabilmente in uno di questi poli. L’economia dominante, a sua volta, fatica a pensare sistemi cooperativi orientati alla riproduzione della vita, perché riduce l’azione sociale a individui isolati, incentivi, competizione e allocazione. I commons appaiono così come eccezioni da regolare o tollerare, non come forme sociali a pieno titolo, dotate di una propria razionalità. Nella policrisi, questo limite diventa evidente. Le crisi producono incertezza, mettono sotto stress le regole esistenti e aprono spazi di decisione che non possono essere gestiti né dal mercato né dallo Stato in modo verticale e centralizzato. È qui che i commons riacquistano una centralità politica decisiva: non perché siano semplicemente più efficienti, ma perché mettono in questione chi decide sul futuro e come, cioè chi esercita la presa sul residuo. Questa centralità politica dei commons non va però fraintesa. Non si tratta di idealizzare singole esperienze, né di presentare i commons come soluzioni locali autosufficienti a problemi globali. Al contrario, i commons emergono precisamente nei punti di frattura, là dove Stato e mercato falliscono in modo strutturale nel garantire la riproduzione sociale: sicurezza materiale, cura, accesso alle risorse, protezione della vita. Dal punto di vista macro, questi fallimenti sono enormi, sistemici, planetari; ed è proprio per questo che anche le potenzialità politiche dei commons sono oggi di scala molto più ampia di quanto suggerisca la loro apparente località. Le pratiche di commoning che osserviamo non nascono in un vuoto istituzionale, ma dentro e contro l’impasse delle forme dominanti di governo. Esse non sostituiscono automaticamente Stato e mercato, ma ne rivelano i limiti, aprendo spazi di decisione collettiva là dove le risposte verticali si mostrano incapaci di governare l’incertezza, la complessità e l’urgenza delle crisi della riproduzione sociale. Le illustrazioni che seguono vanno lette esattamente in questo senso: non come modelli da replicare, ma come segnali concreti di come, nelle policrisi, i commons tendano a emergere come risposta politica ai fallimenti sistemici del comando. Quando il commoning si accende Per capire cosa significa tutto questo nella pratica, basta spostare lo sguardo su alcune situazioni recenti, in cui la policrisi costringe le persone a organizzarsi direttamente, fuori dai canali ordinari di Stato e mercato. A Minneapolis e nel resto del Minnesota, l’intensificazione delle operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha scatenato una mobilitazione sociale massiccia contro retate, arresti e violenze, inclusi casi di due persone uccise da agenti federali. Davanti alla risposta autoritaria e centralizzata del governo federale, decine di migliaia di persone hanno occupato le strade, hanno promosso forme estese di autodifesa collettiva, stanno indicendo uno sciopero generale statale a livello nazionale. In questo quadro, la risposta collettiva non è stata solo opposizione alla repressione, ma ha costituito forme di organizzazione distribuita e coordinata che vanno oltre la logica Stato/mercato, evidenziando spazi di decisione e sovranità sociale non controllati verticalmente dalle istituzioni federali. Il ciclone “Harry” ha colpito duramente il Sud Italia, devastando ampie zone di Sicilia, Calabria e Sardegna con onde alte, precipitazioni eccezionali e danni stimati in miliardi di euro, rompendo infrastrutture, abitazioni e territori che convivono già con vulnerabilità climatiche crescenti. In una situazione in cui la gestione dell’evento tende a essere condotta come emergenza da tamponare, si attivano spesso risposte della società civile – reti di solidarietà locali, gruppi di volontari, associazioni territoriali, cooperative – che supportano persone isolate, alluvionate o impossibilitate ad accedere a servizi pubblici. Queste reti si configurano come commons praticati in tempo reale: cooperazione diretta per la sopravvivenza e la ricostruzione, capacità di decidere insieme sui bisogni immediati, di redistribuire risorse e di sostenere la riproduzione sociale in un contesto in cui le istituzioni centralizzate faticano a governare la complessità e l’incertezza di un evento climatico estremo. In un altro contesto di crisi internazionale, la Global Sumud Flotilla ha visto la mobilitazione di centinaia di imbarcazioni e decine di migliaia di persone da decine di Paesi con l’obiettivo di rompere il blocco navale e portare aiuti umanitari a Gaza, opponendosi a una lunga condizione di violenza e inerzia politica. Questa iniziativa non è stata semplicemente una protesta simbolica: ha rappresentato uno sforzo collettivo transnazionale di solidarietà che si è organizzato al di fuori delle logiche istituzionali standard, coinvolgendo persone, associazioni civili, comunità locali e reti internazionali. In un contesto in cui le istituzioni nazionali e internazionali spesso tardano o falliscono nel fornire risposte adeguate, la flotilla ha articolato pratiche di cooperazione e azione diretta, mostrando che reti di senso e di decisione collettiva possono emergere come risposta alle crisi sistemiche stesse che le istituzioni tradizionali non sanno governare. Amministrazione condivisa Queste tre esemplificazioni mostrano come, nelle policrisi, i limiti delle risposte verticali di Stato e mercato si trasformino in spazi di iniziativa collettiva, in cui emergono pratiche e forme di decisione che ricordano ciò che intendiamo per commons: non semplici meccanismi di efficienza o supplenza emergenziale, ma risposte politiche e sociali che rimettono al centro la capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita e di futuro. In questo senso, il bene comune non è una risorsa da “proteggere”, ma una relazione da coltivare; non un oggetto giuridico residuale, ma un principio di organizzazione sociale. Parlare oggi di beni comuni significa interrogare radicalmente proprietà e sovranità, e chiedersi se, in un mondo instabile, il futuro debba essere catturato da pochi o governato collettivamente, attraverso forme di cooperazione che tengano insieme responsabilità pubblica e autorganizzazione sociale. Questo passaggio è cruciale perché consente di aprire una distinzione interna allo Stato stesso. Non si tratta di essere contro lo Stato in quanto tale, ma contro uno Stato ridotto a dispositivo di presa, che governa la crisi dall’alto e scarica i costi della riproduzione sociale verso il basso. La sfida, piuttosto, è ricostruire un pubblico – spesso a partire dai territori – capace di prendersi cura, insieme ai commons, dei problemi concreti della riproduzione sociale. È dentro questo quadro che va collocata la questione dell’amministrazione condivisa. Non come semplice tecnica giuridica o procedurale, ma come campo di tensione politica, in cui si giocano alleanze, conflitti e trasformazioni all’interno del pubblico stesso. L’amministrazione condivisa può limitarsi a includere pratiche sociali in un quadro decisionale che resta centralizzato, lasciando intatta la logica della presa; oppure può diventare uno strumento di apertura, capace di trasformare il pubblico dall’interno, rafforzandone la capacità di prendersi cura dei problemi della riproduzione sociale insieme alle comunità coinvolte. In questo secondo caso, il pubblico non è un apparato che delega o scarica costi, ma un soggetto istituzionale in trasformazione, che riconosce i commons come parte costitutiva dell’interesse generale. L’amministrazione condivisa può allora diventare uno spazio in cui lo Stato – o meglio, il pubblico territoriale – non si ritrae, ma cambia forma, mettendo in comune capacità, risorse e poteri decisionali, e redistribuendo la capacità di decidere sul residuo. Al contrario, può anche essere utilizzata in modo opportunistico, come strumento attraverso cui un potere centrale continua a governare dall’alto, trasferendo sulle comunità “autogestite” i costi materiali, sociali ed ecologici della crisi. Un dettaglio recente, tutto italiano, illumina bene questa posta in gioco. Negli ultimi mesi, mentre alcuni spazi sociali storici — come il Leoncavallo a Milano e Askatasuna a Torino — stavano attraversando percorsi di interlocuzione e negoziazione con le autorità locali in vista di forme di riconoscimento, è arrivato l’intervento dall’alto: sgomberi e chiusure decisi e rivendicati come “ripristino della legalità”. Non è solo la repressione di un luogo: è un gesto di ri-centralizzazione della decisione, un modo di interrompere sul nascere un possibile cambio di forma del pubblico nei territori. Letto attraverso la lente della presa, il punto diventa ancora più netto: ciò che appare intollerabile, per una destra di governo orientata alla presa, non è semplicemente l’esistenza di spazi autogestiti, ma la possibilità che questi diventino snodi legittimati di cooperazione sociale dentro un rapporto trasformativo con il pubblico locale — cioè che si istituzionalizzi (senza normalizzare) una pratica di amministrazione condivisa capace di spostare poteri, risorse e “residuo” decisionale. In altre parole: il pericolo, per la presa, non è lo “spazio” in sé; è l’alleanza che rende quello spazio un precedente politico-amministrativo, un modello di riconoscimento del commoning come parte dell’interesse generale. La domanda decisiva, quindi, non è se l’amministrazione condivisa funzioni meglio o peggio, se sia più o meno efficiente, ma che tipo di presa rafforza o disinnesca, e quale idea di pubblico contribuisce a costruire: un pubblico ridotto a dispositivo di comando o un pubblico alleato dei commons nella riproduzione della vita. Ed è qui che diritto e politica dei beni comuni si incontrano davvero: nella possibilità di trasformare la policrisi non in un’occasione per rafforzare il comando, ma in uno spazio di decisione collettiva sul futuro, in cui istituzioni pubbliche territoriali e pratiche di commoning possano convergere nella cura e nella trasformazione della cooperazione sociale. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE BONASORA: > Il tempo della condivisione -------------------------------------------------------------------------------- Testo preparato per l’incontro Diritto e politica dei beni comuni (Napoli, 5 febbraio), nell’ambito del ciclo di seminari “Beni comuni / Valori comuni” promosso da CNR-IRISS. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quella capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita proviene da Comune-info.
February 16, 2026
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Niscemi non cade
QUELLO CHE È ACCADUTO NON È UNA FATALITÀ. MENO ANCORA “MALTEMPO”. È IL PRODOTTO DI DECENNI DI ABBANDONO. È IL PRODOTTO DI UN MODELLO CHE CONSIDERA ALCUNI TERRITORI SACRIFICABILI. INTORNO AL MOVIMENTO NO MUOS IN SICILIA SI MUOVONO PEZZI DI SOCIETÀ CHE VOGLIONO APRIRE SPAZI PER UNA GESTIONE “DEMOCRATICA DELL’EMERGENZA E DELLA MESSA IN SICUREZZA DEL TERRITORIO” DI NISCEMI, UNA GESTIONE PARTECIPATA E CONTROLLATA DAI COMITATI DI CITTADINI, CON ACCESSO PUBBLICO AI DATI E AI PROGETTI MA SOPRATTUTTO ALLE DECISIONI. PERCHÉ LA PAROLA TORNI A CHI VIVE QUESTO TERRITORIO OGNI GIORNO… “NISCEMI NON CADE. NISCEMI RESISTE. NISCEMI PARLA…”: 8 FEBBRAIO, MANIFESTAZIONE E MICROFONO APERTO Foto Nomuos.info -------------------------------------------------------------------------------- Siamo prima di tutto solidali con le persone colpite dalla frana, con chi è stato evacuato, con chi ha perso sicurezza, stabilità, serenità. Siamo solidali con una comunità che da anni vive dentro una condizione di esposizione permanente al rischio. Non arriviamo a Niscemi per fare passerelle. Non arriviamo protetti da cordoni di polizia. Non arriviamo per parlare al posto di qualcuno. Siamo a Niscemi perché siamo parte di questa storia. Siamo a casa nostra. Siamo in mezzo alla nostra gente. Siamo con le compagne e i compagni di Niscemi. Quello che è accaduto non è una fatalità. Non è solo “maltempo”. È il prodotto di decenni di abbandono, di assenza di pianificazione, di manutenzioni episodiche, di opere emergenziali che sostituiscono la prevenzione. È il prodotto di un modello che considera alcuni territori sacrificabili. A Niscemi questo modello si vede in modo lampante: mentre il territorio civile viene lasciato senza infrastrutture adeguate, senza messa in sicurezza strutturale, senza servizi, continua e si rafforza una delle più grandi installazioni militari statunitensi presenti in Italia. Mentre case sono precipitate nel vuoto, mentre molte altre sono oggi inabitabili perché sospese sull’orlo della frana, mentre è stata istituita una zona rossa di 150 metri dal coronamento del dissesto che ingloba abitazioni, tre scuole, la biblioteca comunale e l’ufficio postale, la base militare viene monitorata, consolidata, ampliata. La zona rossa inizia a meno di cento passi dal municipio e dalla chiesa madre, e a poche decine di passi dalla piazza principale del paese. Esistono due territori solo nella narrazione del potere: uno civile, esposto e abbandonato; uno militare, protetto e messo in sicurezza. Ma la terra è una sola. E i rischi ricadono su chi abita. La frana è il segno visibile di una frattura più profonda: abbandono sociale, desertificazione economica, spopolamento, precarietà infrastrutturale, repressione del dissenso e avanzata della militarizzazione. Noi rifiutiamo le logiche mafiose, clientelari e paternalistiche con cui da sempre vengono gestite emergenze, risorse e ricostruzioni. Non chiediamo solo ristori. Chiediamo diritti. Chiediamo trasparenza. Chiediamo sicurezza vera. Chiediamo una gestione democratica dell’emergenza e della messa in sicurezza del territorio, sotto il controllo diretto dei comitati di cittadini, con accesso pubblico ai dati, alle decisioni, ai progetti. Chiediamo che la parola torni a chi vive questo territorio ogni giorno. Per questo chiamiamo una manifestazione pubblica: una piazza aperta. Una parola collettiva. Uno spazio di ascolto, confronto e denuncia. Invitiamo le realtà sociali, i movimenti, le associazioni, le singole persone solidali a essere presenti. Niscemi non cade. Niscemi resiste. Niscemi parla. [Movimento No MUOS] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ENZO SCANDURRA: > Harry è passato, ma è solo un avvertimento -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Niscemi non cade proviene da Comune-info.
February 2, 2026
Comune-info
Staccare la spina alla guerra
I MILITARI HANNO BISOGNO DI MOLTA ENERGIA, NON SOLO PER COSTRUIRE ARMI. PER FERMARE LA GUERRA DOVREMMO PROVARE A STACCARGLI LA SPINA. COME? METTENDO IN DISCUSSIONE NON SOLO QUALE ENERGIA PRODURRE, MA CHI LA PRODUCE E PER FARNE COSA Foto Una città in comune di Pisa -------------------------------------------------------------------------------- L’intreccio tra guerra ed energia è molto stretto. Per diversi motivi. I militari hanno bisogno di molta energia, non solo per costruire armi sempre più sofisticate ad alta potenzialità distruttiva e per trasportare velocemente mezzi e truppe, ma anche per le reti di controllo, sorveglianza e di puntamento a distanza (“armi autonome”, le chiamano) che abbisognano di colossali apparati satellitari, informatici e l’uso di enormi data base. Tutte attività fameliche di energia. Davvero interessante un passaggio della appassionante ricostruzione che fa Pietro Greco della corsa alla costruzione della bomba atomica tra Stati Uniti e Germania (Pietro Greco in L’Atomica e le responsabilità della scienza, edizioni L’Asino d’oro, 2025). Secondo il grande giornalista scientifico l’attenzione dei fisici nucleari nazisti era più orientata a capire come controllare la reazione atomica per produrre energia finale utile, piuttosto che a farne una bomba. Sappiamo da alcune stime (peraltro tutt’altro che realistiche) che le attività militari assieme alla filiera dell’industria bellica, “in tempo di pace”, consumano il 10% dell’energia mondiale e, secondo altre stime, emettono tra il 5 e il 6% delle emissioni globali di gas climalteranti. Se fossero uno stato si situerebbero al quarto posto, dopo US, Cina e India. (Federica Frazzetta e Paola Imperatore, Clima di guerra, in Sbilanciamoci! 2025). Da notare che i dati sono segretati. Non vi è obbligo di comunicazione da parte delle forze armate, ma solo con l’Accordo di Parigi del 2015 gli stati sono invitati a fornire una rendicontazione volontaria. Ma è davvero possibile scorporare i dati sul consumo di energia tra i settori militari e civili? Per il nucleare l’intreccio è – per definizione – inestricabile. Sia per come funziona la filiera produttiva, sia per i requisiti di gestione. Una centrale nucleare è di fatto un sito militare. Ma l’ignobile e perverso “dual use” è oramai una realtà in tutti i settori tecnologici e della ricerca scientifica. Sappiamo che le industrie belliche e le attività militari sul campo hanno bisogno dei servigi delle grandi aziende tecnologiche globali (tra cui IBM, Microsoft, Google, Amazon, Palantir e Hewlett Packard). Sappiamo da quello che sta accadendo a Gaza (vedi i rapporti di Francesca Albanese) come la guerra sia il campo di sperimentazione delle innovazioni tecnologiche in ogni settore. Non è del resto una novità nella storia dell’umanità. I militari hanno bisogno di usare i ritrovati della scienza, così come la scienza e la tecnica hanno bisogno delle commesse militari per potersi sperimentare e sviluppare. Una questione questa di enorme importanza su cui gli scienziati, i centri di ricerca, le università dovrebbero riflettere, a proposito della neutralità della scienza e di altri miti bugiardi che allontano l’agire etico e delle responsabilità individuali (vedi l’Appello degli scienziati contro il riarmo, firmato da Carlo Rovelli e non molti altri). Le grandi innovazioni nella chimica (esplosivi che diventano fertilizzanti e viceversa), nell’ingegneria (aviazione), nelle telecomunicazioni, nella biologia, della geoingegneria, nella stessa informatica sono quasi sempre il frutto della volontà di conquista degli stati esercitata attraverso gli eserciti. La questione non è tanto o quanto si spende per le armi (come se il 2,1% sia più sostenibile del 5% del Pil), ma tutto ciò che permette agli industriali di costruire e ai militari di usare le armi. Quando si dice siamo in una “economia di guerra” non si dice solo che la spesa per gli eserciti è eccessiva, ma che il sistema sociopolitico ruota attorno alla guerra, dipende dai rapporti di forza armati (deterrenza) e dalla capacità di usarli in qualsiasi omento e in qualsiasi luogo (“prontezza”, la chiama Ursula von der Leyen). Letta e Draghi nei loro rapporti/suggerimenti alla UE affermano che la competizione economica (a partire dalla superiorità tecnologica) la si vince o la si perde nella misura in cui gli appartati industriali militari saranno superiori a quelli dei competitori. Mi pare che Israele lo stia dimostrando alla grande con l’IDF. La spirale tra militarizzazione del pianeta, accaparramento delle materie prime e controllo delle rotte commerciali moltiplica i conflitti armati (mai così tanti dalla fine della Seconda guerra mondiale, 57) e aumenta spaventosamente i fabbisogni energetici. Possiamo fermare la guerra? Come fare, allora, a fermare la guerra? Potremmo provare a staccargli la spina. Non è uno scherzo. Attenzione, anche loro sanno di avere qualche problema di sostenibilità nell’uso dell’energia. Sembra che gli Stati maggiori del generale Crosetto stiano lavorando a una “Strategia Energetica della Difesa”, il cui obiettivo è: “raggiungere più elevati livelli di efficienza e indipendenza energetica, al fine di perseguire concreti obiettivi di […] tutela ambientale […] e di sviluppare una nuova mentalità energy oriented nell’ambito dei settori della logistica, delle operazioni e delle infrastrutture della Difesa”. Ci sono anche progetti per “Caserme Verdi a basso impatto ambientale”, “Basi (navali) Blu” e “Aeroporti Azzurri”. L’ex ministro alla fu Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ora ad della Leonardo saprà certamente inventarsi un carro armato con vernice green biologica, perfettamente riciclabile e dotato di motori elettrici. C’è un magistrale discorso di papa Bergoglio, che andrebbe sempre ricordato: “Gli aerei inquinano l’atmosfera ma con una piccola parte dei soldi del biglietto piantano alberi per compensare parte del danno arrecato. Le società del gioco d’azzardo finanziano compagnie per i giocatori patologici che creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è ipocrisia!” (Vaticano 4 febbraio 2017). La Leonardo ci ha provato a donare 1,5 milioni di euro all’ospedale di Roma Bambin Gesù, ma non li hanno voluti. Se nell’economia di guerra tutto ruota inestricabilmente attorno all’apparato militare industriale e se l’intero sistema industriale dipende dal controllo dell’energia, allora rivendicare un controllo democratico sull’uso delle fonti energetiche può essere una giusta e buona strategia per i movimenti pacifisti ed ecologisti (ecopacifisti). In fondo l’energia è una sola, è il flusso che alimenta ogni processo naturale. È il primo bene comune. È la forza preesistente della vita, sia quella miracolosamente sprigionata direttamente dal sole, sia quella racchiusa nei giacimenti fossili, sia quella meravigliosamente rigenerata in continuazione dal processo biochimico della fotosintesi clorofilliana, sia quella rara e misteriosa contenuta nell’atomo di uranio. Ha un valore primario in sé, il cui uso dovrebbe essere regolato da un semplice principio: i benefici che se ne possono trarre, senza danneggiare il bene, devono essere messi a disposizione, condivisi e goduti da tutti gli esseri viventi. Non solo gli esseri umani. Poiché il flusso dell’energia è il principale regolatore e indicatore (il “medium”) del metabolismo uomo/natura, nella storia dell’umanità intervengono delle regolazioni sociali che trasformano un dono gratuito della natura in uno di più potenti strumenti di controllo e di dominio politico. Accade così che nei regimi del capitale (nell’“ecologia del capitale”) le fonti di energia primaria vengano privatizzate attraverso la costruzione di apparati tecnologici e regimi giuridici proprietari di cattura, estrazione, trasformazione, distribuzione, erogazione, consumo. Si formano così enormi asimmetrie di potere nel disporre del bene comune, concentrazioni ed esclusioni, sprechi vergognosi e disuguaglianze intollerabili (povertà energetica, magari tra quelle popolazioni dal cui suolo si estraggono idrocarburi; 800 mln di africani non hanno accesso all’elettricità). Queste strutture e questi apparati sono pensati allo scopo di realizzare profitti e accumulare capitali, trasformano l’energia (un dono gratuito) in una merce e oscurano l’origine naturale dell’energia. Mettere in discussione l’intero sistema energetico Per avere la pace, per pacificare il mondo dovremmo quindi mettere in discussione il sistema energetico nel suo complesso. Non solo il tipo di tecnologie usate per trasformare l’energia primaria in energia utilizzabile, non solo gli impatti ambientali sulle diverse matrici naturali lungo tutta la filiera, non solo l’equa ridistribuzione delle utilità, ma anche quali sono i fabbisogni autentici e davvero necessari al benessere umano (e non solo) che devono essere garantiti. Insomma, dovremmo riuscire a mettere in discussione non solo quale energia produrre, ma chi la produce e per farne cosa. La questione fondamentale è il tipo di controllo sociale delle fonti e dei sistemi di distribuzione dell’energia. Non siamo – mi pongo all’interno dei movimenti che sognano una società della decrescita – mossi da furore ideologico anticapitalistico o da nichilismo tecnologico. A me piace il solare perché è una fonte ben distribuita e si può usare senza appropriarsene. Amo le Comunità energetiche rinnovabili perché penso che siano una forma di autogestione consapevole e replicabile. Ma so anche quanto facile sia la loro sussunzione nel mercato tramite i collegamenti alla rete e la bancarizzazione dei ricavi. Mi rivolgo quindi a quanti in ottima buona fede sostengono la “transizione energetica”, le energie pulite, la neutralità climatica, l’elettrificazione, le green tech… per metterli in guardia sul fatto che questi sacrosanti obiettivi rimarranno una chimera (come lo è tutto il Green Deal europeo) se a controllare produzione e distribuzione continueranno ad essere le forze di mercato, i gruppi industriali interessati a ricavare più profitti a prezzi vantaggiosi. Mi auguro e spero che non un raggio di sole, non un soffio di vento, non una goccia d’acqua possa mai finire in mani armate. -------------------------------------------------------------------------------- Testo preparato per l’incontro La transizione ecologica va in guerra: il ritorno del falso mito del nucleare, promosso da Confluenza (progetto nato per connettere le lotte territoriali nel Piemonte) all’interno del Festival dell’Alta Felicità, a Venaus. -------------------------------------------------------------------------------- Nell’archivio di Comune, sono leggibili oltre 250 articoli di Paolo Cacciari. Tra gli ultimi suoi libri Re Mida. La mercificazione del pianeta. Lavoro e natura, economia ed ecologia (ed. La Vela). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > La guerra organizza l’accumulazione del capitale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Staccare la spina alla guerra proviene da Comune-info.
July 27, 2025
Comune-info
Roma Est ogni mese ha il suo disastro
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 4 luglio, alle 8, in via dei Gordiani, a Roma, è successo ciò che da tempo era scritto. Non è fatalismo: è memoria, osservazione, esperienza. Non riusciamo a limitarci a un semplice post di vicinanza verso chi sta soffrendo. Lo siamo, vicini. Ma siamo anche profondamente arrabbiati. Perché questa volta è stato troppo. Solo un anno fa raccontavamo l’incendio al deposito giudiziario di via Artena; poche settimane fa, l’ennesimo rogo al Pratone di Torre Spaccata e al Parco di Centocelle. A Roma Est, ogni mese ha il suo disastro, ogni anno la sua ferita. Un filo rosso unisce luoghi diversi, segnati non dalla sfortuna, ma da una visione vecchia, logora, della città, dello sviluppo e della gestione del territorio. Zone ad alto rischio incastonate tra le case, a pochi passi da scuole e centri ricreativi: un azzardo quotidiano sulla pelle delle persone, in palese contraddizione con leggi e regolamenti comunali. Basta leggere il piano carburanti del Comune per scoprire che il benzinaio esploso stamattina, semplicemente, non doveva essere lì. Spazi verdi di grande valore abbandonati all’incuria, soffocati dall’incapacità cronica di anteporre il bene comune agli interessi privati. Mai utilizzati davvero come volano per la riqualificazione ambientale, né come strumenti per mitigare i danni dell’impatto antropico. Aree ex industriali, ex commerciali, ex qualsiasi cosa, senza uno straccio di progetto di riconversione, lasciate lì, a perpetua memoria di quei modelli fallimentari. Un territorio, insomma, trattato come una zona di risulta. Una fastidiosa incoerenza nell’immaginario in franchising di Roma. E sia chiaro: non è un problema solo di oggi. È da almeno quarant’anni che va avanti così. E noi, puntuali come un orologio rotto, ogni anno siamo qui a ripetere le stesse cose. Da quindici anni. Nel frattempo, il Comprensorio Casilino resta senza uno straccio di pianificazione, il Parco di Centocelle continua a bruciare come se fosse previsto dal piano regolatore, e l’ennesimo ferravecchio protoindustriale va in fumo, giusto per non farci mancare nulla. Nel mentre, si inaugura l’ennesimo ipermercato o si lanciano “rivoluzionari” progetti di studentati, ché oggi fa tanto innovazione. Perché qui, a Roma Est, lo sviluppo locale è ancora guidato da strumenti di cinquant’anni fa, superati almeno da trenta. E mentre organizzare un evento culturale richiede una trafila da equilibristi tra regolamenti, permessi e autorizzazioni, se invece si vuole costruire una palazzina davanti a un acquedotto romano bastano una SCIA, due tecnici e un murales. Lo diciamo da sempre: fare periferia è un atto politico. È un disegno chiaro, deliberato. Generare disagio, alimentare incertezza, depotenziare le risorse locali serve a mantenere quelle “zone grigie” che, un domani — magari già domani, vista la recente discesa in campo dei fondi immobiliari milanesi anche su Roma — diventeranno moneta urbanistica. E mentre tutto questo accade, cala il silenzio. Anche da parte delle realtà locali, sempre più spente, sempre più allineate. Qualche comunicato, e poco più. E non bastano persone di cuore, oneste e anche di visione di cui l’amministrazione è piena, perché la macchina è ormai ingrippata, succube di una cultura politica del breve termine. Siamo stanchi. Stanchi di ripeterci, stanchi di fare la parte delle Cassandre. Stanchi di essere sempre quelli “non allineati” — alla politica, ai movimenti, ai comitati, alle “cose importanti”. Sì, siamo diversi. Ed è per questo che oggi, mentre ringraziamo con sincerità chi è impegnato ad aiutare chi è stato colpito, a cui rinnoviamo la nostra vicinanza, invitiamo al silenzio. E alla riflessione. Ma non possiamo tacere il fatto che, se l’esplosione fosse avvenuta due ore più tardi, oggi forse conteremmo le vittime. E non possiamo ignorare che le responsabilità sono chiare: storiche e attuali. Non possiamo perché, come diceva Pasolini: noi sappiamo i nomi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Tutta la comunità educante -------------------------------------------------------------------------------- Ecomuseo Casilino è un’associazione museale territoriale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Roma Est ogni mese ha il suo disastro proviene da Comune-info.
July 4, 2025
Comune-info
Dietro ogni matto c’è un villaggio – verso le elezioni amministrative 2021
Tra poche settimane il nostro spazio compirà il suo ventisettesimo anno di occupazione; pochi giorni prima, il 3 e 4 ottobre, a Roma e nei suoi municipi si terrà il primo turno delle elezioni amministrative. Una coincidenza temporale che non evochiamo per caso: più di tre anni fa, gran parte di noi hanno partecipato con […] L'articolo Dietro ogni matto c’è un villaggio – verso le elezioni amministrative 2021 proviene da CSOA LA Strada.
August 28, 2021
CSOA LA Strada
Un anno di abbandono del Farmers Market di Via Passino
Si è abituati ad interpretare i compleanni come momenti di festa. Nonostante ciò, alcune ricorrenze lasciano l’amaro in bocca. Il 23 novembre 2019, i locali del Farmers Market di Via Passino (Garbatella) sono stati abbandonati per decisione del Comune di Roma. A distanza di un anno, quegli spazi sono ancora vuoti e inutilizzati, perciò riteniamo […] L'articolo Un anno di abbandono del Farmers Market di Via Passino proviene da CSOA LA Strada.
November 30, 2020
CSOA LA Strada