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Silvia Lippi / Già una rivoluzione?
“La vergogna è già una rivoluzione”, scriveva Karl Marx in una lettera indirizzata ad Arnold Ruge nel marzo 1843; a distanza di centoquarant’anni, Gilles Deleuze rincarava la dose, in “Grandezza di Yasser Arafat”, scrivendo: “Shame, shame”. Pochi mesi fa, e più precisamente nel marzo di quest’anno, Silvia Lippi è partita da queste tracce, tra le varie altre, per scrivere un importante saggio per la rivista francese “Les Temps qui restent”, unendo alla matrice psicanalitica – Lippi, ricercatrice presso l’Université Paris X Nanterre, è di formazione lacaniana – convincenti riflessioni filosofiche e non facili scavi nella memoria autobiografica e collettiva. Saggio che ora viene ampliato e tradotto in italiano da Matteo Pratelli, diventando un prezioso volume per i tipi di Ombre Corte, dal medesimo titolo: Canta Palestina! Le citazioni di Marx e Deleuze appena ricordate sono qui incluse – insieme a un lacerto da “La Palestina come metafora” (1997) del poeta palestinese Mahmud Darwish – come eserghi di un testo che affronta, appunto, la vergogna legata agli eventi accaduti in Israele e Palestina negli ultimi anni (eventi, è opportuno ricordarlo, che non hanno avuto certamente inizio nell’ottobre di tre anni fa, essendo radicati all’interno di processi molto più ampi, ormai secolari). Vergogna, si diceva, e non senso di colpa, perché soltanto la prima rende, più che colpevoli, responsabili, e può essere qualcosa “di cui morire” – come nel linguaggio comune: “vergognarsi da morire” – sperimentando quindi un reale traumatico che altrimenti viene completamente denegato. “Noi stiamo crepando di vergogna” scrive in effetti Lippi, in una delle pagine più intense del libro; “voi ci fate vergognare, fate addirittura vergognare la nostra vergogna”. Con il “voi” si intende chiunque si presenti nella “figura dell’uomo onesto” (figurazione che va al di là, naturalmente, delle differenze di genere), e faccia anche mostra, più o meno palesemente, del proprio senso di colpa, tanto nella classe politica al governo nei vari Paesi coinvolti nell’attuale questione palestinese, quanto tra opinion makers, intellettuali, artiste o artisti. Come si vedrà a breve, non si tratta certamente di un’invettiva condotta sulla base di una qualche superiorità politica, culturale o morale (peraltro impossibile, in termini generali, quand’è la vergogna a muovere chi scrive o prende parola); è la distinzione che si impone, invece, tra chi esperisce la propria vergogna e chi si fa trascinare da un senso di colpa che – dal punto di vista della psicanalisi freudo-lacaniana, ma anche di un Deleuze a tutt’oggi poco frequentato – porta alla denegazione, al correlato senso di onnipotenza e al rischio di tornare a perpetrare crimini, per così dire, assolti in partenza. All’opposto, la vergogna accomuna chi sopravvive al genocidio – esemplare l’analisi di Lippi, in questo senso, portando dalle pagine di Primo Levi ai versi del poeta palestinese Refaat Alareer – e chi ne è lontano fisicamente, ma non può dirsene al di fuori. Sulla base dell’onta si disegna così una vera e propria ontalogia, secondo il neologismo coniato da Lippi e che mostra uno scarto piccolo ma evidente – nonostante, o forse proprio in virtù dell’affiliazione a una tradizione variamente lacaniana, deleuziana o butleriana – rispetto alla hantologie derridiana degli Spettri di Marx, acquisendo subito un chiaro orizzonte politico: “La nostra ontalogia della Palestina ci impone una responsabilità che va oltre la rispettabilità morale, e persino oltre il diritto penale, perché riguarda politicamente il nostro essere. […] Siamo privi di onore, ma persistiamo nella vergogna”. Peraltro, Lippi scrive queste righe nell’ambito di un’analisi di Persona non grata (2003) di Oliver Stone, film forse non adeguatamente ricordato (nemmeno di recente, in occasione dell’ottantesimo compleanno del regista, celebrato anche in Italia) e che invece potrebbe essere utilmente rivisto. Sono innumerevoli, del resto, le occasioni mancate di approfondimento e dibattito sulle questioni messe in gioco da questo libro, in un dibattito pubblico italiano o francese – Lippi dà conto in nota della ricezione conflittuale del suo saggio su “Le temps qui restent”, segnalando, en passant, una questione non di poco conto – che, appunto, si è limitato a girare attorno alla denegazione anche nel momento di alcuni fragili passi verso posizionamenti diversi, perlopiù trainati dalle manifestazioni moltitudinarie dell’autunno 2025. Tali manifestazioni sono al centro delle ultime pagine del libro, con importanti spunti di riflessione sulle dinamiche dell’inconscio dei movimenti che hanno contestato e continuano a contestare lo svolgimento di un genocidio a Gaza e negli altri territori palestinesi. Se l’articolazione politica è necessaria per continuare a vivere una vergogna che è “già” (e al tempo stesso “non ancora”) una rivoluzione, di particolare importanza sembra lo scavo autobiografico dell’autrice, erede della storia traumatica della strage di Marzabotto attraverso la storia della madre. Quest’ultima è rinvenibile in un’ampia documentazione, tra film, libri e archivio di Monte Sole, che Lippi afferma però di non avere ancora affrontato nella loro interezza, avendo sperimentato in prima persona i sommovimenti dell’inconscio legati proprio a quella vergogna di cui sta parlando. Distinguere tali storie per poi riunirle nella continuità, senza compararle – “qualsiasi confronto è assurdo”, scrive Lippi, “ma c’è anche una continuità […]. E se Marzabotto – e la vergogna di essere io oggi in vita, allora che tutti i miei famigliari sono morti ­– fosse la ragione inconscia che mi ha spinto a scrivere sulla Palestina?” – aiuta, infine, a porsi su un piano molto diverso da quello promosso dai decreti-legge di prossima approvazione e dai dibattiti correlati. Si tornerà così – sulle note di Enzo Avitabile e Amal Markus, evocate nelle ultimissime pagine – a “cantare Palestina”, come nel titolo del libro, facendo tesoro di una rinnovata analisi, e autoanalisi, per l’articolazione sul piano politico.   L'articolo Silvia Lippi / Già una rivoluzione? proviene da Pulp Magazine.
October 5, 2026
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