Eirenefest Firenze: Letizia Fuochi, il dissenso e la pace
Eirenefest Firenze 2026: tra dissenso, responsabilità e memoria. Il dialogo tra
Letizia Fuochi ed Emanuela Bavazzano
Si è conclusa alla Comunità delle Piagge la tappa fiorentina di Eirenefest 2026
(il Festival del libro per la pace e la nonviolenza) con un intenso incontro che
ha visto dialogare Emanuela Bavazzano e la cantautrice, storica e attivista
Letizia Fuochi. Un confronto ricco, appassionato e partecipato, ricamato sul
filo doppio della pace e del dissenso, tra riflessioni storiche, testimonianze e
momenti musicali.
Ad aprire l’incontro è stata Emanuela Bavazzano, sottolineando la necessità di
esplorare percorsi non convenzionali e riflettere sull’agire politico e sociale:
un cammino guidato dal richiamo agli ultimi e ai poveri del mondo. Riprendendo
le parole di Beniamino Deidda — storico magistrato e figura di riferimento della
comunità — Bavazzano ha ricordato come la contestazione porti con sé la
riscoperta della potenzialità rivoluzionaria della coscienza, trasformando la
speranza in un’azione storica concreta.
La prossimità, i gradi di separazione e la responsabilità
Incalzata sugli stimoli della conduttrice, Letizia Fuochi ha ripercorso il
proprio percorso umano ed artistico. Richiamando con ironia la teoria dei «sei
gradi di separazione», la cantautrice ha evidenziato l’importanza della
prossimità: quel filo invisibile che unisce persone, luoghi e idealità. Nata
come «la Joan Baez del Quartiere 2» a Firenze, Fuochi ha raccontato come la
militanza e la musica non siano state una scelta tattica, ma una necessità
interiore per non soccombere all’ingiustizia.
Il cuore del suo intervento si è fondato sul concetto di responsabilità, valore
appreso fin dall’infanzia. Tra i ricordi più vivi, il racconto di quando, a soli
cinque anni e mezzo, nel settembre 1984, decise di scrivere di propria
iniziativa una lettera di auguri al Presidente della Repubblica Sandro Pertini,
apponendovi persino il timbro di un cagnolino giocattolo. La risposta ufficiale
giunta via telegramma poche settimane dopo le confermò una lezione fondamentale:
quando si compie un gesto con intenzione sincera e trasparente, si crea il
presupposto autentico per fare comunità.
L’indignazione, il rifiuto dei compromessi e l’etica
Il dialogo ha poi toccato il tema delle emozioni in politica. Bavazzano ha
richiamato le riflessioni di Gianadrea Franchi e Lorena Fornasier (animatori
dell’associazione Linea d’Ombra di Trieste, impegnati nella cura dei migranti, a
partire dai piedi rovinati dai lunghi cammini), evidenziando come l’angoscia e
l’indignazione non debbano essere viste come derive paralizzanti, bensì come il
motore emotivo ed esperienziale per l’azione collettiva contro l’indifferenza.
Letizia Fuochi ha descritto questa spinta non come angoscia, ma come una
“vertigine” di fronte all’impossibilità di tollerare l’ingiustizia. Cercare la
propria «misura» nel mondo la condotta a scegliere l’arte, la musica e la storia
come strumenti di scavo interiore.
Fuochi ha rievocato un episodio centrale della propria giovinezza accademica:
nei primi anni Duemila, durante una ricerca storicamente e politicamente scomoda
sulle doppie identità di ebrei e comunisti in Italia (accolta con favore da Amos
Luzzatto, allora presidente dell’UCEI), scelse di interrompere la ricerca e
rinunciare a un’importante pubblicazione editoriale pur di non scendere a
compromessi etici o piegarsi a logiche d’opportunismo politico. Una scelta di
integrità e dignità personale che ancora oggi guida la sua voce.
I grandi fari della memoria: Piero Calamandrei ed Enrico Bocci
Ampio spazio è stato dedicato alle figure storiche che hanno nutrito la
coscienza civile di Letizia Fuochi. Tra queste, il partigiano Enrico Bocci, tra
gli animatori di Radio Cora, ricordato per la sua straordinaria forza etica e
per il rifiuto della violenza cieca persino nel pieno della guerra di
Liberazione.
Ma il contributo più denso e inedito ha riguardato Piero Calamandrei. Ricordando
il recente lavoro condotto insieme alla famiglia del giurista e
costituzionalista (sfociato anche in una presentazione ufficiale del volume alla
presenza delle istituzioni), Fuochi ha citato un testo straordinario e poco noto
scritto da Calamandrei nel 1954 per l’Enciclopedia dei Ragazzi (poi ripreso nel
racconto Futuro Postumo).
In quel testo visionario, Calamandrei prefigurava con decenni di anticipo l’era
dei mezzi di comunicazione di massa, la globalizzazione e il livellamento dei
confini nazionali, definiti «linee da tracciare con la matita e non con
l’inchiostro». Soprattutto, il grande giurista metteva in guardia l’umanità sul
rischio dell’autodistruzione atomica: la guerra non come gloria, ma come
fallimento di un cervello umano divenuto ipertrofico rispetto alla propria
capacità di restare umano. Da qui il richiamo fondamentale all’Articolo 11 della
Costituzione e all’insegnamento che la pace e la democrazia sono responsabilità
quotidiana e inalienabile di ogni singolo cittadino.
La musica come atto di resistenza: De André, Tenco e le canzoni della scelta
L’incontro è stato costellato da intensi ed emozionanti interventi musicali ed
esecuzioni acustiche. Tra i brani citati ed eseguiti:
* Se equivocó la paloma: la celebre poesia dell’esule spagnolo Rafael Alberti
musicata da Carlos Guastavino, metafora potentissima della pace (la colomba)
che si smarrisce e si confonde di fronte al dramma della guerra civile.
* La guerra di Piero di Fabrizio De André: richiamata per spiegare alle giovani
generazioni il valore della scelta, della paura e del rifiuto di sparare per
primi di fronte all’assurdità dei conflitti voluti dai potenti.
* La ballata del soldato (o La ballata dell’eroe, portata al successo sia da
Luigi Tenco che da De André): sferzante critica all’inganno della gloria
bellica e delle medaglie alla memoria di fronte al dolore reale delle
famiglie e delle donne che attendono invano il ritorno dei propri cari.
* Cara maestra di Luigi Tenco (1962): brano amaro e profondo che chiude
l’incontro svelando le contraddizioni della società italiana, il conformismo
e l’ipocrisia delle gerarchie sociali.
Infine, Letizia Fuochi ha interpretato un proprio brano originale dedicato alle
donne della Resistenza italiana e a figure come Maria Teresa Regard e Maria
Luigia Guaita. La canzone narra la determinazione con cui tante giovani donne
imbracciarono la bicicletta e sfidarono il regime, sorridendo «con il rossetto
rosso ancora intero» per conquistare la libertà, la giustizia e un mondo nuovo.
La cura attraverso la cultura
Nelle battute finali, arricchite dalla lettura da parte di Emanuela Bavazzano di
una poesia sulla cura condivisa, L’incontro si è concluso con un forte appello
al dialogo, allo scambio e al confronto culturale. Citando il professore Stefano
Mancuso, Fuochi ha ricordato come l’identità e la cultura siano esse stesse il
frutto di secolari migrazioni e contaminazioni.
La vera risposta alla guerra e al cinismo del capitalismo resta dunque la cura:
un investimento continuo nell’istruzione, nella ricerca, nella memoria storica e
nel coraggio di agire nonostante la paura, per continuare a far germogliare i
sogni e il futuro.
Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia
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Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia Fuochi e
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Foto di Paolo Mazzinghi
Paolo Mazzinghi