Tag - rap italiano

Perché i canguri si chiamano così e i giardini Joe Cassano a Bologna
I canguri si chiamano così perché James Cook, che nel 1770 stava esplorando l’Australia, chiese a un indigeno cosa fossero quegli strani animali che saltavano. E lui gli rispose “kangaroo”, che nella sua lingua significa «non capisco cosa dici». Il Giardino delle Popolarissime, invece, si chiama così perché a Bologna, nel 1934, c’era una idea ben precisa su dove si dovessero mettere i poveri. Il regime fascista aveva appena fondato un ente che, a giudicare dal nome, sembrava uscito da un bordello (l’Azienda delle Popolarissime) ma che in realtà si occupava di costruire alloggi per le famiglie senza casa. Queste famiglie, a dire il vero, una casa ce l’avevano. Solo che presto sarebbe stata distrutta. Non dalla guerra, ma da una cosa che i fascisti chiamavano “piccone risanatore”. In pratica si trattava di demolire buona parte dei quartieri popolari nei centri delle grandi città italiane per fare spazio a grandi viali: strade larghe, maestose, monumentali e imperative, che fortissimamente celebrassero la grandezza categorica del regime. A Bologna toccò ai borghi tra via Lame, via Casse e via Fontanina, demoliti per creare l’attuale via Marconi. Nella lingua dei fascisti, insomma, “risanare” significava buttare giù le case di chi ci abitava ed era troppo disgraziato per protestare. I disgraziati vennero quindi mandati fuori dalle mura, nel nuovo comparto Scalo-Malvasia, perché la regola diceva che le Popolarissime dovevano sorgere in periferia, lontano dalle arterie principali. Era un agglomerato di casermoni con uno spazio verde nel mezzo. Quello che oggi si chiama, appunto, Giardino delle Popolarissime. Per anni il giardino è stato un luogo semi abbandonato. Poi, nel 2017, gli abitanti del quartiere hanno deciso che poteva diventare qualcosa di diverso. Si sono riuniti, hanno discusso, organizzato laboratori, assemblee e infine presentato al Comune un progetto per restituire quello spazio alla comunità. Dopo quattro anni di lavori, nell’aprile del 2024 il giardino ha riaperto. Tra le prime realtà a prenderlo in consegna, contribuendo a dargli una nuova identità, c’è stata la comunità hip-hop. Associazioni come Avvertenze Generali, Dry-Art e Strictly Underground hanno cominciato a organizzare battaglie di rap, laboratori per adolescenti e incontri dedicati alla musica e alla scrittura. A quel punto si è posto il problema di dare un nuovo nome al Giardino. Qualcosa che identificasse meglio la realtà che gli si era creata attorno. Dopo averci pensato un po’, gli abitanti del quartiere si sono accorti che la risposta che cercavano era già scritta da trent’anni sui muri della loro città. Murales in omaggio a Joe Cassano Giovanni Cassano nasce a Bologna il 25 novembre del 1973 ma il suo rapporto con la città parte da una certa distanza. Suo padre era americano. A 15 anni parte per un viaggio negli Stati Uniti e trascorre del tempo a New York dove si innamora di una cosa nuova: il rap. Quello che usciva dalle finestre delle case e dai sound system improvvisati, ancor prima che dai dischi. Una musica che vive nelle strade dei quartieri e nella gente che li attraversa. Quando torna in Italia ha un accento che non appartiene a nessuna delle due città e un modo di stare al microfono che a Bologna non si è mai visto. All’inizio si fa chiamare Johnny Jab, come il colpo più forte del pugilato, e si immerge totalmente nella piccola realtà hip-hop che nasce in quegli anni nelle grandi città. Gira per la jam tra Bologna e Torino. Rappa, dipinge e fa a botte. Nel 1997 conosce un altro giovane rapper bolognese: Fabiano Ballarin, in arte Inoki. Sono gli anni in cui il rap italiano esce dalla sua dimensione amatoriale di feste in cantina e di jam in strada e comincia a costruirsi una storia fatta di dischi. E molti di quei dischi arrivano proprio da Bologna. Nel 1992 esce Stop al Panico dell’Isola Posse All Stars, uno degli album che meglio rappresentano la stagione delle posse e della Bologna dei centri sociali. Due anni dopo arrivano i Sangue Misto di Neffa, Deda e DJ Gruff con SxM, che diventa subito IL punto di riferimento per tutto il rap italiano. In italiano quelle tre lettere non significano nulla. In bolognese, invece, suonano come sperèm: speriamo bene. Johnny Jab, nel frattempo diventato Joe Cassano, si muove dentro quella scena con una voce tutta sua. Nel 1999 arriva un disco che oggi viene considerato uno spartiacque per tutta la scena. Il produttore Fritz da Cat dà alle stampe Novecinquanta, un album corale in cui sfilano quasi tutti i nomi che contano del rap italiano. Sembra l’appello di fine anno. O, per meglio dire, di fine decennio. Ci sono i maestri della vecchia scuola, che tirano le somme di uno stile inventato da zero nei primi anni novanta. E poi c’è chi guarda avanti. Il rap comincia a uscire dalle metriche rigide su cui era stato fondato. Non più rima dopo rima – legata a quella di prima – sono nella casa – faccio la mia cosa. Piuttosto un flusso fluorescente di coscienza e benza, come una sentenza smontata in partenza. I versi vengono composti come un cruciverba. La lingua italiana esce dall’analisi logica e le parole diventano musica. Un rap che è una incognita, come dice Neffa, che nel disco spinge più di tutti verso quella direzione. A seguirlo c’è un ragazzo di Senigallia che si fa chiamare Fabri Fibra. Nello stesso campionato gioca anche Joe Cassano che sfrutta quel suo strano accento in bilico per creare un flow tutto suo, dove le parole e lo slang di strada si fondono con una musicalità unica. Con Inoki firma la quinta traccia del disco, che sulla copertina si chiama Giorno e Notte, ma che a Bologna tutti ricordano per il ritornello: Bologna notte e giorno. E’ tutto ghetto intorno. Insomma, le cose stanno andando bene. Il disco di Fritz da Cat gira, il nome di Joe comincia a circolare fuori da Bologna, e nel cassetto c’è un album quasi finito. Non sembra proprio il momento giusto per morire. E invece il 3 aprile del 1999, diciannove giorni dopo l’uscita di Novecinquanta, Joe Cassano muore. Ha venticinque anni. La versione ufficiale parla di arresto cardiaco. Intorno, come sempre, fioriscono le altre: l’overdose, il malore nel sonno, le leggende metropolitane che a Bologna si tramandano come le ricette dei tortellini. L’album rimasto nel cassetto lo finisce il fratello Alberto. Mette insieme le registrazioni, i freestyle, le strofe rimaste a metà, e nello stesso anno esce Dio lodato. Il pezzo che gli dà il titolo è una preghiera rivolta a chi gli ha concesso un’occasione, con la promessa di non sprecarla finché gli resta fiato. «Plurivitamina è il talento che mi ha dato dio – sono solo io – che posso fare il flow che è mio». Purtroppo ha mantenuto la promessa. Il fiato è finito prima del suo flow. In fondo al disco ci sono gli amici. Gli MC con cui divideva i palchi delle jam lo salutano uno dopo l’altro, mescolando le loro voci ai suoi freestyle. Tra loro c’è anche Fabri Fibra con la sua crew da Senigallia: gli Uomini di Mare. Per lui, poco tempo dopo, scrivono un pezzo che porta come titolo una domanda: Chi ti ricordi per sorridere? Dentro c’è anche la voce di Joe Cassano, campionata da Giorno e Notte. Fabri Fibra, che in quegli anni scriveva strofe cifrate come rebus, stavolta mette giù le cose in chiaro. Niente giochi di parole. Niente cruciverba. Solo lo smarrimento di un ragazzo di vent’anni che si accorge all’improvviso di quanto in fretta la vita si porti via tutto: «Noti come il tempo ci incanta – Noti come un evento ci sbianca – Quanta poca voglia di capire – com’è che non c’è chi ci manca». Da allora il nome di Joe Cassano è rimasto dove è sempre stato: sui muri. Murales e tag sotto i ponti e lungo la ferrovia della sua città. Pezzi firmati anche da writer che non l’hanno mai conosciuto ma che si ricordano delle sue parole e della sua storia. Sabato quel nome è sceso dai muri ed è finito su un cartello. Il Giardino delle Popolarissime è stato intitolato a lui, con una giornata intera di street basket, boxe con la palestra popolare del TPO, breaking, skate, live painting e microfoni aperti fino a sera. Tutte le discipline dell’hip hop riunite nello stesso prato, quello che novant’anni fa era stato messo lontano dalle arterie principali perché nessuno lo vedesse.  Il Giardino Joe Cassano Nel 1770 l’esploratore James Cook diede il nome sbagliato ai canguri australiani perchè non capiva la lingua del posto. Nel 1934, a Bologna, il nome delle Popolarissime lo scelse un regime che capiva solo la propria. Questa volta il nome di Joe Cassano l’hanno scelto quelli che ci abitano. Una tag che nessuno potrà mai più cancellare. Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online The post Perché i canguri si chiamano così e i giardini Joe Cassano a Bologna appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 4, 2026
L'INDIPENDENTE