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Francia. Abolito il “codice nero”… dopo 341 anni!
Della storia di un Paese che ha impiegato 341 anni per togliere dal proprio diritto un testo che dichiarava gli esseri umani “biens meubles” (beni mobili), come un tavolo, come un bue, come un campo di canna da zucchero. Un testo che stabiliva con la precisione burocratica di un contabile […] L'articolo Francia. Abolito il “codice nero”… dopo 341 anni! su Contropiano.
June 7, 2026
Contropiano
Rom: Memoria che brucia, memoria che libera
Viorica Bunduc per la «Giornata Internazionale dei Rom» a Terni (*) L’8 aprile è la Giornata Internazionale dei Rom e dei Sinti. Una data che la maggior parte dei calendari ignora. Una data che io stessa, per vent’anni di lavoro sociologico e clinico, ho ignorato. Non per negligenza. Per qualcosa di più difficile da ammettere: per distanza. Una distanza costruita
La sovversiva Olympe de Gouges. L’altra metà della Rivoluzione.
  di Bruno Lai 7 maggio 1748: nasce Olympe de Gouges. Olympe de Gouges, nata Marie Gouze, è nota soprattutto come autrice della Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne, Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, pubblicata nel 1791. Di questa importante opera esiste un’edizione corredata da un’ottima grafic novel: La dichiarazione sovversiva. Olympe de
Mauritania: lotta pacifica contro la repressione
> Il 27 aprile 2026 si è svolta nelle strade di Nouakchott, capitale della > Mauritania, una manifestazione pacifica per protestare contro il caro vita. > Pressenza International è solidale e pubblica il comunicato stampa dell’IRA. COMUNICATO: REPRESSIONE BRUTALE DELLA MARCIA PACIFICA DELL’IRA L’Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista (IRA) condanna con grande fermezza la repressione brutale di cui è stata vittima la sua marcia pacifica lunedì 27 aprile 2026. La marcia, organizzata in maniera civile, mirava a rivendicare dei diritti legittimi e in particolare l’abbassamento dei prezzi dei carburanti e delle derrate alimentari, come anche la liberazione dei prigionieri di opinione. Le forze di sicurezza, su ordine impartito dal regime del generale Mohamed Ould Cheikh El Ghazouani, hanno fatto uso di una forza repressiva estrema e ingiustificata contro i manifestanti inermi, causando gravi ferite ai partecipanti, in palese violazione di tutte le leggi nazionali e delle convenzioni internazionali che garantiscono il diritto di manifestare pacificamente. Noi dell’IRA riteniamo che tale repressione rispecchi la volontà del regime di sopprimere le libertà pubbliche e soffocare le voci che reclamano giustizia e dignità. Essa conferma ancora una volta il suo approccio fondato sulla repressione e le restrizioni, anziché rispondere alle rivendicazioni legittime del popolo. Nella stessa misura, noi denunciamo l’arresto arbitrario di una decina di militanti tra cui Malick Sy, Zeinabou Biram, Oumar Mohamed Lemine, Samba Birama, Mahfoudh Kharchy, Selemha Hmeida, Saleck, Aissata Niass e molti altri, oltre ai feriti Youssouf Kamara, Coumba N’Daw, Assietou Saleh e consideriamo le autorità totalmente responsabili della loro integrità fisica e psicologica. Noi chiediamo a gran voce la loro liberazione immediata e senza alcuna condizione. Vogliamo attirare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, cosi come di tutte le organizzazioni di difesa dei diritti umani, riguardo la gravità di tali violazioni, e chiediamo l’apertura di un’indagine urgente e indipendente al fine di consegnare i responsabili alla giustizia e porre fine alla politica dell’impunità. Infine, chiediamo al nostro popolo di proseguire la lotta pacifica, di difendere i propri diritti legittimi e di non cedere alla politica di intimidazione e repressione. La Commissione per la comunicazione -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI MARIA ROSARIA LEGGIERI. REVISIONE DI THOMAS SCHMID Rédaction Belgique
May 6, 2026
Pressenza
Africa/Conrad: il mito del «Cuore di tenebra» fra…
… fra letteratura di viaggio e cinema. di Maurizio Fantoni Minnella.   Io l’ebbi vivo in quel momento, dinanzi a me: non meno vivo di quanto non lo fosse mai stato: ombra giammai sazia di splendide apparenze e di realtà spaventose; ombra più cupa che non le ombre della notte nobilmente ammantata nei paludamenti di una magnifica eloquenza. Joseph Conrad
Paternalismo e schiavitù nella Grecia antica
Il numero 69 di «Zapruder», dedicato al paternalismo, sarà in distribuzione fra pochi giorni. Nel numero questa categoria viene esplorata in un arco cronologico legato principalmente al novecento. Tuttavia, quella paternalista è una modalità molto antica, pur con tutte le differenze legate ai contesti. In questo articolo di lancio, abbiamo chiesto a Bianca Mazzinghi Gori una riflessione su paternalismo e schiavitù nella Grecia antica. L'articolo Paternalismo e schiavitù nella Grecia antica sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
La schiavitù, il voto alle Nazioni Unite e l’Occidente che non vuole fare i conti con il colonialismo
Il 25 marzo 2026 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi e la schiavitù razziale degli africani come il più grave crimine contro l’umanità, per la sua scala, la sua durata, la sua brutalità e per le conseguenze che continuano ancora oggi. La risoluzione è passata con 123 voti a favore, 3 contrari e 52 astensioni. Il nuovo mondo avanza, mentre il vecchio ostinatamente lo rifiuta destinandosi a ripetere gli errori e gli orrori del passato. Il colonialismo non appartiene solo alla storia: continua a influenzare i rapporti economici, giuridici e politici del presente. La risoluzione è stata presentata da decine di Paesi africani, caraibici e latinoamericani. Hanno chiesto scuse ufficiali, restituzione dei beni culturali, risarcimenti, giustizia riparativa. Il senso è profondo, i crimini contro l’umanità non possono essere archiviati come se appartenessero a un altro mondo, perché le loro conseguenze strutturano ancora il mondo di oggi. La maggioranza dell’Assemblea ha votato a favore. Ma i tre paesi che hanno votato contro – Stati Uniti, Israele e Argentina – e i cinquantadue che si sono astenuti – tra cui tutte le principali nazioni con una storia compromessa sul piano colonialista, dall’Unione Europea al Regno Unito, dal Canada al Giappone – hanno motivato la loro posizione con tre argomenti giuridici: non bisogna creare gerarchie tra crimini contro l’umanità; il diritto internazionale non è retroattivo; non esiste un obbligo legale di risarcimento per fatti che all’epoca non erano formalmente illegali. Sono argomenti che sembrano tecnici, ma in realtà sono profondamente politici e rivelano qualcosa di più: chi oggi rifiuta di fare i conti con la storia è spesso lo stesso che, nel presente, sta riscrivendo le regole per produrre nuove forme di esclusione. Dire che non si devono creare gerarchie tra crimini contro l’umanità è formalmente corretto, ma la tratta transatlantica e la schiavitù razziale non furono solo una serie di crimini: furono un sistema giuridico ed economico mondiale durato quattro secoli, che ha organizzato la divisione del lavoro tra continenti, l’accumulazione di ricchezza, la costruzione degli Stati moderni e delle gerarchie razziali globali. Riconoscerne la specificità storica non significa stabilire una classifica del dolore, ma riconoscere la natura sistemica di quel crimine. Dire che il diritto non è retroattivo è un principio fondamentale del diritto penale, pensato per proteggere gli individui da leggi arbitrarie, ma qui non si tratta di processare individui vissuti secoli fa. Si tratta di responsabilità storiche, economiche e politiche di Stati e istituzioni che esistono ancora oggi e che su quel sistema hanno costruito parte della propria ricchezza. Non si parla di retroattività penale, ma di giustizia riparativa, che nella storia è già esistita in molti casi: dalle riparazioni pagate dalla Germania dopo il nazismo agli indennizzi per le vittime dell’apartheid. Dire che non esiste un obbligo legale di risarcimento è un’affermazione politicamente rivelatrice, perché il diritto internazionale non è immutabile: cambia nel tempo, si costruisce attraverso trattati, sentenze, risoluzioni e rapporti di forza. Dire che non esiste un obbligo significa, in realtà, dire che non si vuole che quell’obbligo esista. È una scelta politica presentata come necessità giuridica. Il voto all’ONU, quindi, non è stato solo un voto sul passato. È stato un voto su come leggere il presente. Prendiamo l’Italia, che si è astenuta come il resto dell’Unione Europea. Negli ultimi anni sono state introdotte norme che consentono di vietare l’ingresso di imbarcazioni in acque italiane in caso di “pressione migratoria eccezionale”. Ma quando l’eccezione diventa la regola, il diritto diventa discrezionale e la discrezionalità diventa sospensione permanente dei diritti. Le organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo lo ripetono da anni: queste politiche non servono a gestire i flussi, servono a impedire i soccorsi. Il risultato? Aumentano i morti in mare. Dal 2014 a oggi, secondo le organizzazioni internazionali che monitorano le migrazioni, le persone morte o scomparse nel Mediterraneo sono decine di migliaia, ma il numero reale è certamente molto più alto, perché non si contano i corpi che restano in fondo al mare né le persone che muoiono nei centri di detenzione libici prima ancora di arrivare alla costa. E proprio in Libia l’Europa è presente con finanziamenti, accordi, addestramento e motovedette. Negli ultimi anni organizzazioni giuridiche e gruppi di avvocati internazionali hanno presentato alla Corte Penale Internazionale denunce che accusano funzionari europei di complicità nei crimini contro i migranti detenuti in Libia: rapimenti, torture, stupri, lavoro forzato. Nel frattempo, sulla terraferma, dentro i confini dell’Unione Europea, esiste un altro sistema che è assimilabile a una nuova forma di schiavitù: il caporalato. Non è relegato in centri di detenzione libici, ma nelle campagne, nei capannoni, nei magazzini della grande distribuzione. In Italia centinaia di migliaia di lavoratori agricoli, in gran parte migranti, lavorano in condizioni di sfruttamento estremo: paghe da pochi euro l’ora, giornate di lavoro senza orari, alloggi degradati, dipendenza totale dal caporale per il trasporto, il cibo, perfino l’acqua. Secondo diverse stime, il lavoro irregolare e lo sfruttamento in agricoltura muovono ogni anno decine di miliardi di euro e costituiscono una parte strutturale di intere filiere produttive. Situazioni analoghe si riscontrano anche nell’edilizia, nella logistica, nel lavoro dei rider e dei facchini della grande distribuzione. Negli ultimi mesi, in Italia, il governo ha portato avanti una riforma della giustizia che molti magistrati e giuristi hanno interpretato come un tentativo di indebolire l’indipendenza dei pubblici ministeri, cioè di coloro che indagano su corruzione, sfruttamento del lavoro e rapporti tra politica e interessi economici. Il referendum si è tenuto il 22 e 23 marzo. La riforma è stata bocciata. Non è stato solo un voto tecnico sulla giustizia: è stato anche un voto sul controllo di legalità in un Paese in cui le grandi inchieste su caporalato, appalti e sfruttamento toccano interessi economici enormi. Il voto all’ONU, le astensioni occidentali, le politiche migratorie, la Libia, il caporalato, lo scontro sulla magistratura non sono fatti separati. La storia non cambia sostanza, cambia forma. E la parola “clandestino” è la prova: serve oggi a fare ciò che la legge coloniale faceva con altri nomi. La risoluzione dell’Assemblea Generale sancisce che la schiavitù fu un sistema che trasformò gli esseri umani in proprietà e la violenza in norma. Oggi quella trasformazione non avviene più attraverso il diritto di proprietà sugli esseri umani, ma attraverso la produzione di persone senza diritti: il migrante che può essere lasciato morire in mare, il lavoratore irregolare che può essere sfruttato senza tutele, la solidarietà che può essere criminalizzata, la tortura che può essere esternalizzata fuori dai confini geografici e giuridici. Ridurre la schiavitù a un crimine è limitante; fu un sistema economico, giuridico e politico globale. E quando un sistema produce masse di persone prive di diritti, ricattabili, sfruttabili, respingibili, detenibili senza garanzie, la domanda che la storia ci pone è inevitabile: basta cambiare la forma di un sistema per dire che è cambiata anche la logica su cui si regge? Scriveva Pier Paolo Pasolini: “La porta della storia è una porta stretta: infilarsi dentro costa una spaventosa fatica; c’è chi rinuncia e chi non rinuncia ma male e tira fuori il cric dal portabagagli e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità”. Senza una riforma dell’ordine internazionale, la logica conseguenza dice che il passaggio non sarà pacifico. E allora noi occidentali siamo sicuri di volerci assumere questa grave responsabilità storica?     Herta Manenti
March 26, 2026
Pressenza
6 marzo 1796: muore l’abbé Raynal
di Bruno Lai. Guillaume-Thomas François Raynal, noto come abbé Raynal,si schierò contro la schiavitù. Nel 1770 pubblica anonima l’Histoire philosophique et politique des établissements et du commerce des Européens dans les deux Indes, Storia filosofica e politica dei possedimenti e del commercio degli Europei nelle due Indie, in cui denuncia il colonialismo e si pronuncia per il diritto all’insurrezione dei
USA: un vicepresidente nero per una presidente donna
Il 14 febbraio 1818 nasceva (forse) Frederick Douglass, lo schiavo che che fu candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Lo strano team candidato alle elezioni USA del 1872 L’accopiata fu effettivamente eccezionale, non solo per l’epoca: Victoria Woodhull,1 un’attivista femminista e antirazzista che designò come suo vice un nero ex schiavo, Frederick Douglass, appunto. In realtà la candidatura, con l’Equal
February 12, 2026
La Bottega del Barbieri
Siria: massacro dei curdi ad Aleppo. Un appello urgente alla solidarietà
Il nuovo corso siriano guidato da  Ahmed Hussein al-Sharaa – già conosciuto sotto il nome di Abu Mohammad al-Jolani dai tempi in cui era comandante del Fronte Al-Nusra,  legato ad Al-Qaeda  –  continua a impregnarsi di sangue. Il nuovo amico dell’Occidente, ricevuto con tutti gli onori da Donald Trump e ricoperto di miliardi dall’UE, non riesce a celare la sua
January 13, 2026
La Bottega del Barbieri