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La censura che non c’è: il caso De Luca e l’abuso di una parola
Libertà di espressione, critica pubblica e scelte culturali: perché il caso De Luca non può essere ridotto a una questione di censura. Ad ogni esclusione, contestazione o presa di distanza, il riflesso sembra essere sempre lo stesso: gridare alla censura. È accaduto ancora una volta con il caso di Erri De Luca e del Festival della Letteratura di Salerno, che ha deciso di non affidare allo scrittore il discorso inaugurale e di rinunciare alla sua partecipazione dopo alcune sue dichiarazioni sul conflitto di Gaza e sull’uso del termine genocidio. La decisione ha immediatamente acceso il dibattito pubblico. Sono arrivate accuse di intolleranza, appelli alla libertà di espressione e denunce di un presunto clima illiberale. Una lettura che appare più vicina alla polemica politica che a una corretta interpretazione dei fatti. Ma si tratta davvero di censura? Se vogliamo usare le parole nel loro significato preciso, la risposta è no. Negli ultimi anni il termine “censura” è diventato una delle parole più abusate del dibattito pubblico. Viene spesso utilizzato per descrivere qualsiasi forma di dissenso, critica o esclusione. Basta evocarlo perché la discussione si sposti immediatamente sul terreno della libertà negata, indipendentemente da ciò che è realmente accaduto. Eppure la censura è una cosa seria. Storicamente è stata esercitata da regimi e apparati statali per impedire la diffusione di idee, informazioni e opinioni. È la proibizione di pubblicare, parlare o comunicare liberamente. Nulla di tutto questo è accaduto a Erri De Luca. Nessuno gli ha impedito di esprimere le proprie opinioni. Nessuno ha vietato la pubblicazione dei suoi libri. Nessuno ha limitato il suo accesso allo spazio pubblico. Un festival letterario ha semplicemente deciso di non affidargli il discorso inaugurale, che rappresenta simbolicamente il biglietto da visita dell’evento e ne esprime l’identità culturale. Si può discutere se la scelta sia stata giusta o sbagliata. Ma chiamarla censura significa attribuire alle parole un significato che non hanno. Un festival letterario non è un’istituzione pubblica incaricata di garantire il diritto di parola a chiunque. È un soggetto culturale che compie scelte culturali. Invita alcuni autori e non ne invita altri. Costruisce un programma sulla base di una linea editoriale, di una sensibilità e di una visione. Lo ha sempre fatto. Se ogni mancato invito venisse considerato censura, allora qualsiasi selezione culturale dovrebbe essere interpretata come una violazione della libertà di espressione. Il problema nasce dalla crescente confusione tra piani diversi. C’è il piano della libertà di espressione, che riguarda il diritto di manifestare le proprie idee. C’è il piano della critica pubblica, che riguarda il diritto degli altri di contestarle. E c’è il piano delle scelte culturali ed editoriali, che riguarda la libertà di un festival, di un giornale o di un’istituzione culturale di decidere chi invitare e chi no. Confondere questi livelli significa svuotare il concetto stesso di censura e trasformarlo in una parola buona per descrivere qualsiasi conflitto o dissenso. In questa prospettiva la libertà di espressione finisce per essere interpretata come il diritto a essere ascoltati, invitati e sottratti a qualsiasi contestazione. Ma una democrazia non funziona così. La libertà di espressione garantisce il diritto di parlare. Non garantisce il diritto a occupare ogni palco disponibile né quello di essere accolti senza critiche. Proprio qui emerge uno degli equivoci più diffusi del nostro tempo: l’idea che ogni opinione, per il solo fatto di essere espressa, debba ricevere identica legittimazione pubblica. Una società democratica tutela il diritto di esprimere un’opinione, ma non è obbligata a considerarla fondata, condivisibile o meritevole di riconoscimento pubblico. Il dissenso è parte integrante della libertà. Nel caso di De Luca il dibattito si intreccia inevitabilmente con le sue posizioni sul conflitto israelo-palestinese. Posizioni che non rappresentano una conversione improvvisa dell’ultima ora, ma che si inseriscono in un percorso politico e intellettuale sviluppato nel tempo. Questo, tuttavia, non significa che tali idee debbano essere sottratte alla critica. La statura letteraria e intellettuale di Erri De Luca è fuori discussione. Ma il prestigio culturale non può trasformarsi in una forma di immunità morale o politica. Molti continuano a contestare l’utilizzo del termine genocidio per quanto accade a Gaza, osservando che non esiste ancora una sentenza definitiva che lo accerti sul piano giuridico. È un dato reale. Ma è altrettanto vero che la questione è stata posta al centro dell’attenzione delle principali istituzioni internazionali e continua a essere oggetto di un intenso dibattito politico, giuridico e umanitario. Al di là delle definizioni, resta una realtà difficilmente contestabile: la devastazione umanitaria di Gaza, le decine di migliaia di vittime civili, la distruzione di infrastrutture essenziali e una sofferenza collettiva che ha assunto proporzioni enormi. Di fronte a una tragedia di questa portata, minimizzare, negare o relativizzare ciò che accade espone inevitabilmente a una critica severa. Ma la critica non è censura. Questo è il punto che troppo spesso viene dimenticato. Le democrazie si fondano sulla dignità della persona, sull’uguaglianza, sulla libertà e sul rifiuto della discriminazione e della violenza. Per questa ragione le opinioni possono essere discusse, contestate e giudicate sul piano etico, culturale e politico. Essere liberi di parlare non significa essere liberi dalle conseguenze delle proprie parole. Nel caso De Luca il problema non è dunque la censura, che semplicemente non c’è stata. Il problema è la crescente incapacità di distinguere tra limitazione della libertà e conflitto delle idee. Ogni volta che utilizziamo la parola censura per descrivere una controversia culturale, ne svuotiamo il significato autentico. E finiamo per mancare di rispetto proprio a coloro che la censura l’hanno davvero subita: gli scrittori perseguitati, i giornalisti incarcerati e gli oppositori politici ridotti al silenzio. Perché la democrazia non consiste nel garantire che ogni opinione venga accettata, ma nel garantire che ogni opinione possa essere sottoposta al giudizio critico della collettività. La differenza è enorme. Gina Esposito
June 8, 2026
Pressenza
E sì, si muore per amore. Addio a Marjane Satrapi, la voce libera di Persepolis
L’AUTRICE FRANCO-IRANIANA CHE HA RACCONTATO AL MONDO IL VOLTO UMANO DELL’IRAN È MORTA A 56 ANNI. CON PERSEPOLIS HA COMBATTUTO STEREOTIPI, REPRESSIONE E PREGIUDIZI ATTRAVERSO IL LINGUAGGIO UNIVERSALE DEL FUMETTO. Video Trailer di Persepolis, il film d’animazione scritto e diretto da Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, tratto dall’omonima graphic novel autobiografica. https://www.mymovies.it/film/2007/persepolis/news/il-trailer-ufficiale-del-film-hd/ Marjane Satrapi, fumettista, illustratrice e regista franco-iraniana, è morta il 4 giugno 2026 all’età di 56 anni. La notizia è stata diffusa dai familiari, che hanno parlato di una donna consumata dal dolore dopo la perdita del marito Mattias Ripa, scomparso poco più di un anno fa e da lei definito pubblicamente «l’amore della mia vita». La sua scomparsa priva il mondo della cultura di una delle voci più originali e coraggiose degli ultimi decenni. Attraverso il fumetto, il cinema e l’illustrazione, Satrapi ha costruito un ponte tra culture diverse, raccontando la complessità dell’Iran senza cedere né agli stereotipi occidentali né alla propaganda del regime. Nata il 22 novembre 1969 a Rasht, sulle rive del Mar Caspio, e cresciuta a Teheran, visse da adolescente la rivoluzione islamica del 1979 e gli anni della guerra tra Iran e Iraq. Proveniva da una famiglia colta e impegnata sul piano civile e culturale. A quattordici anni i genitori la mandarono a studiare a Vienna nel tentativo di sottrarla al clima sempre più repressivo instaurato dal nuovo regime. L’esperienza europea la mise però di fronte a un’altra forma di difficoltà: quella dell’esilio, dello sradicamento e del pregiudizio. Dopo un ritorno in Iran e gli studi alla Facoltà di Belle Arti di Teheran, decise di lasciare definitivamente il Paese e si stabilì a Parigi nel 1994. Fu proprio nella capitale francese che nacque l’opera destinata a renderla famosa nel mondo. Pubblicato tra il 2000 e il 2003, Persepolis racconta la sua infanzia, l’adolescenza e il difficile rapporto con un Paese amato profondamente ma attraversato da profonde contraddizioni. Il valore dell’opera non risiede soltanto nella testimonianza storica. Satrapi riuscì a fare qualcosa di raro: raccontare l’Iran dall’interno senza trasformarlo in una caricatura. In anni in cui il Paese veniva spesso identificato esclusivamente con il fondamentalismo religioso, la repressione e i conflitti geopolitici, Persepolis mostrò al mondo famiglie, amicizie, ironia, paure e speranze. In altre parole, mostrò persone. L’autrice spiegò più volte che uno degli obiettivi del suo lavoro era contrastare i pregiudizi sul proprio Paese. Attraverso gli occhi di una bambina prima e di una giovane donna poi, il lettore scopre che nessun popolo può essere ridotto al proprio governo e che dietro ogni evento storico esistono vite reali, spesso ignorate dalle narrazioni ufficiali. Anche il tema del velo, frequentemente utilizzato in Occidente come simbolo assoluto della condizione femminile iraniana, viene affrontato con maggiore complessità. Nelle sue opere il problema non è soltanto un indumento imposto, ma il più vasto sistema di controllo delle idee, dei comportamenti e della libertà individuale. Nel 2007 Persepolis divenne un film d’animazione scritto e diretto dalla stessa Satrapi insieme a Vincent Paronnaud. Realizzato con uno stile grafico fedele al fumetto originale, il film vinse il Premio della Giuria al Festival di Cannes e ottenne una candidatura agli Oscar, contribuendo a far conoscere la sua opera a un pubblico ancora più ampio. Negli ultimi anni Satrapi era diventata una delle voci internazionali più ascoltate a sostegno delle donne e dei giovani iraniani. Dopo la morte di Mahsa Amini e le proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà”, intervenne ripetutamente nel dibattito pubblico denunciando le violazioni dei diritti umani e sostenendo la società civile iraniana. Nel gennaio 2025 rifiutò la Legion d’Onore francese, criticando la politica di Parigi nei confronti del regime iraniano e chiedendo maggiore coerenza nella difesa dei diritti fondamentali. Con la morte di Marjane Satrapi scompare una grande artista, ma resta intatta la forza del suo messaggio. Persepolis continua a parlare a lettori di ogni età perché non racconta soltanto l’Iran. Racconta la libertà, l’identità, l’esilio, il coraggio di restare se stessi e la necessità di guardare oltre i pregiudizi. La sua eredità più importante non è forse soltanto quella artistica. Satrapi ci ha insegnato che raccontare una storia personale può diventare un atto politico, che l’ironia può convivere con la denuncia e che conoscere davvero un popolo significa ascoltarne le persone, non fermarsi alle immagini costruite dal potere o dai luoghi comuni. È per questo che la sua voce continuerà a essere ascoltata ben oltre la sua scomparsa. FONTI E APPROFONDIMENTI Vatican News – Addio a Marjane Satrapi, l’autrice di Persepolis https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-06/marjane-satrapi-morta-persepolis-iran-fumetto.html Cineteca di Bologna – Persepolis https://cinetecadibologna.it/distribuzione/film/persepolis/ Cineteca di Bologna – Genesi e realizzazione di Persepolis https://cinetecadibologna.it/distribuzione/approfondimento/genesi-e-realizzazione-persepolis/ Marjane Satrapi – Biografia https://it.wikipedia.org/wiki/Marjane_Satrapi Persepolis – Scheda del film https://it.wikipedia.org/wiki/Persepolis_(film) Lucia Montanaro
June 4, 2026
Pressenza
Un giudice Usa sospende le sanzioni contro Francesca Albanese
Un giudice federale di Washington ha sospeso temporaneamente le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump contro Francesca Albanese, la giurista italiana, una delle voci più dure contro la distruttiva offensiva di Israele che ha fatto decine di migliaia di morti a Gaza tra il 2023 e il 2025 e contro l’impunità garantita […] L'articolo Un giudice Usa sospende le sanzioni contro Francesca Albanese su Contropiano.
May 15, 2026
Contropiano
Il diritto di parlare di genocidio in Palestina
Il giorno 29 aprile due attivisti del movimento BDS e di Firenze per la Palestina hanno subito aggressione verbale a Greve in Chianti mentre affiggevano drappi con i nomi dei bambini uccisi da Israele. Questi drappi erano stati scritti nell’ambito della iniziativa “20.000 drappi per i bambini vittime dei conflitti”, promossa dal Comitato Greve per la Palestina insieme a decine di Associazioni del territorio. I termini dell’aggressione sono stati gravi e minacciosi: “Sappiamo chi siete. Avete rotto il xxxxx con questi palestinesi. Ti spacco la faccia pezzo di xxxxx”. Firenze per la PALESTINA e BDS Firenze e Dintorni sono solidali con i due attivisti, e chiamano a partecipare al presidio di solidarietà, sabato 9, ore 10,30, in piazza del Comune a Greve, come da locandina allegata. Mentre la propaganda lavora incessantemente per manipolare l’opinione pubblica e presentare chi lotta per i diritti umani dei palestinesi come violento e razzista, a usare violenza sono solo i pro-Israele.Il nostro sistema collabora ad un genocidio, senza nessuna presa di posizione seria ed effettiva contro chi tortura e spara in testa ai bambini palestinesi, contro chi rapisce cittadini europei e tortura attivisti su territorio italiano ed europeo. Rifiutiamo la normalizzazione della violenza e delle violazioni del diritto internazionale. I violenti e i criminali sono politici e giornalisti che proteggono con ogni mezzo i peggiori criminali della nostra epoca. Mentre un ragazzo del mondo pro-Israele SPARA contro manifestanti il 25 aprile e viene derubricato come cane sciolto, l’intero movimento pro Palestina, che lotta solo per la giustizia ed i diritti umani, viene messo all’indice dal nostro sistema politico-mediatico per una scritta su un muro. Chiediamo una presa di posizione dalle istituzioni pubbliche e in primo luogo dal Comune di Greve in Chianti, con una chiara condanna delle aggressioni subite dai due attivisti, contro la violenza e per la libertà di espressione e di opinione. Ignorare la violenza contro gli/le attivisti pro-Palestina è sintomo di servitù verso il potere, che si esplicita anche con la ridicola identificazione tra ebrei e Israele, portando a considerare razzismo la critica ad uno stato criminale. Firenze per la Palestina Redazione Italia
May 7, 2026
Pressenza
SLAPP Contest: sei premi per ribadire la necessità di tutelare la libertà di espressione
Puntare i riflettori su chi abusa dei tribunali e degli strumenti di minaccia legale per silenziare e intimidire voci critiche, giornalisti, attivisti, whistleblower e organizzazioni della società civile, in modo da scoraggiarli dal partecipare al dibattito pubblico. Questo l’obiettivo dello SLAPP Contest, promosso dalla Coalition Against SLAPPs in Europe (CASE) e giunto ormai alla sua V edizione, di cui si è tenuta questa sera la cerimonia di premiazione. A testimonianza dell’ampia portata delle SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation) – azioni legali intentate da soggetti potenti con l’obiettivo di intimidire  – sono ben 6 le categorie dei premi assegnati dalla giuria, composta dagli eurodeputati Daniel Freund (Verdi/AEL), Veronika Cifrová Ostrihoňová (Renew) e David Casa (PPE); affiancati da Julie Majerczak di Reporters Without Borders e Charlie Holt di Global Climate Legal Defense (CliDef): * SLAPP Addict of the Year: Fratelli Barabás, proprietari di HELL ENERGY Ltd (Ungheria) * SLAPP Politician of the Year: Claude Eerdekens, ex sindaco di Andenne (Belgio) * SLAPP Jurist 2026: Giudice Ivan Marković (Croazia) * Corporate Bully of the Year: John Keegan e Keegan Quarries Ltd (Irlanda) * Green Gag Award 2026: ENI (Italia)   Il caso ENI: il Green Gag Award 2026 Il premio più significativo per l’Italia è il Green Gag Award 2026, assegnato a ENI per aver avviato una procedura di mediazione per presunta diffamazione aggravata – i cui danni stimati potrebbero ammontare fino a €800.000 – nei confronti dell’associazione ReCommon e della sua esponente Eva Pastorelli. Una SLAPP avviata da ENI in risposta al riferimento di Eva Pastorelli, supportato da informazioni pubblicamente disponibili, a licenze in acque palestinesi per cui ENI aveva presentato offerta, per poi ritirarsi. Nessuno dei “vincitori” si è presentato a ritirare il premio in persona, ma i bersagli delle loro cause sono stati ben felici di farlo a nome loro. “Nel nostro Paese, le SLAPP sono una tradizione consolidata, proprio come la pizza e i gesti durante le conversazioni. ENI voleva metterci a tacere e impedire che la notizia si diffondesse. Invece, numerosi media italiani e internazionali hanno espresso solidarietà, ampliando enormemente il pubblico raggiunto.” — Antonio Tricarico ed Eva Pastorelli, ReCommon (nel loro discorso di accettazione) Un primato che non fa onore: l’Italia prima in Europa per numero di SLAPP ENI non è nuova a questi metodi: CASE aveva già assegnato a ENI nel 2021 e nel 2025 il riconoscimento di “bullo dell’anno”, anche in virtù delle azioni legali vessatorie avviate in passato sempre nei confronti di ReCommon e di Antonio Tricarico, direttore dei programmi dell’organizzazione, e di Greenpeace Italia e Greenpeace Paesi Bassi. Quella di ENI contro Eva Pastorelli e ReCommon nel 2026 è l ‘ennesima azione legale temeraria che si aggiunge alla lunga lista di SLAPP mappate nel nostro Paese da CASE.  Con 21 casi censiti nel solo 2024, l’Italia si è confermata per il secondo anno consecutivo il Paese europeo con il maggior numero di SLAPP documentate nel report annuale sulle SLAPP in Europa prodotto da CASE e pubblicato lo scorso gennaio. Un primato preoccupante che riflette un clima sempre più ostile per chi porta avanti un’attività di giornalismo d’inchiesta o si dedica all’attivismo ambientale e civico, in un contesto europeo che ha visto crescere il numero di SLAPP in tutta Europa. Ma c’è di più: quest’anno, tra le candidate alla categoria SLAPP Politician of the Year figurava per il secondo anno di fila la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni – l’anno scorso era stata proprio la Premier italiana a ricevere il premio. Sebbene questo riconoscimento sia stato assegnato quest’anno all’ex sindaco belga Claude Eerdekens, la candidatura italiana rimane un segnale politico preoccupante per la coalizione CASE Italia. Quando a ricorrere a molestie legali  sono premier, ministri e sottosegretari, caratteristica precipua dell’Italia, l’effetto intimidatorio nei confronti di giornalisti, attivisti o addirittura stand-up comedian come Daniele Fabbri, querelato da Meloni per una battuta, è ancora maggiore, così come più significativo diventa il rischio di autocensura e più grave l’impatto sulla libertà di espressione e sulla qualità della democrazia. Il tempo stringe: recepire la direttiva è urgente Il 7 maggio 2026 scade il termine per il recepimento della direttiva europea anti-SLAPP (Direttiva 2024/1069, nota come “Legge Daphne”) negli ordinamenti nazionali degli Stati Membri. Manca pochissimo e i governi saranno presto giudicati sulla base di ciò che metteranno davvero in campo. La posta in gioco è concreta come mostra l’emblematico caso Saviano: il 16 aprile 2026, ad otto anni dall’avvio del procedimento legale, il Tribunale penale di Roma ha assolto lo scrittore Roberto Saviano dall’accusa di diffamazione nei confronti dell’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini, respingendo sia la multa che la richiesta di risarcimento. Una sentenza spartiacque per la libertà di stampa e di espressione, ma arrivata dopo quasi un decennio di pressione legale sullo scrittore italiano: esattamente il tipo di logoramento che le SLAPP sono progettate a produrre. Come ricordano i membri di CASE Italia la direttiva europea nella sua versione attuale tutela esclusivamente le controversie transfrontaliere. Senza un recepimento ambizioso da parte del governo italiano che garantisca tutele a tutti i procedimenti legali come indicato dalle raccomandazioni della Commissione europea e del Consiglio d’Europa, casi come quello di Eva Pastorelli, Daniele Fabbri e Roberto Saviano continueranno a ripetersi. La critica legittima verso chi detiene una posizione di  potere non può essere oggetto di intimidazione e chi partecipa al dibattito pubblico deve poterlo fare senza paura. I casi messi in luce dallo SLAPP Contest sono un chiaro avvertimento: finché le SLAPP restano disponibili come strumento nelle mani dei potenti, lo spazio per il giornalismo, l’attivismo e il dibattito democratico rimane a rischio. Un recepimento robusto della legge anti-SLAPP non è più rinviabile. Re: Common
April 28, 2026
Pressenza