Bibi Files: la scrivania di Netanyahu e la struttura che resta fuori campo
Il documentario The Bibi Files porta sullo schermo gli interrogatori di Benjamin
Netanyahu e il suo sistema di potere. Ma quanto può la vicenda giudiziaria di un
singolo uomo spiegare una guerra e una storia che lo precedono?
Sala piena al Parlamento europeo, a fine settembre, per la proiezione di The
Bibi Files promossa dalla delegazione del Movimento 5 Stelle, e la sera
successiva una serata evento a Roma, in contemporanea con altre centotrenta
sale. La regista Alexis Bloom ha detto che ci vuole grande coraggio per mostrare
quel film in quella sede e ha chiesto di ricordare chi sta trascinando Israele e
il Medio Oriente in guerre senza fine, mentre gli eurodeputati Palmisano e Della
Valle hanno parlato di un gesto politico e di un atto di denuncia. Quando un
documentario viene accolto come atto politico, la sua cornice interpretativa
diventa una proposta su come leggere una guerra, e come tale va discussa.
Ciò che il film mostra ha un suo valore. Sono ore di interrogatori condotti
dalla polizia israeliana tra il 2016 e il 2018, arrivate al produttore Alex
Gibney da una fonte anonima, in cui Netanyahu alza i pugni, batte la mano sulla
scrivania e dà del bugiardo a un suo stretto collaboratore, Nir Hefetz. Il
produttore Arnon Milchan, secondo The Guardian, chiede alla polizia di non usare
la parola corruzione perché lo farebbe apparire peggio. Gibney stesso riconosce
che il materiale non rivela fatti nuovi e ne indica il valore nel vedere un
leader privo della regia dei suoi discorsi. Va ricordato che i tre filoni
d’inchiesta riguardano accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia, che il
processo è cominciato nel 2020 senza produrre al momento una sentenza di primo
grado.
Le difficoltà cominciano quando il film passa dalle immagini alla tesi. The
Guardian la riassume dicendo che il premier prolunga la guerra di Gaza per
evitare il carcere, e per il Financial Times il documentario traccia un
collegamento diretto tra le accuse e i conflitti di Gaza e del Libano, leggendo
l’abbraccio di Ben-Gvir e Smotrich come parte di un tentativo di sottrarsi ai
processi. Gibney racconta che l’inchiesta nasceva come storia di corruzione e
che dopo il 7 ottobre la corruzione ha cambiato scala. Conviene distinguere tre
livelli. Il primo riguarda i fatti documentati, su cui c’è poco da discutere. Il
secondo è un’inferenza sul movente, e non è priva di appigli, dato che i legali
di Netanyahu, riferisce il Financial Times, hanno chiesto di rinviare la
testimonianza citando gli eventi bellici. Il terzo è la tesi forte, secondo cui
la guerra sarebbe alimentata o prolungata per salvarsi e Hamas sarebbe stato
favorito.
Per come l’ho visto, il film è a tesi, e la tesi va oltre la corruzione di
Netanyahu e della sua famiglia, perché sostiene che quella corruzione abbia reso
possibile l’attacco di Hamas. A comparire è solo Hamas, come se a Gaza non
operassero altre formazioni armate, né una società piegata da diciassette anni
di blocco israeliano, quella che il giornalista Sami al-Ajrami, nato nel campo
profughi di Jabalia, descrive in Le chiavi di casa nel giorno del 7 ottobre
divisa tra chi festeggiava una vendetta e chi temeva ciò che sarebbe seguito.
L’implicazione è che tolto Netanyahu la situazione migliorerebbe per tutti. Al
Parlamento europeo, secondo le cronache, la regista ha evocato i genocidi, ma
nel film la parola genocidio non compare, e il sionismo non è mai indicato come
origine del progetto di espulsione dei palestinesi. È un meccanismo che in
Italia conosciamo, con tutte le proporzioni del caso, perché per anni ci è stato
detto che il problema era Berlusconi e non l’intero sistema di potere,
opposizione compresa.
Tra movente e causa passa una distanza che la cornice personalistica tende a
cancellare. Un interesse personale può spiegare i tempi e la durata di una
scelta, ma non perché le condizioni per quella scelta esistessero. Su questo i
libri di Eyal Weizman offrono un materiale che il film non tocca. In Spaziocidio
l’architetto e ricercatore ricostruisce come la fortificazione dei territori
occupati cominci subito dopo il 1967 per iniziativa di due generali del
movimento laburista, Yigal Allon e Chaim Bar Lev. Il piano Allon, presentato al
governo poche settimane dopo la guerra, proponeva di annettere la valle del
Giordano e si giustificava, nelle parole di Allon, con la ricerca della massima
sicurezza e di «un numero minimo di arabi». Il governo di unità nazionale di
Levi Eshkol aveva formalizzato già nel giugno del 1967 l’annessione di circa
settanta chilometri quadrati di Gerusalemme Est, con circa sessantanovemila
palestinesi. Il Likud, salito al potere nel 1977, non inaugura la colonizzazione
ma la sistematizza. Secondo i dati riportati da Weizman, tra il 1977 e il 1981
gli insediamenti passano da 28 a 68 e i coloni da circa 4.500 a 16.200, e nel
1981 Ariel Sharon istituisce l’Amministrazione civile per governare i
palestinesi di Cisgiordania e Gaza. È un andamento che comincia con i laburisti
e accelera con la destra.
Weizman descrive la colonizzazione come una strategia senza stratega, frutto di
improvvisazioni, conflitti tra politici e pressioni dal basso dei coloni, e la
formula mette in difficoltà chi spiega una catastrofe con la volontà di un solo
uomo. In Ungrounding, uscito quest’anno, la fascia intorno a Gaza risulta
progettata negli anni Cinquanta da architetti e pianificatori legati ai
movimenti kibbutzistici della sinistra sionista, e Netanyahu compare tra gli
attori senza essere posto all’origine.
Didier Fassin, in Una strana disfatta, sposta l’attenzione al consenso. Riporta
un sondaggio dell’Università di Tel Aviv di fine ottobre 2023 secondo cui quasi
otto ebrei israeliani su dieci approvavano l’azione a Gaza e appena il due per
cento la giudicava troppo intensa, e ricorda che il programma del Likud del 1977
rivendicava già la sovranità dal mare al Giordano e che, due settimane prima del
7 ottobre, Netanyahu mostrò all’ONU una mappa del Nuovo Medio Oriente in cui
Cisgiordania e Gaza risultavano assorbite in Israele. Riferisce anche che il
governo avrebbe favorito Hamas come contrappeso a Fatah, con rimando a Jeet Heer
su The Nation. La forma stretta di questa accusa compare dunque anche fuori dal
film, mentre quella forte, per cui quella scelta avrebbe reso possibile il 7
ottobre, resta non verificata e riduce per l’ennesima volta la resistenza
palestinese ad un semplice burattino nelle mani del padrone israeliano.
Ilan Pappé, storico israeliano tra i più severi con lo Stato in cui è nato,
racconta nella Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina che
durante le manifestazioni di massa contro la riforma della giustizia chi
sollevava la questione dei Territori occupati veniva invitato ad allontanarsi,
perché si protestava contro la teocrazia e non contro l’occupazione. Se è così,
anche la più grande mobilitazione interna degli ultimi anni è rimasta nello
stesso perimetro in cui si muove il film.
Quanto alla costruzione del film, tutti gli intervistati sono israeliani e
critici del premier, e secondo il Financial Times Gibney ne fa un vanto,
chiedendosi perché il resto del mondo non possa dire ciò che gli israeliani
dicono in Israele. The Guardian riporta che Bloom ha parlato per ore con ex capi
di stato maggiore e dello Shin Bet, disposti a raccontarle le menzogne del
premier ma non a farlo ufficialmente, e uno di loro ha spiegato di poter entrare
in politica un giorno e di dover essere prudente. Il perimetro del film è quello
di ciò che, nella vita pubblica israeliana, si è disposti a dire di Netanyahu a
proprio nome.
La funzione di questa cornice è meno neutra di quanto sembri. Una colpa
individuale ha un termine, perché finisce quando finisce il potere dell’uomo, e
lascia intatto tutto il resto. Per spettatori occidentali è una storia comoda,
perché consente di indignarsi senza rimettere in discussione una politica che,
con poche eccezioni, i governi occidentali continuano a seguire, sostenendo
Israele e, nel caso dei suoi principali fornitori, armandolo.
Le obiezioni vanno anticipate. Si dirà che il film non pretende di spiegare la
guerra, ma gli stessi autori e la stampa lo presentano come un’indagine sul
nesso tra processo e guerra. Si dirà che il movente personale è reale, e lo
concedo, perché nulla di ciò che ho scritto nega che l’interesse giudiziario di
Netanyahu abbia pesato sui tempi. L’obiezione più seria riguarda il ritiro da
Gaza del 2005, quando Sharon smantellò le ventuno colonie, e Weizman risponde
ricordando che non ridusse il numero dei coloni, dato che nell’anno seguente
dodicimila si trasferirono in Cisgiordania, e che il controllo fu spostato sul
perimetro e sullo spazio aereo. Resta infine il fatto che il 7 ottobre ebbe
autori propri, e un argomento sulle strutture che non riconoscesse agli altri
attori la loro presenza sarebbe un’altra forma di personalizzazione.
La mia posizione è che The Bibi Files funzioni come documento e fallisca come
spiegazione. Le immagini degli interrogatori dicono qualcosa di vero su un uomo
e sul sistema di favori che lo circonda, ma proporle come chiave di una guerra
significa dare a un nome proprio il peso di una storia di piani, governi,
consenso e silenzi internazionali. Alla fine degli interrogatori compare una
frase sul tempo che passa in fretta quando ci si diverte. Per i civili di Gaza
quel tempo si è fermato e nessuna scrivania, per quanto presa a pugni, basta a
spiegare perché.
FONTI
✓ Il Fatto Quotidiano, Redazione Esteri, “Sala piena al Parlamento europeo per
la proiezione di ‘The Bibi Files’. Stasera evento a Roma con Giulia Innocenzi,
Alexis Bloom e Maddalena Oliva”, 30 settembre 2026.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/09/30/the-bibi-files-parlamento-europeo-proiezione-notizie/8522929/
✓ The Guardian, Radheyan Simonpillai, “‘I’ve never seen the depth of moral
corruption’: controversial Netanyahu doc screens at Toronto”, 10 settembre 2024.
https://www.theguardian.com/film/article/2024/sep/10/the-bibi-files-netanyahu-documentary-toronto
✓ Financial Times, Greg Wetherall, articolo su The Bibi Files, 10 dicembre 2024.
https://www.ft.com/content/6c4bf0ed-d96c-4831-bc51-544ede08a096
Eyal Weizman, Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo,
Mondadori, 2022.
Eyal Weizman, Ungrounding: The Architecture of Genocide, Penguin Random House
UK, 2026.
Didier Fassin, Una strana disfatta. Sul consenso all’annientamento di Gaza,
trad. di Lorenzo Alunni, Feltrinelli, 2026.
Ilan Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a
oggi, trad. di Valentina Nicolì, Fazi, 2024.
Sami al-Ajrami e Anna Lombardi, Le chiavi di casa, Mondadori, 2024.
Francesco Russo